KARL OVE KNAUSGARD.
.
L'ISOLA DELL'INFANZIA. 2015.
.
Parte 2.
.
Ciclo: Min Kamp (La mia lotta) n. 3.
Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Luned era lunico giorno in cui non cera a casa nessuno quando rientravo da scuola. Per questo mi avevano dato una chiave tutta mia che io tenevo appesa a un cordino intorno al collo. Ma cera qualcosa che non andava con quella chiave, non riuscivo a farla funzionare. Il primo luned, quando aveva piovuto e io mi ero messo a correre sulla ghiaia con indosso gli stivali, i pantaloni e la giacca impermeabili e con in mano ben stretta la chiave, felice e orgoglioso di quella situazione, ero riuscito a infilarla nella serratura, ma non a girarla. Non ci riuscivo per quanto mi affannassi. La chiave non si muoveva. Dopo dieci minuti scoppiai a piangere. Le mani erano rosse e fredde, pioveva a catinelle, tutti gli altri bambini erano gi da un pezzo dentro le loro rispettive abitazioni. Proprio in quel momento stava arrivando uno dei vicini che non conoscevo molto bene: era vecchia e abitava insieme al marito nella casa che si trovava pi in alto di tutte, al limitare del bosco vicino al campo da calcio. Stava percorrendo la strada in discesa e quando la vidi non esitai perch non aveva nessun contatto con i miei genitori, mi precipitai verso di lei e le chiesi, con le lacrime che mi scendevano copiose lungo le guance, se mi poteva aiutare con la serratura. Poteva. E per lei non fu affatto un problema! Armeggi per un attimo con la chiave e gir. E voil, la porta era aperta. La ringraziai ed entrai. In quel momento seppi che non cera niente che non andasse con la chiave, ma si trattava di me. La volta dopo non pioveva, cos lasciai la cartella sulla veranda davanti a casa e corsi da Geir. Pap comment la cosa quando torn, la cartella non poteva rimanere l in giro, cos il luned dopo, visto che il tempo era stazionario, la presi semplicemente con me con la scusa che avrei fatto i compiti a casa di Geir e che per questo motivo avevo bisogno di averla a portata di mano.
Nel frattempo avevo escogitato un metodo a cui ricorrere quando il tempo sarebbe peggiorato con il proseguire dellautunno e in inverno, come in quelloccasione. Nella stanza della caldaia cera una finestra molto piccola, quasi una botola, per abbastanza grande da permettermi di sgusciare dentro. Partendo dal prato si trovava a circa mezzo metro sopra la mia testa. Per questo avevo pensato di aprirla la mattina, cosa che non comportava particolari rischi perch lanta della finestra rimaneva attaccata al telaio anche se i due ganci erano staccati, potevo spingere il bidone della spazzatura quando tornavo a casa, salirci sopra e infilarmi nella stanza della caldaia, aprire la porta dallinterno, rimettere a posto il bidone, chiudere la finestra e poi rimanere allinterno senza che nessuno fosse in grado di capire che non riuscivo a far funzionare la chiave. Lunico momento di incertezza era rappresentato dallattimo in cui andavano staccati i ganci. Ma, se pioveva, la cosa pi naturale del mondo era entrare proprio in quella stanza perch molto spesso la giacca e i pantaloni impermeabili erano stesi l dentro e allora non dovevo fare altro che aprirli, un gesto impossibile da scoprire a meno che uno non stesse l appiccicato alla porta a guardare. E non ero certo cos stupido da mettere in atto una cosa simile con pap in corridoio!
Mangiai le tre fette imburrate e bevvi il bicchiere di latte. Mi lavai i denti in bagno, andai a prendere la cartella in camera, scesi le scale e mi intrufolai nella stanza stretta e calda dove cerano le due caldaie. Per qualche secondo rimasi completamente immobile. Dal momento che non si sentivano passi sulle scale, mi allungai verso lalto e staccai i ganci. Poi mi infilai la giacca e i pantaloni impermeabili, mi misi la cartella in spalla, uscii in corridoio dove cerano gli stivali di gomma, un paio blu e bianchi della Viking, che avevo ricevuto nonostante li volessi soltanto bianchi, salutai ad alta voce pap e corsi fuori, su fin da Geir, che sporse la testa dalla finestra gridandomi che stava ancora facendo colazione, ma che arrivava subito.
Mi diressi verso una delle pozzanghere grigie che costellava il loro vialetto e cominciai a buttarci dentro dei sassolini. Il loro vialetto non era coperto di ghiaia, come lo erano quasi tutti gli altri, e neanche era lastricato, come dai Gustavsen, ma di terra battuta di colore leggermente rossiccio piena di piccole pietre rotonde. Non era lunica cosa che li contraddistingueva. Sul retro della casa non avevano il prato, ma una specie di campetto dove piantavano patate, carote, rutabaga, ravanelli e altri tipi di verdure. Verso il bosco non avevano recinzioni in legno come noi n reti, come molti altri, ma un muretto in pietra che Prestbakmo aveva costruito da solo. Non gettavano neanche la spazzatura nel bidone, come facevamo noi, ma conservavano per esempio i contenitori del latte e delle uova che usavano in svariati modi, e gli avanzi di cibo li rovesciavano nella compostiera che si trovava vicino al muretto di pietra.
Mi raddrizzai per guardare la betoniera. La testa verde e rotonda era in parte coperta da un telone bianco che assomigliava a un foulard. Aveva la bocca aperta, grande e sdentata, che cosa stava guardando da rimanere attonita a quel modo?
Lungo la discesa stava arrivando il padre di Geir Hkon a bordo della sua Taunus verde. Lo salutai, di rimando alz leggermente la mano dal volante.
Di colpo mi venne in mente Anne Lisbet. Quel pensiero part dallo stomaco e si diffuse come unesplosione di gioia in tutto il petto.
Non era venuta a scuola venerd. Solveig aveva detto che era malata. Ma oggi era luned, sicuramente era guarita.
S, per favore, fa che stia bene!
Friggevo dalla voglia di arrivare al B-Max e vederla.
I suoi occhi neri, scintillanti. Quella voce allegra e felice.
Geir! Arrivi? gridai.
Sentii la sua voce smorzata provenire da dietro la porta, che si spalanc un attimo dopo.
Prendiamo il sentiero? disse.
S, risposi.
Balzammo dietro la casa e, dopo aver scalato il muretto, ci inoltrammo di corsa lungo il sentiero. Se prima era composto da un grande numero di ciuffi derba intervallati da canali piccoli e secchi, adesso sembrava una palude zuppa dacqua, era quasi impossibile attraversarla rimanendo asciutti, persino con gli stivali di gomma, perch il piede affondava fin sopra il gambale, ma noi tentammo lo stesso tenendoci in equilibrio sui ciuffi derba che sembravano tremare, saltando su quelli successivi, scivolando, appoggiando una mano in avanti per non cadere e sentendo sotto di noi il terreno molle che cedeva, la sensazione dellacqua che sembrava strisciare lungo il maglione partendo da dentro la manica della giacca impermeabile. Ridevamo urlandoci a vicenda quello che stava succedendo, attraversammo il campo da calcio adesso scivoloso e fangoso, proseguimmo lungo quellampio passaggio che si apriva a destra tra le piante di latifoglie e che un tempo doveva essere stato una strada carreggiabile, comunque il sentiero era piuttosto grande e interamente ricoperto da un tappeto di foglie. Gialle, rossicce e marroni giacevano per terra con qualche sfumatura di verde ogni tanto. In cima cera un piccolo campo, dove lerba alta e di colore giallino era appiccicata al terreno. Sopra di esso troneggiava una roccia nuda su cui si stagliava un vecchio traliccio dellalta tensione. La strada di una volta proseguiva ancora per un pezzo prima di essere inghiottita dalla nuova via principale che scorreva a una ventina di metri di distanza dal prato. Sotto si apriva il bosco composto perlopi da querce, dove tra due di esse giaceva la carcassa di unautomobile in condizioni alquanto peggiori rispetto a quella con cui giocavamo normalmente, che si trovava a un centinaio di metri pi in basso, ma non per questo meno allettante, anzi: da quelle parti non passava quasi mai nessuno.
Oh, lodore di quel vecchio rottame abbandonato nel bosco bagnato! Quello della stoffa sintetica di cui erano ricoperti i sedili squartati, che sapeva s di muffa, ma che risultava pungente e quasi fresco se paragonato alleffluvio greve e pesante delle foglie che stavano marcendo e che saliva dalla terra avvolgendoli da ogni lato. Le guarnizioni nere dei finestrini che si erano staccate e pendevano dalla capote come una specie di tentacoli. Tutto il vetro che quasi sbriciolato  scomparso dentro il terreno, ma che qua e l giace ancora sui tappetini, negli scomparti delle portiere o nelle intercapedini del veicolo simili a minuscoli diamanti opachi. E i tappetini neri, oh! Che quando li scuoti leggermente, unorda di creaturine striscianti corre via spaventata in tutte le direzioni. Ragni, opilionidi, oniscidi. La resistenza opposta dai tre pedali, che ormai  quasi impossibile premere verso il basso. Le gocce che cadono direttamente attraverso il parabrezza e sulla faccia ogni volta che il vento le dirotta dal loro tragitto aereo o le scuote staccandole dalle foglie pendenti dai rami che ondeggiano proprio l sopra.
Ogni tanto nei paraggi trovavamo degli oggetti, molte bottiglie, alcuni sacchetti di plastica contenenti riviste porno o di motori, pacchetti di sigarette vuoti, flaconi di plastica che un tempo contenevano liquido lavavetri, qualche preservativo, una volta avevamo trovato addirittura un paio di mutande ancora piene di escrementi. Ci sbellicammo dalle risate al pensiero che qualcuno se lera fatta addosso e poi era andato fin l per liberarsi degli slip.
A dire il vero noi avevamo labitudine di cacare nel bosco durante le nostre scorribande. Eravamo capaci di arrampicarci sugli alberi e farlo da l sopra, piazzarci in cima a una roccia e cacare di sotto sporgendoci dal bordo oppure accovacciarci sulla riva di un ruscello e cacare dentro lacqua. Tutto per vedere che cosa succedeva e come ci si sentiva. Che tipo di colore avevano gli stronzi, se erano neri, verdi, marroni, marroncini, quanto erano lunghi e spessi e che cosa avveniva quando giacevano luccicanti sul terreno, tra lerica e il muschio, se venivano assaliti da un nugolo di mosche oppure scalati dagli scarafaggi. Anche lodore della merda era pi forte, pi tagliente, pi palese nel bosco. Ogni tanto ritornavamo nei posti dove avevamo cacato per vedere come si era evoluta la situazione. Alcune volte gli escrementi erano scomparsi del tutto, altre volte erano ridotti a resti rinsecchiti, altre ancora erano spiaccicati sul terreno e sembrava che si fossero sciolti.
Ma adesso dovevamo andare a scuola e non avevamo tempo per cose del genere. Gi lungo la discesa, attraverso il parco giochi che consisteva unicamente di una struttura arrugginita fatta di uno scivolo e qualche spalliera per arrampicarsi, unaltalena e una sabbiera marcia quasi priva di sabbia. Su per il ripido pendio, lungo i cordoni del marciapiede, ed eccolo l, il B-Max appariva davanti a noi sullaltro lato della strada. La fila di cartelle in coda era gi lunga. Alcune bambine stavano giocando a elastico anche se pioveva a dirotto, altre si tenevano al riparo sotto la tettoia vicino al negozio. Ma dovera Anne Lisbet? Non cera?
.
In quello stesso istante arriv lautobus che stava risalendo il pendio. Geir e io attraversammo correndo la strada e riuscimmo a raggiungere per un soffio la fermata proprio quando il mezzo stava svoltando sullo spiazzo asfaltato davanti al supermercato. Salimmo per ultimi e ci sedemmo davanti. I vetri erano appannati per via dellumidit che ceravamo portati dietro. Molti si misero subito a disegnare nella condensa. Lautista chiuse le porte e cominci a guidare verso la strada principale, io in ginocchio sul sedile guardavo dietro. Lei non cera e fu come se ogni cosa avesse perso di significato. Adesso avrei dovuto trascorrere tutto il giorno senza vederla, e forse sarebbe stato lo stesso anche per quello successivo. Non cera neanche Solveig, quindi non era possibile scoprire se era ancora malata, n per quanto tempo.
Dieci minuti dopo lautobus si ferm davanti alla scuola, attraversammo il cortile di corsa e ci fiondammo sotto la tettoia per ripararci dalla pioggia, dove rimanemmo insieme a quasi tutti gli altri scolari fino a quando suon la campanella e ci disponemmo in fila. Conoscevo di vista la maggior parte dei bambini, solo pochi di nome e di fama. Facevamo ginnastica insieme alla sezione parallela, che era in vantaggio su di noi dal momento che erano del posto e in un certo senso giocavano in casa. Quella era la loro scuola, gli insegnanti erano i loro insegnanti, ai loro occhi noi eravamo soltanto una sorta di immigrati privi di alcun diritto. Erano anche pi irruenti di noi, nel senso che si azzuffavano di pi, davano pi problemi ed erano pi insolenti nel rispondere, perlomeno alcuni di loro, a cui soltanto ossi duri come Asgeir e John erano in grado di opporsi. Noi altri venivamo vessati a loro piacimento. Di colpo potevamo trovarci un braccio stretto intorno al collo, una spinta, ed eccoci stesi a terra. Di colpo poteva arrivarci un pugno sulla spalla, nel punto in cui faceva pi male, mentre eravamo in fila o in corridoio diretti in classe. Di colpo qualcuno poteva pestarti le dita dei piedi con il tallone quando giocavamo a calcio. Per impararono presto che con John e Asgeir non potevano fare i bulli perch loro due non esitavano a ricambiare e sapevano essere selvaggi e scatenati quanto loro. Questi bambini, che abitavano sulla parte orientale dellisola, si vestivano anche in modo diverso dal nostro, almeno alcuni. I loro indumenti erano pi vecchi e sembravano pi usati, come se non portassero soltanto abiti che avevano ereditato da un fratello, ma magari da due o forse anche tre La paura pi grande che avevamo io e Geir era che potessero sorprenderci quando eravamo nel nostro posto segreto. In realt non costituivano un problema cos grande, si trattava semplicemente di stare in guardia quando si era fuori e nella maggior parte dei casi tutto andava per il verso giusto. Forse la conseguenza pi importante fu che ci stringemmo ancora di pi luno allaltro, pensavamo a noi stessi come a ununit e allaula come a un luogo che ci garantiva una sicurezza assoluta.
Suon la campanella, ci schierammo e la Maestra, alta e sottile come sempre, apparve in cima alla scala con quella sua andatura leggermente spigolosa e quei suoi movimenti nervosi delle mani. Entrammo in classe in fila dopo aver appeso le giacche e i pantaloni impermeabili ai ganci che si trovavano allesterno e ci sedemmo subito ai nostri posti.
Anne Lisbet  malata anche oggi! disse qualcuno.
E anche Solveig".
E Vemund".
E Leif Tore, intervenne Geir.
In quel momento mi venne in mente che cosa era successo la sera prima.
Vemund  malato nella testa! esclam Eivind.
Ah ah ah!
No, no, no, comment la Maestra. Qui in classe non si parla male di nessuno. Tantopi se non ci sono!
Ieri il pap di Leif Tore era ubriaco! dissi io. La mamma ha dovuto portarli in macchina da un parente. Ecco perch oggi non c!
Shhhh, rispose la Maestra con un dito sulle labbra mentre mi guardava scuotendo la testa. Poi annot qualcosa nel suo quaderno prima di guardare la classe.
C qualcun altro assente? No? Allora cominciamo".
And a sedersi sul bordo della cattedra. Quella settimana avremmo parlato delle fattorie. Qualcuno di noi ne aveva vista una?
Oh, sollevai il braccio pi che potevo, quasi mi alzai in piedi mentre gridavo Io, io, io! Io s!
Non ero lunico ad avere qualcosa da dire sullargomento. E non fu neanche mia la mano che la Maestra indic, ma quella di Geir B.
Sono andato a cavallo a Legoland, disse.
Ma non  mica una fattoria, urlai. Io sono stato in una fattoria molte volte. La nonna e il nonno
Era il tuo turno, Karl Ove? intervenne la Maestra.
No, risposi abbassando lo sguardo.
 vero che Legoland non  una fattoria, continu. Ma nelle fattorie ci sono i cavalli, bravo Geir. Unni?
Unni, e chi era mai?
Mi girai. Oh, era quella che ridacchiava sempre. Grassottella, con i capelli biondi.
Io abito in una fattoria, disse con le guance rosse. Ma non abbiamo animali. Coltiviamo verdure. E poi pap le vende al mercato in citt".
Ma io sono stato in una fattoria con gli animali! insistetti.
Anchio! intervenne Sverre.
E io! esclam Dag Magne.
Dovete aspettare il vostro turno, sentenzi la Maestra. Tutti avranno modo di parlare".
Indic cinque bambini prima che io potessi finalmente abbassare la mano e raccontare quello che mi stava a cuore. S, la nonna e il nonno avevano una fattoria, era grande, avevano due mucche e un vitello e avevano anche le galline. Io ero andato a prendere le uova tante volte e avevo visto spesso il nonno mungere le mucche la mattina. Prima spalava il letame, poi dava loro il foraggio e poi le mungeva. Ogni tanto alzavano la coda e facevano la pip o la cacca.
Fui investito da unondata di risate. Proseguii infervorato. E una volta, aggiunsi rosso in viso, una delle mucche mi aveva pisciato addosso!
Mi guardai in giro mentre gongolavo al sentire le risate che seguirono. La Maestra non disse niente, mi lasci proseguire ma vidi che non mi credeva.
Quando tutti quelli che volevano dire qualcosa avevano avuto la possibilit di esprimersi, la Maestra lesse un brano tratto da un libro per bambini che parlava di Ola-Ola Heia. Ci fece delle domande su quello che aveva letto ignorandomi del tutto e, quando suon la campanella, mi chiese di aspettare un attimo.
Karl Ove, disse. Rimani qui, ti devo parlare".
Mi piazzai accanto alla cattedra mentre gli altri correvano fuori. Quando fummo soli, si sedette sul bordo della cattedra e mi guard.
Non tutte le cose che sappiamo degli altri le possiamo raccontare in giro, esord. Quello che hai detto per esempio sul padre di Leif Tore. Non credi che Leif Tore sia molto triste e dispiaciuto per quello che  successo?
S, risposi.
Allora probabilmente non avrebbe voluto che gli altri lo venissero a sapere. Lo capisci questo?
S, risposi mettendomi a piangere.
Esiste una cosa che si chiama vita privata, continu. Sai cos?
No, risposi tirando su con il naso.
 tutto quello che succede dentro casa, nella mia, nella vostra, in quella di tutti. Anche se uno vede quello che succede in casa di altri, non  sempre bello raccontarlo in giro. Capisci?
Annuii.
Bene, Karl Ove. Adesso basta cos, non devi prendertela. Non lo sapevi. Ora lo sai! Forza, vai".
Su per le scale, lungo il corridoio e fuori in cortile. Lasciai vagare lo sguardo sui diversi gruppetti che si erano creati. Alcune bambine stavano giocando a elastico, altre stavano saltando la corda, altre si stavano rincorrendo. In fondo al campo da calcio vidi che i maschi stavano giocando assiepati davanti alla porta pi vicina. Quasi tutta la met del campo era coperta da una enorme pozzanghera fangosa e giallastra. Geir, Geir Hkon ed Eivind erano in piedi davanti alla panca, quella vicino alla roccia su cui era piantata lasta della bandiera. Corsi verso di loro. Stavano giocando con le figurine di Geir Hkon su cui erano riprodotti vari tipi di imbarcazioni.
Hai frignato? disse Eivind.
Scossi la testa.
 il vento, risposi.
Cosa ti ha detto la Maestra?
Niente di speciale. Posso avere una figurina?
Hai frignato, insistette Eivind.
Insieme a Sverre e a me Eivind era il pi bravo della classe. Era il migliore a fare di conto, poi veniva Sverre e il terzo ero io. Io ero il pi bravo a leggere e a scrivere, poi cera Eivind e poi Sverre. Ma Eivind era molto pi veloce di me e di tutti i maschi della classe, soltanto Trond era pi veloce di lui. Io ero il numero sei. E poi era pi forte di me. Io ero quasi il pi debole, peggio di me cera solo Vemund e, dal momento che era anche il pi grasso e il pi stupido della classe, ero messo male perch nessuno lo prendeva in considerazione. Persino Trond, il pi piccolo della classe, era pi forte di me. In altezza ero il numero tre, un po pi alto di lui. Nel giocare a pallone ero il quarto in graduatoria, prima di me cerano Asgeir, Trond e John mentre Eivind era il quinto. Nel disegno ero meglio di lui, l mi batteva soltanto Geir, che era capace di ritrarre qualsiasi cosa, e Vemund. Ma se si trattava di lanciare una palla ero quasi il peggiore e anche in quel caso dietro di me cera soltanto Vemund.
Mi  entrato il vento negli occhi quando sono uscito sulla scala, spiegai. Non mi sono messo a frignare. Posso avere anchio una figurina?
La prima che pescai fu quella del S/S France, il pi grande transatlantico del mondo, che batteva in assoluto tutte le altre imbarcazioni.
Lora dopo scrivemmo alcune lettere dellalfabeto nel nostro quaderno di brutta: u come in ku, mucca, a come in lam, agnello,  come in gs, oca. Di compito dovevamo trascriverle nel quaderno di bella. La Maestra ci chiese se qualcuno di noi abitava vicino agli assenti, perch cos potevano riferire loro quello che dovevano fare per casa.
Mi resi conto della possibilit che mi si apriva soltanto nellora successiva, lultima, quella di ginnastica, mentre stavamo correndo in cerchio in quella piccola palestra. Sarei potuto andare da Anne Lisbet e dirle quello che dovevamo fare di compito! Mi sentivo caldo e frastornato dalla gioia. Finita la lezione ci vestimmo e lasciammo lo spogliatoio e mentre ci stavamo avviando verso la fermata dellautobus esposi il mio piano a Geir. Arricci il naso, fin lass da Anne Lisbet, e perch? Innanzitutto non eravamo mai stati da quelle parti e poi Vemund abitava proprio l. Non poteva andarci lui? Non capisci niente, gli dissi. Il punto  proprio questo, che lo facciamo noi!
La tir ancora per le lunghe, ma dopo che ebbi insistito un po si dichiar pronto ad accompagnarmi.
Invece di scaricare tutti davanti al B-Max, quella mattina lautobus pass per la zona residenziale e ci lasci lungo il tragitto. Ogni tanto lo faceva, e tutte le volte la scena era degna di nota perch quel mezzo gigantesco non si addiceva a quelle strade strette dove troneggiava simile a un transatlantico che attraversava un canale. In piedi sul marciapiede lo osservammo mentre proseguiva su per il pendio: con quelle nubi di gas di scarico denso e pesante che lasciava dietro di s, dava limpressione di gemere dalla fatica.
Vengo io su da te o tu gi da me? chiesi.
Tu da me, rispose Geir.
Okay, dissi prima di imboccare il vialetto che naturalmente e fortunatamente era vuoto. Non pioveva pi, ma tutto quello che vedevo era bagnato. Sulla parete esterna della casa di colore marrone scuro lumidit aveva formato grandi superfici nere, sulla veranda davanti alla porta dingresso tutte le piccole intercapedini del muro erano piene dacqua, sulla vanga appoggiata alla parete le gocce tremolavano sul manico. Abbassai la cerniera della giacca ed estrassi la chiave per vedere se forse oggi me la sarei cavata meglio. Accadde la stessa cosa, la chiave scivol nella toppa, ma il cilindro della serratura su cui doveva girare rimase bloccato. Sbirciai in direzione della strada. Nessuno. Mi diressi verso il bidone della spazzatura accanto al recinto, tolsi il sacco nero, pieno a met, e lo appoggiai per terra, afferrai il bidone per i manici e lo sollevai. Era pi pesante di quello che pensavo e dovetti fare pi soste prima di riuscire a raggiungere la casa. Nessuno in vista. Pass unautomobile, ma non era nessuno che conoscevo, cos, arrancando a fatica sul prato, appoggiai il bidone sotto la finestra. Mi ci arrampicai sopra, sollevai lanta e infilai la testa e le spalle. La sensazione di perdere il controllo, dal momento che non ero in grado di vedere nulla intorno a me, ma soltanto la stanza vuota di fronte, buia e calda, mi riemp di panico. Mi girai e mi contorsi e quando ebbi met del corpo allinterno, afferrai il tubo di metallo della caldaia e a forza riuscii a tirarmi dentro.
Gi sul pavimento, via gli stivali che mi tolsi prima di attraversare il corridoio e rimisi nellingresso, vai con la porta e fuori di nuovo davanti alla casa. In preda alla paura e alleccitazione guardai verso il pendio. Nessuna automobile, niente. Se soltanto si fosse tenuto alla larga per i due minuti successivi e non fosse rientrato perch si era dimenticato qualcosa o perch si era ammalato, cosa che non succedeva mai, pap non era mai malato, tutto sarebbe filato liscio.
Emisi un piccolo singhiozzo di gioia. Mi affrettai ad andare a prendere il bidone della spazzatura, a riportarlo al suo posto, a infilarci il sacco, a rimetterlo con cura intorno al bordo e infine a correre nuovamente sotto la finestra. Con terrore notai che il bidone aveva lasciato delle tracce sul prato. Erano anche segni piuttosto profondi. Ci passai sopra la mano cercando di sistemare lerba in modo da ricoprire i punti dove il contenitore era sprofondato nel terreno fangoso lasciando dei piccoli solchi. Mi rialzai per osservare.
Erano visibili.
Forse se uno non lo sapeva, erano pi difficili da notare?
Pap vedeva tutto, se ne sarebbe accorto.
Mi accovacciai nuovamente cercando di ricomporre i fili.
Cos.
Poteva bastare.
Se lo avesse scoperto, avrei sempre potuto negare. Mica gli sarebbe venuto in mente che io avevo trascinato il bidone fin sotto la finestra e dopo essermici arrampicato sopra, mi ero infilato l dentro? No, se lavesse notato, sarebbe rimasto un mistero, qualcosa di completamente incomprensibile e se io fossi soltanto riuscito a negare mantenendo un tono di voce normale e unespressione del viso solita, non avrebbe avuto nessun elemento in base a cui procedere.
Mi asciugai le mani umide e sporche sulla coscia e salii in camera con la cartella. Dopo aver aperto lanta dellarmadio, stavo per mettermi la camicia bianca pensando che Anne Lisbet lavrebbe apprezzata, quando ritornai in me e ci rinunciai pensando al caso in cui a pap fosse venuto in mente di chiedermi il motivo per cui mi ero cambiato e allora sarei andato a infognarmi dentro una matassa di spiegazioni che lui avrebbe dipanato facilmente.
Cos chiusi a chiave la porta dingresso, mi arrampicai sulla caldaia, mi girai, sporsi fuori i piedi e mi lasciai cadere lentamente fino a quando mollai la presa e atterrai con un tonfo.
Su in piedi velocemente e via di corsa lungo il vialetto facendo finta di niente.
Comunque neanche in quel momento si vedevano auto. In fondo allincrocio cerano John Beck, Geir Hkon, Kent Arne e yvind Sundt. Quando mi notarono, mi vennero incontro in bicicletta. Rimasi fermo ad aspettarli.
Hai sentito la notizia? disse Geir Hkon frenando proprio davanti a me.
Che cosa?
Stamattina un operaio della Vindholmen  stato segato in due da un cavo dacciaio".
Segato?
S, conferm John Beck. Il cavo si  rotto mentre stavano tirando unimbarcazione. Una estremit lo ha centrato in pieno e lo ha tagliato in due. Lha detto pap. Hanno avuto il permesso di assentarsi dal lavoro per il resto della giornata".
Vidi davanti a me limmagine di un uomo a bordo di un rimorchiatore che veniva tranciato a met, la parte superiore, quella con la testa e le braccia, che rimaneva eretta accanto allaltra, quella con le gambe.
Hai ancora la bicicletta bucata? chiese Kent Arne.
Annuii.
Puoi sederti sulla mia".
Sto andando da Geir. E voi?
Geir Hkon si strinse nelle spalle.
Gi alle barche forse?
E voi invece? domand Kent Arne.
A portare i compiti, risposi.
E a chi, se si pu sapere? chiese Geir Hkon.
Vemund".
Bazzicate quello l?
No, risposi. Soltanto oggi. Ma adesso devo scappare".
Corsi su per il pendio e chiamai ad alta voce Geir che usc subito con in mano una fetta imburrata.
Venti minuti dopo stavamo passando nuovamente davanti al B-Max percorrendo questa volta un tratto pianeggiante che dopo la curva cominciava a salire verso il punto pi alto di quella zona residenziale da cui partiva la via dove abitavano Anne Lisbet, Solveig e Vemund. Era possibile raggiungerla anche camminando in direzione opposta a quella che avevano preso perch quella strada che collegava tutte le traverse e i diversi assembramenti di case che facevano parte di quel quartiere formava una specie di anello che includeva anche la nostra strada. Come se questo non bastasse, la via principale ne formava a sua volta uno che comprendeva tutta lisola. Quindi noi abitavamo in un cerchio dentro un cerchio dentro un altro cerchio. A cento metri di distanza dal supermercato si snodavano parallelamente altre due strade, ma non era possibile vederle entrambe perch erano separate da una piccola parete rocciosa, alta forse dieci metri, che era stata inglobata allinterno di un muro. Sopra questo muro cera una rete metallica verde che fungeva da recinzione al di l della quale si apriva una pietraia e soltanto dopo questa pietraia cera la strada che stavamo seguendo. Anche se non potevamo vedere le auto che sfrecciavano sotto di noi, eravamo in grado di sentirle. I rumori prodotti dalle automobili erano eccitanti e noi scendemmo fino alla recinzione. Prima le sentimmo sotto forma di un leggero brusio nellattimo in cui risalivano il pendio dalla stazione di servizio della Fina, poi il suono si fece sempre pi forte fino a quando le udimmo sfrecciare sotto di noi con il rombo del motore ingigantito e riflesso dalla parete in muratura. Decidemmo di lanciare delle pietre addosso alle auto. Dal momento che non potevamo vederle, si trattava di calcolare con esattezza i rumori. Raccogliemmo ognuno un sasso e aspettammo larrivo della vettura successiva. I sassi erano grossi, pi grandi delle nostre mani, ma non cos pesanti da impedirci di lanciarli oltre la rete da cui precipitavano per dieci metri fino a cadere sulla carreggiata. Avrebbe cominciato Geir. Lanci esattamente nellattimo in cui lautomobile era sotto di noi e ovviamente sbagli, sentimmo il tonfo sordo e leggero del sasso quando atterr sullasfalto prima di rotolare via. Quando venne il mio turno, lo scagliai invece troppo presto e, quando colp lasfalto, lauto era forse a cinquanta metri di distanza.
Lungo il marciapiede stava arrivando una donna che teneva un sacchetto della spesa in ogni mano. Si ferm e si rivolse a noi anche se non lavevamo mai vista prima.
Che cosa state facendo laggi? disse.
Niente di speciale, rispose Geir.
Vedete di venire su, continu. L  ripido e pericoloso".
Riprese a camminare senza mollarci con lo sguardo, cos decidemmo che era meglio fare come diceva e risalimmo.
Tenendoci in equilibrio sui cordoni del marciapiede arrivammo fino alla casa di Vemund. Davanti a essa sua sorella stava giocando inginocchiata nella sabbiera. La giacca e i pantaloni impermeabili che indossava erano gialli, il secchiello blu e la paletta verde.
Passiamo prima da Vemund? chiese Geir.
Niente affatto, risposi. Cominciamo da Anne Lisbet".
Il suono di quel nome era carico di elettricit, migliaia di circuiti crepitanti si aprivano dentro di me quando lo pronunciavo.
Cosa c? disse Geir.
Cosa?
Sei cos strano".
Strano, io? No, perch?
Dopo aver fatto qualche passo lungo la strada, su un lato inondata da una pellicola dacqua che colava verso il basso ed era tanto sottile che sembrava quasi tremolare pi che scorrere, fummo in grado di vedere il lato pi corto dellabitazione in cui viveva Anne Lisbet. La casa si trovava su una leggera altura, con un prato antistante e il bosco sul retro. Una finestra al piano superiore era illuminata, forse era l che aveva la sua cameretta? Sullaltro lato della strada cera labitazione di Myrvang e quella dove viveva Solveig, sotto di loro cera il bosco, verde, scuro e bagnato. Le superammo, la strada finiva in un piccolo spiazzo coperto di ghiaia e circondato da alberi dove era possibile fare inversione. Da l si apriva il vialetto che portava alla casa di Anne Lisbet. Sopra la porta dingresso era accesa una lampada.
Suoni tu il campanello? dissi mentre ci trovavamo davanti alluscio.
Geir si allung e premette il pulsante. Il mio cuore tremava. Pass qualche secondo. Poi la madre apr la porta.
 in casa Anne Lisbet? chiesi.
S, rispose.
Siamo suoi compagni di scuola, spieg Geir. Le abbiamo portato i compiti".
Che gentili. Volete entrare?
Aveva i capelli chiari e gli occhi azzurri, cos diversa da Anne Lisbet, ma era anche lei piacevole a vedersi.
Anne Lisbet! grid. Ci sono i tuoi compagni di classe!
Arrivo! url lei da lass.
Non  malata? chiesi.
La madre scosse la testa.
Adesso non pi. Labbiamo tenuta a casa ancora un giorno per sicurezza".
Ah, ecco, dissi. Si sentirono dei passi sulle scale e apparve Anne Lisbet. In mano teneva una fetta di pane imburrata e ci sorrise con la bocca piena di cibo.
Ciao! esclam.
Pensavamo che tu fossi malata, commentai.
Ti abbiamo portato i compiti, aggiunse Geir.
Indossava un maglione bianco a collo alto con dei disegni rossi e un paio di pantaloni blu. La pelle delle labbra era bianca di latte.
Venite fuori a giocare? propose.  tutto il giorno che sono tappata in casa. E anche ieri".
Volentieri, risposi. Vero, Geir?
S, disse Geir.
Anne Lisbet si infil gli stivali bianchi e la giacca impermeabile rossa. La madre sal le scale.
Ciao, mamma! grid prima di uscire di corsa. La rincorremmo.
Che cosa facciamo? chiese, si era fermata nel punto in cui finiva la ghiaia prima di girarsi di colpo verso di noi. Andiamo da Solveig?
E cos fu. Solveig usc, Anne Lisbet sugger di giocare a elastico, cos di colpo io e Geir ci trovammo con un elastico intorno alle gambe mentre Solveig e Anne Lisbet saltavano e ballavano avanti e indietro eseguendo dei passi complicati che padroneggiavano alla perfezione. Quando tocc a me, Anne Lisbet mi mostr cosa dovevo fare. Mi appoggi una mano sulla spalla e fui percorso da un brivido. I suoi occhi scuri scintillavano. Scoppi a ridere ad alta voce quando non ci riuscii e, oh, sentii lodore dei suoi capelli, mi accarezzarono quasi il viso.
Era meraviglioso. Tutto era meraviglioso. Sopra di noi il cielo prese ad addensarsi, una sfumatura bluastra, quasi nera, comparve in tutto quel grigio, sembrava che sopra il bosco si fosse formata una parete, poco dopo cominci a piovere. Ci tirammo su il cappuccio della giacca impermeabile, la ghiaia scricchiolava sotto i nostri piedi, la luce del lampione che si trovava in fondo allo spiazzo si accese di colpo. Un attimo dopo unautomobile risal lentamente la strada.
 pap! esclam Anne Lisbet.
La macchina, una Volvo station wagon, si ferm in fondo al vialetto e scese un uomo grande e massiccio, con la barba nera. Le fece un cenno di saluto con la mano, lei corse verso di lui che si chin per abbracciarla prima di entrare in casa.
Adesso  ora di cena, ci spieg. Che cosa c di compito?
Glielo dissi. Dopo aver annuito, ci salut e si dilegu.
Anchio devo andare, disse Solveig con quei suoi occhi melanconici mentre ripiegava lelastico.
Anche noi, commentai.
Quando raggiungemmo lincrocio, proposi di fare di corsa tutto il tragitto fino al supermercato. E cos facemmo. Arrivati l Geir sugger di seguire la Grevlingveien per tornare a casa e di non passare dal bosco, ma prendere la strada principale gi fino a Holtet. E cos facemmo. Da l partiva un sentiero che attraversava una leggera altura e finiva poi sulla via che univa ad anello tutto il quartiere. Proseguimmo, ma nel momento in cui avevamo percorso qualche metro avvenne qualcosa di strano. Lautobus stava scendendo lungo la discesa, io mi girai distinto e seduto accanto al finestrino, a pochi metri da me e alla stessa altezza, cera Yngve!
Cosa stava combinando? Stava andando in citt? Adesso? A fare cosa?
Era Yngve, dissi. Era sullautobus".
Ah, s, rispose Geir, senza mostrare particolare interesse. Attraversammo il prato antistante della casa che si trovava in quel punto e sbucammo sulla via.
Lass  stato davvero divertente, comment Geir.
S. Ci ritorniamo pi tardi?
S, rispose. Ma forse  meglio non dirlo a nessuno, non credi? Sono femmine".
No, in effetti non  il caso".
Dalla cima del pendio vidi lauto di pap parcheggiata davanti a casa nostra. Anche il padre di Geir era tornato. Erano insegnanti e finivano di lavorare prima degli altri padri.
In quel momento pensai al bidone della spazzatura che avevo usato per entrare in casa.
Facciamo qualcosaltro? chiesi. Andiamo da qualche altra parte? Dove c laltalena appesa allalbero?
Geir scosse la testa.
Piove troppo. E ho fame. Vado a casa".
Okay. Ciao".
Ciao, disse prima di entrare e sbattere la porta con tanta forza da far tintinnare il vetro. Lanciai unocchiata in direzione dellabitazione dei Gustavsen. La luce della cucina era accesa. Erano tornati a casa o cera soltanto il padre? Avevano il garage, quindi era impossibile stabilire se ci fosse o meno lauto.
Dopo essermi girato, alzai lo sguardo verso il pendio. Il pap di Marianne sollev il coperchio del bidone della spazzatura prima di gettarci dentro un sacchetto di plastica richiuso con un nodo. Indossava una giacca di lana e non si era fatto la barba. Sembrava sempre arrabbiato, ma io non sapevo se in realt lo fosse per davvero, non avevo mai parlato con lui n avevo mai sentito voci al riguardo. Faceva il marinaio ed era via per la maggior parte del tempo. Quando finalmente era a casa, non si muoveva da l.
Chiuse la porta senza accorgersi di me.
Dallincrocio stava arrivando un camion giallo ed enorme che sul pianale trasportava sassi. Il terreno trem leggermente mentre passava. Un fumo denso si lev dal tubo di scappamento anteriore.
Una volta Yngve mi aveva mostrato la foto del pi grande veicolo del mondo. Si trovava in un libro che parlava del progetto Apollo e che aveva preso in prestito in biblioteca. Tutto quello che aveva a che fare con quel mezzo non aveva eguali in grandezza e dimensioni a livello mondiale. Era stato costruito appositamente per trasportare per qualche chilometro il razzo fino al punto in cui sarebbe stato lanciato nello spazio. Per era lento tanto quanto era grande, quindi procedeva con la stessa velocit di una lumaca, spieg Yngve.
Tuttavia la parte pi eccitante era rappresentata dal lancio in s. Ero capace di osservare quelle foto in continuazione. Una volta lo avevo visto anche alla tv. Forse uno si aspettava che il razzo venisse lanciato dalla rampa a velocit enorme, ma invece non fu cos, anzi, si sollev piuttosto lentamente per i primi metri, le fiamme e il fumo che uscivano da sotto formavano una specie di cuscino su cui sembr riposarsi per un attimo prima di muoversi verso laltopiano, quasi vacillando, con un boato enorme che si poteva sentire a parecchi chilometri di distanza. Poi si libr in aria sempre pi rapidamente fino a raggiungere quella velocit pazzesca che tutti si erano immaginati, e schizzare nel cielo blu cristallo come una freccia o un fulmine.
A volte pensavo che avrebbero dovuto lanciarne uno qui dal bosco. Nascosto dietro la parete rocciosa, sarebbe stato eretto in segreto e un giorno lo avremmo visto librarsi lentamente, cos lentamente, sopra gli alberi, bianco e nitido su tutto quel verde e quel grigio, con una nuvola di fiamme e di fumo sotto di s, per poi rimanere come sospeso per un attimo prima di acquistare velocit e salire sempre pi rapidamente verso il cielo mentre il tuonare dei suoi enormi motori rimbalzava e penetrava tra le pareti delle nostre abitazioni.
Era un bel pensiero.
Mi diressi quasi correndo verso casa, calpestai la ghiaia del vialetto e raggiunsi la porta dingresso, laprii e stavo per togliermi le scarpe sullo zerbino, quando pap spunt in corridoio dal suo studio.
Alzai rapidamente lo sguardo verso di lui.
Non sembrava particolarmente arrabbiato.
Dove sei stato? mi domand.
Ho giocato con Geir, risposi.
Non  quello che ti ho chiesto. Dove sei stato".
Eravamo dalle parti del B-Max, dissi. L dietro".
Ah. E che cosa ci facevate l?
Niente di speciale. Abbiamo giocato".
Adesso ci devi ritornare, continu. Ci servono le patate. Pensi di essere capace di andare a comprarle?
S, risposi.
Estrasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni e prese una banconota.
Fammi vedere le tasche, disse.
Mi raddrizzai e spinsi i fianchi in avanti.
Mi porse la banconota.
Mettitela in tasca e sbrigati".
S, risposi. Ritorn nel suo studio, mi rimisi gli stivali, chiusi con cautela la porta dietro di me e mi misi a correre su per il pendio.
Yngve torn a casa poco prima della cena e riusc a svignarsela in camera sua prima che pap gridasse che era pronto. Aveva preparato braciole e cipolla fritta e aveva fatto bollire il cavolfiore e le patate. La mamma ci disse che avremmo avuto una donna delle pulizie, una signora anziana di nome Hjellen, una volta alla settimana, che avrebbe cominciato gi quel pomeriggio. La mamma laveva chiamata dal lavoro, spieg, le era sembrata gentile. Sapevo che pap era contrario, laveva detto una volta, invece adesso rimase in silenzio, cos capii che doveva aver cambiato idea.
Ero felice che arrivasse. Le poche volte che avevamo ricevuto visite era sempre stato divertente, forse perch quelli che venivano da noi riempivano la casa di qualcosa di nuovo e diverso. E poi cera anche il fatto che dedicavano sempre una certa attenzione a me e a Yngve. Ah, sono questi i vostri due figli, potevano dire anche se non ci avevano mai visto prima, come sono cresciuti, esclamavano anche se non ci avevano mai visto prima, e ogni tanto capitava anche che ci facessero delle domande, per esempio se andava tutto bene a scuola o con il calcio.
Finito di mangiare, sgusciai in camera di Yngve. Prese un nastro dal portacassette, era degli Status Quo, Piledriver, e lo infil nel registratore.
Prima ti ho visto sullautobus, dissi. Dove stavi andando?
In citt, rispose.
Si sdrai sul letto e cominci a leggere un giornalino.
E che cosa ci sei andato a fare?
Non scocciare, rispose. Dovevo comprare un ricambio della bicicletta".
 rotta?
Annu. Poi mi guard.
Non dirlo a nessuno. Neanche alla mamma".
Te lo giuro, risposi.
 su da Frank. Il pezzo che tiene fissato il manubrio, sai, si  staccato di netto. Ma suo padre mi ha promesso di ripararmelo. Quello di ricambio arriva domani".
Pensa se ti vedeva pap, dissi. In citt? O se ti vedeva qualcuno che lo conosce?
Yngve si strinse nelle spalle e riprese a leggere. Andai in camera mia. Dopo un po suonarono alla porta, aspettai che la mamma fosse gi nel corridoio prima di uscire dalla mia stanza. Subito dopo sal per le scale una signora di una certa et, rotondetta o forse piuttosto robusta, con i capelli grigi e gli occhiali.
Questo  Karl Ove, disse la mamma. Il pi giovane".
Feci un cenno del capo. Lei sorrise.
Io sono la signora Hjellen. Diventeremo sicuramente buoni amici".
Mi appoggi una mano sulla spalla. Sentii il calore diffondersi in tutto il corpo.
Il maggiore, Yngve,  in camera sua, spieg la mamma.
Vado a chiamarlo? domandai.
La mamma scosse la testa. Non  il caso".
Si mise a mostrarle la casa e io ritornai in camera mia. Fuori stava facendo buio. La pioggia crepitava piano sul tetto e contro il muro. Si sentiva un brusio e un gorgogliare provenire dalle grondaie. Grosse gocce di pioggia colpivano il vetro della finestra prima di scivolare verso il basso seguendo delle traettorie impossibili da prevedere. I fari di unautomobile si abbatterono sul pino davanti alle cassette della posta. Era Jacobsen che stava tornando dal lavoro. Le cassette verdi e la struttura di metallo su cui erano appese scintillarono silenziose al bagliore. No, no, dicevano. Niente luce, niente luce. Mi sdraiai sul letto e cominciai a pensare ad Anne Lisbet. Lindomani saremmo tornati l. Ma prima lavrei vista a scuola! Ed era sufficiente vederla, non avevo bisogno di altro perch la felicit si diffondesse in ogni angolo del mio corpo. Un giorno le avrei chiesto se voleva mettersi con me. Un giorno sarei stato nella sua camera e lei nella mia. Anche se non avevo il permesso di portare nessuno nella mia stanza, lei ci sarebbe venuta, ci sarei riuscito. A costo di arrampicarmi e intrufolarmi attraverso la finestrella nella parete!
Andai a sedermi alla scrivania, tirai fuori i libri dalla cartella e mi misi a fare i compiti. La signora Hjellen se ne and e poi sentii Yngve sparire in cucina. Era luned e come ogni luned aveva preso labitudine di preparare scones e waffel per la sera. Di solito mi sedevo anchio in cucina con la mamma mentre lui cucinava, l dentro faceva caldo, il profumo era buono e parlavamo del pi e del meno. Quando Yngve aveva finito, mangiavamo gli scones con il burro che si scioglieva, e il brunost, o i waffel con burro e zucchero, che si scioglievano anche loro, e bevevamo t con latte. Ogni tanto, ma non spesso, si aggregava anche pap. Nella maggior parte dei casi riscendeva quasi subito nel suo studio.
Feci i compiti in un baleno, conoscevo gi le lettere dellalfabeto, si trattava soltanto di scarabocchiarne abbastanza, poi andai anchio in cucina. Il forno vuoto era acceso. Con le maniche arrotolate e il grembiule fin sul petto, Yngve stava mescolando dentro una ciotola che si trovava sul ripiano con un cucchiaio di legno. La mamma stava lavorando a maglia.
Ti manca tanto? le chiesi sedendomi al mio posto.
Ancora un giorno o due, rispose tirando il gomitolo come se fosse seduta su una barca a pescare con la mosca. Dipende da quanto riesco a fare".
Oggi io e Geir siamo andati fin su da Anne Lisbet e Solveig, raccontai.
Ah, s? comment la mamma. E chi sono? Delle vostre compagne di scuola?
Annuii.
Adesso ti sei messo a giocare con le femmine? intervenne Yngve.
S, e allora? dissi.
Sei innamorato o cosa?
Riluttante guardai prima la mamma e poi Yngve.
Credo di s, risposi.
Yngve scoppi a ridere.
Ma hai soltanto sette anni! Non puoi mica innamorarti a quellet!
Non devi ridere, Yngve, disse la mamma.
Yngve arross e prese a fissare con espressione dura la ciotola che aveva davanti a s.
I sentimenti sono sentimenti, a sette come a settantanni. Sono sempre importanti".
Ci fu una pausa.
Ma tanto finir tutto in niente! insistette Yngve.
In questo forse hai ragione, continu la mamma. Ciononostante si pu provare qualcosa per gli altri, no?
Tu eri innamorato di Anne, intervenni.
Non  vero, replic lui.
Lavevi detto tu".
Va bene, basta cos, disse la mamma. Come va con limpasto,  pronto?
Penso di s, rispose Yngve.
Posso dare unocchiata? domand la mamma prima di riporre il lavoro a maglia nel cestino che aveva accanto ai piedi e alzarsi.
Ti va di ungere la piastra di burro, Karl Ove?
Tolse il padellino dal fornello e mi porse un pennello, prese la piastra dallultimo cassetto della cucina. Il burro era cotto, lo si vedeva dal colore: dentro quel giallo pallido cerano tante piccole insenature e alcune grandi lagune di marrone chiaro. Se si scaldava lentamente il burro, la tinta si faceva pi densa e pura. Immersi il pennello nel pentolino prima di ungere la piastra. Quel burro sciolto piano piano e portato a cottura poteva far gonfiare e rapprendere il pennello, cos bisognava passarlo con decisione pi che spennellare la superficie, inoltre era pi facile distribuire la parte pi liquida e marroncina. Mi ci vollero dieci secondi, poi la piastra era pronta. Tornai di nuovo a sedermi e Yngve cominci a preparare gli scones. Al pianterreno si sent il rumore di una porta. Un attimo dopo i passi pesanti di pap risuonarono sulle scale. Mi raddrizzai sulla sedia. La mamma and nuovamente a sedersi, appoggi il lavoro a maglia sulle ginocchia prima di alzare lo sguardo verso la soglia su cui si ferm pap.
Vedo che si lavora a pieno ritmo, comment mentre infilava i pollici nei passanti della cintura e si tirava su i pantaloni. Allora tra poco si mangia, giusto?
Tra un quarto dora, rispose la mamma.
Quelli che stai preparando sono scones, Yngve? domand pap.
Yngve annu senza alzare lo sguardo.
S, s, disse pap. Si gir e and in soggiorno. Il pavimento cigol appena sotto di lui. Si ferm davanti al televisore e, dopo averlo acceso, si sedette nella poltrona di pelle marrone.
Conoscevo quella voce. Era del conduttore di un programma di medicina. Leggermente roca, come se fosse arrugginita, proveniva da un volto che sembrava sempre reclinato, come se stesse parlando rivolto al soffitto mentre gli occhi guardavano verso il basso come per dirigere la voce al posto giusto.
Mi alzai e andai in soggiorno.
Lo schermo mostrava unapertura fatta di pelle, sangue e carne circondata da una stoffa blu.
 unoperazione chirurgica? chiesi.
Eh, s, rispose pap.
Posso guardare?
S, penso che non ci sia niente di male".
Mi sedetti allestremit del divano. Si poteva vedere dentro il corpo. Allinterno cera una specie di cavit a forma di imbuto tenuta aperta da una serie di pinze metalliche e formata da strati di carne su cui sembrava che il sangue fosse appena colato via e in fondo spiccava un organo luccicante simile a una membrana, anchesso chiazzato di sangue, il tutto era illuminato da una luce molto forte, quasi bianca. Un paio di mani infilate dentro dei guanti di gomma armeggiavano l dentro con movimenti esperti. Ogni tanto limmagine televisiva si ingrandiva. E allora si capiva che quella specie di cavit a imbuto era stata aperta allinterno di un essere umano steso su un tavolo operatorio, completamente coperto da una stoffa bluastra simile alla plastica e che le mani erano quelle di un medico che costituiva il fulcro di unquipe formata da cinque persone, tutte vestite di verde, le due in mezzo chine su quel corpo sotto una lampada che assomigliava a una lucertola, accanto a loro gli altri tre con vassoi pieni di strumenti e di tante altre cose che non conoscevo.
Pap si alz.
No, non  possibile trasmettere dei programmi cos, comment. Mandarli in onda di luned sera!
Ma io posso guardarlo?
S, certo, rispose prima di avviarsi verso la scala.
La membrana sul fondo pulsava. Il sangue vi afflu ed essa lo respinse, sembr quasi sollevarsi nello sforzo, fino a quando il sangue la inond nuovamente ed essa lo respinse ancora, gonfiandosi come prima.
Di colpo mi resi conto che quello che stavo vedendo era il cuore.
Che cosa terribilmente triste.
Non perch il cuore battesse senza potervi rifuggire, non era questo. Piuttosto perch non si doveva vederlo, doveva palpitare in segreto, lontano dai nostri occhi, era cos evidente, lo si capiva quando lo si vedeva, un animaletto senza occhi, costretto a battere e martellare dentro il petto solo per se stesso.
Ma io continuai a guardare. I programmi di medicina erano quelli che preferivo, e soprattutto i pochi in cui mostravano degli interventi. Era da tempo che avevo deciso che da grande avrei fatto il chirurgo. Mamma e pap lo raccontavano spesso agli altri, sicuramente pensando che fosse qualcosa di divertente visto che ero cos piccolo, invece io parlavo sul serio, era proprio quello che volevo fare da grande, aprire la gente e operarla. Dipingevo e disegnavo spesso interventi chirurgici in cui si vedevano il sangue, i bisturi, le infermiere e le lampade, la mamma mi aveva chiesto pi volte il motivo per cui io disegnassi e dipingessi tutto quel sangue, chiedendomi se invece non potevo ritrarre e colorare qualcosaltro, per esempio le case, lerba, il sole, certo che avrei potuto, ma non era quello che volevo. Sommozzatori, velieri e operazioni chirurgiche erano esattamente quello che io volevo disegnare e dipingere, non case, erba e soli.
Quando Yngve era piccino e abitavano a Oslo, aveva detto che da grande voleva fare il netturbino. La nonna citava spesso quelle parole ridendo sempre di gusto. Con lo stesso spirito diceva che da piccolo pap voleva diventare un uomo tuttofare. La cosa la divertiva a tal punto che le scendevano le lacrime anche se sicuramente aveva gi ripetuto quelle battute centinaia di volte. Che io invece volessi fare il chirurgo non era altrettanto divertente, era indice di qualcosaltro, del resto quando lo avevo detto ero molto pi vecchio di quando Yngve se nera uscito con lidea di fare lo spazzino.
Passo dopo passo tutte le pinze e i tubi furono tolti da quella cavit a imbuto presente dentro il corpo. Poi apparve limmagine del conduttore del programma che si mise a parlare di quello che avevamo appena visto. Mi alzai e tornai in cucina, dove gli scones si stavano raffreddando su un vassoio appoggiato sopra i fornelli, accanto cera una pentola piena di acqua fumante per il t mentre la mamma stava apparecchiando la tavola con i piatti, le tazze, i coltelli e tutto quello che cera di spalmabile.
Il giorno dopo la temperatura si era abbassata notevolmente e aveva smesso di piovere. Gli scarponcini dellanno prima erano diventati piccoli e la mamma tir fuori delle calze di lana molto spesse che potevo infilarmi mentre usavo gli stivali di gomma. La giacca a vento blu mi andava ancora bene, cos la misi per la prima volta dallinverno precedente. E poi un berretto blu che non appena mi trovavo a distanza ragionevole da casa mi calavo sulla fronte in modo da formare una specie di tetto nero davanti agli occhi. Anne Lisbet indossava una giacca a vento azzurra, dalla stoffa liscia e lucida, al contrario della mia che era leggermente opaca e ruvida, un berretto bianco da cui spuntavano i capelli neri, una sciarpa bianca, i pantaloni blu e un paio di scarponcini nuovi, rossi e scintillanti. Era insieme alle altre bambine e non guard verso di me quando io le guardai.
Il colore della sua giacca a vento era davvero bello.
Ne volevo anchio una cos.
Quando arrivammo a scuola e tutti avevano lasciato le cartelle una allineata allaltra, riuscii a convincere Geir a fregare loro i berretti. Lui avrebbe preso quello di Solveig, io quello di Anne Lisbet. Era girata di schiena e quando glielo strappai si volt con un gridolino. Attesi che il suo sguardo incrociasse il mio, poi mi misi a correre. Non correvo cos forte da impedirle di raggiungermi, ma neanche cos piano che tutti avrebbero notato che io laspettavo.
I suoi passi risuonarono sullasfalto dietro di me.
Poi allarg le braccia e mi abbracci!
Oh! Oh! Oh!
Premette la sua giacca a vento spessa e meravigliosa contro la mia, sorridendo mi grid dammelo, dammelo e io non avevo nessuna voglia di prolungare quellistante tenendo il berretto sospeso sopra di lei, la gioia che provavo dentro di me era troppo grande, cos glielo restituii subito, rimasi perfettamente immobile e la vidi mentre se lo infilava e si allontanava.
Poi si gir e mi sorrise!
E i suoi occhi, oh, i suoi occhi, cos neri e belli, brillavano!
Fu come entrare in una dimensione luminosa e scintillante dove tutto quello che esisteva allesterno sbiadiva perdendo di significato. Suon la campanella e noi ci incamminammo in fila su per le scale e attraverso il corridoio, ci sedemmo ai nostri banchi, tirammo fuori i libri. E io feci quello che dovevo, ascoltai quando dovevamo farlo, parlavo come ero solito fare, disegnai i miei relitti affondati e i subacquei che nuotavano con le pinne ai piedi, mangiai le mie fette di pane imburrate e bevvi il mio latte, giocai a pallone nellintervallo, mi sedetti accanto a Geir e cantai in autobus diretto verso casa, corsi in mezzo al gruppo con la cartella che sobbalzava sulle spalle gi per lultima discesa, per tutto il tempo presente sia con il corpo sia con lanima, eppure no, perch di colpo in me esisteva un nuovo cielo, sotto la cui volta persino i pensieri e i gesti pi noti sembravano nuovi.
Quando quel giorno ci recammo da lei, Anne Lisbet era insieme a un gruppo di bambini sullo spiazzo davanti a casa. Due di loro stavano facendo girare a tempo e in modo meccanico una corda. Quando la fune colpiva il terreno come una frusta, uno per uno si infilavano, saltavano su e gi qualche volta prima di uscire con la stessa rapidit con cui erano entrati, sostituiti immediatamente dal successivo. Lei indossava lo stesso berretto e la stessa sciarpa e ci sorrise quando ci fermammo davanti a loro.
Forza, venite anche voi! disse.
Ci mettemmo in fila. Io desideravo tanto farle una buona impressione, scivolare con facilit dentro quella specie di centrifuga disegnata dalla corda, ma riuscii a eseguire soltanto due salti prima che andasse a sbattere sul polpaccio e dovetti cedere il posto. Geir, che non era molto coordinato nei movimenti e le cui braccia e gambe si agitavano senza controllo, stranamente se la cav piuttosto bene. Salta, salta, salta, salta, salta  poi si lanci fuori con cos tanta forza e determinazione da dover fare qualche passo dappoggio in pi per non cadere, alla stregua di un corridore che sul traguardo si butta contro il nastro.
Adesso lei avrebbe creduto che Geir era meglio di me.
Quel pensiero cupo svan listante dopo quando fu il turno di Anne Lisbet. Con un balzo si posizion al centro mentre la corda continuava a girare e cominci a muoversi come in una danza, con estrema bravura, poggiando prima il peso su un piede e poi sullaltro mentre guardava davanti a s come se la testa non avesse nulla a che vedere con quello che faceva il resto del corpo. Ma nellistante in cui salt fuori e non fu pi costretto a concentrarsi, la persona verso cui diresse lo sguardo e a cui sorrise, fui io. Hai visto! diceva il suo sorriso. Mi hai visto!
Lacqua che copriva la maggior parte degli avvallamenti che si erano formati sulla superficie dello spiazzo intorno a noi era quasi gialla. Nelle pozzanghere pi piccole era di colore verdastro, quasi come la ghiaia circostante, solo leggermente pi chiara. E pi lucida, ovviamente. Si sentiva il fruscio di un torrente provenire dallinterno del bosco. Oltre al rumore sordo di un macchinario. Non ero mai stato l, cos mi avvicinai al bordo per vedere di sotto. Dalla casa sopra di me, che si trovava al limitare del bosco, si apriva una pietraia abbastanza larga e ripida. Sotto di essa cera una palude gialla dietro cui si stagliavano i pini. Fra i tronchi vidi una baracca dipinta di verde e un generatore di corrente giallo. Era quello che produceva quel suono sordo.
Di colpo qualcuno cominci a usare il martello pneumatico. Non potevo vederli, ma il rumore crepitante e monotono, con quelleco squillante, quasi simile a una canzone, del metallo sulla roccia, che sembrava adagiarsi su tutto come un velo, era inconfondibile, lo conoscevo a memoria.
Mi girai e vidi che Geir stava muovendo la testa a tempo con la corda in modo da assimilare il ritmo prima che toccasse a lui. Ma questa volta gli and male, tocc con il piede e nello stesso istante in cui le due addette a far girare la fune ripresero la loro monotona occupazione, lui si diresse verso di me. Dietro di lui Anne Lisbet prese il suo posto ma, prima che si fosse posizionata per bene, la corda la colp sul braccio. Sembr quasi che lo avesse fatto apposta.
Vieni, Solveig? le chiese.
Solveig annu e lasci la fila. Entrambe ci raggiunsero.
Che cosa facciamo? disse Anne Lisbet.
Perch non andiamo in cerca di bottiglie? suggerii.
S! esclam Geir.
Ma dove? Dove le troviamo? domand Anne Lisbet.
Lungo la strada principale, rispose Geir. E nel bosco dietro il parco giochi. Intorno alle baracche. A volte vicino alla roccia che c a Nabben. Per non in autunno".
Alla fermata dellautobus, aggiunsi. E sotto il ponte".
Una volta abbiamo trovato un sacchetto pieno, comment Geir. Nel fossato davanti al supermercato. Quando le abbiamo restituite per recuperare il deposito, ci hanno dato quattro corone!
Solveig e Anne Lisbet lo guardarono impressionate. Ma quella delle bottiglie era stata una mia proposta! Era venuta in mente a me, non a Geir!
Senza che me ne rendessi conto, avevamo cominciato a incamminarci lungo la discesa. Il cielo era grigio come cemento secco. Neppure un alito di vento sfiorava gli alberi, tutti erano perfettamente immobili, come se stessero covando e fossero assorti in se stessi. Tranne i pini: erano aperti e liberi e rivolti verso il cielo come sempre. Sembravano pi in pausa. Erano gli abeti a risultare introversi, immersi nella propria oscurit. Le latifoglie, con i loro tronchi sottili e i rami divaricati in tutte le direzioni, erano ansiose e diffidenti. Le vecchie querce, che in parte crescevano lungo il pendio sullaltro lato della strada verso cui ci stavamo dirigendo, non avevano paura, erano semplicemente sole. Eppure riuscivano a sopportare quella solitudine, erano l da cos tanti anni e ci sarebbero rimaste ancora per molti.
C un tubo che passa sotto la strada, spieg Anne Lisbet indicando il versante che scendeva lungo la via. Era coperto di terra nera, messa l di recente perch non ci era ancora spuntato nessun fiore.
Raggiungemmo quel punto. Ed era vero: sotto la strada passava un tubo, era di cemento armato, con un diametro che superava di poco i cinquanta centimetri.
Ci siete mai passati dentro? domandai.
Scossero la testa.
Lo facciamo? propose Geir. Chino in avanti con una mano sul bordo del tubo, stava sbirciando dentro quel buio.
E se rimaniamo incastrati dentro? disse Solveig.
Possiamo farlo noi, dichiarai. Voi invece ci aspettate dallaltra parte".
Avete il coraggio di farlo? comment Anne Lisbet.
Certamente, rispose Geir prima di guardarmi. Chi entra per primo?
Tu, risposi.
Okay, disse, poi si chin e spinse la parte superiore del corpo dentro il tubo. Era troppo stretto per camminare a carponi, vidi, ma non a tal punto da non poter strisciare. Dopo qualche secondo di torsioni tutto il suo corpo spar. Lanciai unocchiata verso Anne Lisbet, mi chinai in avanti e infilai la testa. Un odore di marcio, quasi di putrefatto, mi riemp le narici. Appoggiai i gomiti sulla superficie e spinsi il corpo allinterno muovendomi come se fossi una larva. Quando fui completamente dentro, mi alzai fino a che potevo e facendo forza sugli avambracci, le ginocchia e i piedi, avanzai torcendomi in quel buio e appoggiandomi sul fondo. Qualche metro pi in l vidi Geir come unombra davanti a me, ma poi loscurit si fece cos fitta che lui scomparve.
Ci sei? gridai.
S, rispose.
Hai paura?
Un po. E tu?
S, un po".
Di colpo tutto cominci a tremare. Doveva trattarsi di unautomobile o di un camion che stava guidando sopra di noi in superficie. E se il tubo avesse ceduto? E se si fosse ristretto e noi fossimo rimasti incastrati l dentro?
Una leggera sensazione di panico cominci a vibrarmi sulla punta delle dita delle mani e dei piedi. La conoscevo, poteva assalirmi quando mi arrampicavo su una roccia e di colpo era impossibile muoversi. Terrorizzato dalla paura mi bloccavo incapace di salire o scendere anche se sapevo che cera un solo modo per procedere, erano soltanto i miei stessi movimenti che mi avrebbero consentito di uscire da quella situazione. Non riuscivo a muovermi, dovevo muovermi, ma non ci riuscivo, dovevo, non ci riuscivo, dovevo, non ci riuscivo.
Hai ancora paura? dissi.
Un po. Hai sentito lauto? Ne sta arrivando unaltra!
Fui circondato nuovamente da un leggero tremolio.
Rimasi del tutto immobile. In pi punti cera dellacqua, i pantaloni avevano cominciato a inzupparsi.
Vedo la luce! esclam Geir.
Pensai a quel peso enorme che premeva sul tubo. Che aveva uno spessore di pochi centimetri. Il cuore mi martellava. Di colpo fui preso dallimpulso di alzarmi. Il bisogno di farlo si fece sempre pi pressante, ma si scontr con il pensiero che non era possibile, il cemento mi avvolgeva come in un bozzolo. Non ero in grado di muovermi.
A volte capitava che Yngve si sdraiasse di traverso sopra di me quando ero a letto sotto il piumone. Mi bloccava in modo da impedirmi di muovermi. Il piumone mi stringeva sul petto, avevo le mani strette fra le sue, le gambe premute sotto il suo corpo. Lo faceva perch sapeva che era la cosa peggiore che mi potesse capitare. Lo faceva perch sapeva che dopo pochi secondi che ero bloccato a quel modo, sarei stato preso dal panico. Che avrei cercato di raccogliere tutte le forze che avevo nel tentativo di liberarmi e quando non ce lavrei fatta, quando avrebbe continuato a stringermi come in una morsa, mi sarei messo a gridare. A urlare come un ossesso e in effetti lo ero anche, ero in preda al terrore, non riuscivo a liberarmi, ero bloccato, completamente bloccato e gridavo fino a quando non avevo pi aria nei polmoni.
In quel momento provai la stessa stretta al cuore.
Non riuscivo a muovermi.
Fui preso da un panico crescente.
Sapevo che non dovevo pensare al fatto che non potevo alzarmi, dovevo concentrarmi solo sullidea di strisciare pazientemente in avanti e tutto si sarebbe risolto. Ma non ce la facevo. Lunico pensiero che avevo era che non riuscivo a muovermi.
Geir! urlai.
Sono quasi fuori! grid a sua volta a mo di risposta. Dove sei?
Sono rimasto incastrato!
Per qualche secondo ci fu silenzio.
Poi Geir url: Posso venire ad aiutarti! Prima per devo uscire e girarmi!.
Il panico fu quasi simile allesalazione di un respiro, perch adesso mi aveva abbandonato. Spinsi gli avambracci in avanti e tirai verso di me le ginocchia. La stoffa della giacca a vento gratt sulla parete del tubo sopra di me allaltezza della schiena. Soltanto pochi centimetri pi in l cerano tonnellate di pietre e di terra. Mi fermai. Avevo le braccia e le gambe completamente molli. Mi sdraiai del tutto a pancia in gi.
Adesso che cosa avrebbero pensato di me Anne Lisbet e Solveig?
No, no.
Fui preso nuovamente dal panico. Non ero in grado di muovermi. Ero bloccato l dentro. Non ero in grado di muovermi! Ero bloccato l dentro! Non ero in grado di muovermi!
In un punto nel buio davanti a me si mosse qualcosa. Indumenti che raspavano il cemento. Sentii il respiro di Geir, era inconfondibile, respirava spesso con la bocca.
Di colpo lo vidi, il suo volto bianco circondato dalle tenebre.
Sei incastrato? chiese.
No, risposi.
Mi afferr per la manica della giacca a vento e mi tir verso di lui. Io inarcai la schiena e mossi prima un braccio, poi laltro, prima un ginocchio, poi laltro. Geir si mise a strisciare allindietro mentre continuava a stringermi la manica e anche se non era lui a trascinarmi, perch stavo arrancando da solo, quella era la sensazione che provavo, e la vista del suo viso bianco, appuntito come quello di una volpe e insolitamente concentrato, fece s che io non pensassi pi al tubo e al buio e al fatto di non riuscire a muovermi, e proprio per questo motivo mi misi allopera e poco alla volta attraversai quel cemento umido che si fece sempre pi luminoso, fino a quando i piedi di Geir sbucarono allesterno seguiti dal busto e io potei finalmente emergere con la testa alla luce del giorno.
Strette luna allaltra davanti allapertura Anne Lisbet e Solveig mi guardarono.
Sei rimasto incastrato? domand Anne Lisbet.
S, risposi. Per un po. Ma Geir mi ha aiutato".
Geir si spazzol le mani strofinandole luna contro laltra prima di togliersi la polvere dalle ginocchia dei pantaloni. Mi raddrizzai. Lo spazio sotto il cielo grigio era enorme. Tutte le forme e le sagome erano nitidissime.
Andiamo gi a Lille-Hawai? sugger Geir.
Buona idea, dissi.
Era meraviglioso correre tra gli alberi. La superficie del laghetto era completamente nera. Gli alberi che crescevano sui due isolotti erano perfettamente immobili. Saltammo ognuno sulla nostra rispettiva isola. Anne Lisbet e io su di una, Solveig e Geir sullaltra.
Le labbra di Anne Lisbet sembravano essere sempre in movimento, si schiudevano in un sorriso con grande facilit, a volte di propria iniziativa, quando gli occhi rimanevano immobili. Evidentemente obbedivano a ogni minimo impulso dei pensieri. Le veniva in mente qualcosa, rosse e morbide scivolavano sopra il bianco e duro dei denti, a volte seguiva unesclamazione o una concentrazione di gioia riflessa negli occhi, a volte senza alcuna connessione con nientaltro.
Voi siete marinai, disse di colpo. E state tornando a casa da noi. Non vi vediamo da molto tempo. Facciamo questo gioco?
Annuii. Lo stesso fece Geir.
Le due saltarono sulla terraferma e proseguirono allinterno del bosco.
Adesso potete venire! grid Anne Lisbet.
Dopo aver ormeggiato, saltammo a nostra volta e ci dirigemmo verso di loro. Ma non abbastanza velocemente, Anne Lisbet saltellava impaziente, si mise a correre, verso di me, e quando mi raggiunse, mi abbracci e mi strinse a s premendo la sua guancia sulla mia.
Mi sei mancato cos tanto! disse. Oh, amatissimo maritino mio!
Fece un passo indietro.
Di nuovo!
Corsi verso il laghetto, saltai sullisoletta, aspettai che anche Geir avesse raggiunto la sua, poi ripetemmo i movimenti, ma con la differenza che questa volta corremmo il pi velocemente possibile verso le ragazze.
Anne Lisbet mi butt di nuovo le braccia al collo.
Il cuore mi batteva perch non mi trovavo soltanto in fondo a un bosco con il cielo che svettava alto sopra di me, ma mi trovavo anche in fondo a me stesso e guardavo dentro qualcosa di luminoso, aperto e felice.
I suoi capelli profumavano di mela.
Attraverso la stoffa della sua giacca a vento spessa sentivo il suo corpo. La guancia liscia e fredda contro la mia, quasi bollente.
Lo ripetemmo tre volte. Poi proseguimmo allinterno del bosco. Dopo pochi metri digradava verso il basso e dal momento che la maggior parte delle piante che vi crescevano erano latifoglie, il terreno era coperto di foglie rosse, gialle e marroni, che sembravano formare un pavimento su cui si stagliavano le pareti nude dei tronchi. Da qualche parte scorreva un ruscello, il boschetto si assottigli fino a trasformarsi in un sentiero che scendeva ripido verso la strada principale che non potevamo vedere sotto di noi prima di aver percorso un paio di metri pi in l.
Sul lato opposto un campo digradava verso il basso, al di l del quale si estendeva lo stretto, grigio come largilla, mentre il cielo che si apriva sopra di esso era leggermente pi chiaro.
Le automobili correvano veloci e, arrivati sulla strada, costeggiammo il fossato. Le bottiglie che di solito trovavamo l erano sempre nuove e lucide mentre quelle che scoprivamo nel bosco erano spesso coperte da fili derba e foglie che erano rimasti appiccicati, a volte erano anche piene di piccoli insetti e quando le sollevavamo era come alzare una zolla di terreno.
Quel giorno non cera neanche una bottiglia. Quando raggiungemmo la casa di Larsen, un edificio fatiscente, simile a una baracca, che un tempo faceva parte di una fattoria, ma che adesso sembrava schiacciato in un angolo tra il bosco e la strada, il cui proprietario insegnava nella stessa scuola di pap e secondo le voci che giravano si era presentato pi volte ubriaco al lavoro, attraversammo la strada e seguimmo quella coperta di ghiaia che portava a Gamle Tybakken. Mentre camminavamo, cercavamo le bottiglie, ma con entusiasmo sempre minore. In poco tempo arrivammo nella zona abitata. Case vecchie e bianche che si trovavano in fondo a vecchi giardini pieni di alberi da frutto e cespugli di bacche. Ovunque andassimo, i colori erano particolarmente nitidi, le foglie splendevano dorate con le loro striature di rosso e risultavano al contempo opache in mezzo a quel grigio pastello e freddo del cielo. Avevo la sensazione di procedere sul fondo di un barattolo, il coperchio la volta celeste, le colline che sorgevano tuttintorno le pareti.
Dopo qualche centinaio di metri passammo davanti a una grande propriet dove il prato si estendeva fino al bosco che sorgeva pi in alto. La casa si trovava su una leggera altura ed era sorprendentemente piccola viste le dimensioni della tenuta. Vi ci si arrivava percorrendo una stradina ghiaiosa e noi ci fermammo accanto alla cassetta della posta perch lass, davanti allabitazione, vicino a un grosso torrente che scorreva impetuoso gi dal bosco, una donna anziana stava cercando di tirare a riva un albero che era rimasto incastrato dentro lacqua.
La pianta era tre volte pi alta di lei, con una folta rete di rami sottili che partivano dal tronco.
In qualche modo doveva aver notato che eravamo l perch un attimo dopo si raddrizz e guard verso di noi. Ci fece un cenno con la mano. Ma non a mo di saluto, mosse le dita verso di s facendoci segno di raggiungerla.
Corremmo il pi velocemente possibile lungo la ghiaia, superammo quel prato morbido e bagnato e ci fermammo davanti a lei.
Sembrate forti, esord. Potete aiutare una vecchia signora? Sto cercando di tirare fuori questalbero dal torrente. Ma  rimasto impigliato".
Lusingati dalle sue parole ci mettemmo allopera. Geir entr in acqua fin dove riusc e afferr un ramo, io feci altrettanto sullaltro lato mentre Anne Lisbet e Solveig agguantarono il tronco. Allinizio la pianta non si mosse ma poi Geir cominci a urlare Oh-issa! Oh-issa! Oh-issa! in modo che tutti potessimo tirare allo stesso tempo e poco alla volta riuscimmo a spostarlo. Una volta disincagliato, lacqua trascin via la parte terminale dellalbero che venne spinto verso di noi, ma, dal momento che non mollammo la presa, fummo in grado di tirarlo a riva.
Oh, splendido! esclam lanziana signora. Grazie mille! Da sola non ce lavrei mai fatta, sapete. Siete cos forti! Devo proprio dirlo. Aspettatemi qui. Vado a prendere qualcosa da darvi come ringraziamento".
Con la testa china in avanti si avvi verso la casa prima di sparire dentro luscio.
Cosa credete che ci dar? dissi.
Dei biscotti, forse, rispose Geir.
O un sacchetto di panini dolci, sugger Anne Lisbet. Mia nonna ne ha sempre qualcuno pronto".
Ma quando ritorn, con la testa sempre chinata verso il basso, aveva le mani vuote. Non aveva trovato niente?
Ecco a voi, disse. Una piccola ricompensa per ringraziarvi per quello che avete fatto. Chi la tiene?  per tutti".
Ci mostr una moneta. Cinque corone.
Cinque corone!
La prendo io, dissi. Grazie mille!
Sono io che vi devo ringraziare, rispose la vecchia. Allora ciao!
Eccitati corremmo lungo il pendio. Rifacemmo meccanicamente la stessa strada da cui eravamo arrivati mentre discutevamo su cosa avremmo fatto di quei soldi. Io e Geir volevamo andare subito al negozio a comprare dei dolciumi. Anche Anne Lisbet e Solveig erano dello stesso parere, ma non volevano acquistarli in quel momento, era quasi ora di cena, dovevano tornare a casa. Rimanemmo daccordo che li avremmo conservati fino al giorno dopo e poi li avremmo investiti in dolci.
Quando ci trovammo in cima al sentiero, Anne Lisbet e Solveig si incamminarono verso casa. Geir e io proseguimmo lungo la strada principale, in direzione del negozio. Quando ci trovammo allesterno non riuscimmo ad aspettare come avevamo concordato, le cinque corone ci bruciavano nella tasca, era lunica cosa a cui riuscivamo a pensare. Attendere fino al giorno dopo per usare quei soldi era impossibile, cos decidemmo di comprare i dolciumi, di metterli da parte fino allindomani e poi di fare una sorpresa ad Anne Lisbet e Solveig.
E cos fu.
Ma non avevamo fatto in tempo a comprarli e a cominciare a incamminarci che arriv il padre di Geir al volante del loro Maggiolino. Si ferm accanto a noi, si chin verso il sedile e apr la portiera.
Salta su, disse.
Pu venire anche Karl Ove?
No, adesso no, non andiamo a casa. Dobbiamo passare in citt. Unaltra volta, Karl Ove!
Okay, disse Geir. Si gir verso di me e mi sussurr con quel suo modo drammatico di fare: Vedi di non toccare i dolci!.
Scossi la testa e rimasi immobile e in silenzio fino a quando Geir era salito in macchina e si erano allontanati. Poi corsi verso le protezioni in cemento, le superai con un balzo e mi diressi verso il parco giochi, superai la carcassa dellautomobile, attraversai il campo da calcio, percorsi il bosco e costeggiai il laghetto. Prima di raggiungere il punto da cui da casa potevano vedermi, mi fermai e suddivisi tutti i dolci, che fino a quel momento erano stati conservati in un sacchetto, nelle quattro tasche della giacca a vento. Buttai via il sacchetto e feci di corsa gli ultimi metri prima di sbucare sulla strada, superare il lato corto della nostra abitazione, dove la finestra del soggiorno era illuminata, e percorrere il vialetto. Lauto di pap era parcheggiata l e accanto alla parete, al suo solito posto, cera la bicicletta di Yngve!
Quel piccolo pezzo di metallo che serviva a tenere bloccato il manubrio emanava un bagliore molto pi forte del metallo circostante. Pap non avrebbe forse notato quella differenza?
Aprii la porta ed entrai. Se fosse sopraggiunto pap, avrei appeso la giacca come sempre. Se invece fosse rimasto nello studio o su in soggiorno, me la sarei portata su, avrei nascosto i dolci in camera e poi sarei ridisceso con la giacca vuota. Se mi avesse sorpreso in quel momento e mi avesse chiesto il motivo per cui me lero portata di sopra, gli avrei risposto che dovevo andare al gabinetto e non avevo potuto aspettare.
Ovunque regnava il silenzio.
No, ecco dovera. Era su in soggiorno.
Mi tolsi con cautela le scarpe, attraversai il corridoio, salii le scale e mi infilai in bagno. Aprii la patta, estrassi il pisello e pisciai. Tirai lo sciacquone, mi lavai le mani nellacqua fredda, le asciugai e aspettai che il rumore dello scarico fosse finito prima di aprire la porta. Lanciai unocchiata veloce in direzione del soggiorno, niente, entrai in camera, scostai il piumone di lato, svuotai le tasche, coprii i dolci con il piumone e uscii in corridoio.
Karl Ove, sei tu? disse pap dal soggiorno.
S, risposi.
Usc.
Dove sei stato? chiese.
A Gamle Tybakken con Geir, dissi.
E che cosa avete fatto l?
Aveva le labbra contratte. Gli occhi erano freddi.
Niente di speciale, risposi con il tono di voce pi allegro che potevo. Ce ne siamo andati un po in giro".
Perch hai su la giacca?
Dovevo andare assolutamente al gabinetto. Adesso me la tolgo".
Scesi le scale. Lui ritorn in soggiorno. Lappesi e ritornai su di corsa, non mi piaceva lidea che i dolci rimanessero incustoditi. Accesi la piccola lampada rotonda di metallo sulla scrivania. La testa lunga e slanciata della lampadina riemp con la sua luce gialla lo spazio vuoto in cui abitava. Mi sedetti sul letto. Tesi per bene il piumone sopra i dolciumi.
E adesso?
Fui sopraffatto dai sentimenti pi diversi. Un momento stavo per scoppiare a piangere, quello dopo sentivo la gioia che quasi mi schizzava dal petto.
Presi il libro sullo spazio che pap aveva da bambino e che avevo avuto in prestito lultima volta che ero stato malato. Era pieno di disegni su come ci si immaginava che sarebbero stati in futuro i viaggi nello spazio: lattrezzatura degli astronauti, la forma delle navicelle e dei razzi, le superfici dei pianeti.
Pap stava arrivando lungo il corridoio.
Apr la porta e mi guard.
Non fece segno di entrare, n di dire niente. Chiusi il libro e raddrizzai la schiena. Lanciai unocchiata veloce in direzione dei dolci.
Era impossibile notare che l sotto ci fosse qualcosa.
Che cosa hai l? disse pap.
Dove? Cosa vuoi dire? Non ho niente".
Sotto il piumone, disse pap.
Non ho niente sotto il piumone!
Mi guard.
Poi si diresse verso il letto e scost il piumone.
Mi dici le bugie, ragazzo! esclam. Menti a tuo padre!
Mi afferr per un orecchio e lo torse.
Non volevo! dissi.
Da dove arrivano questi dolci? Da dove arrivano i soldi per comprarli?
Me li ha dati una signora anziana! dissi prima di mettermi a piangere. Non ho fatto niente di male!
Una signora anziana? ripet pap. Torse con pi forza lorecchio. E perch mai una signora anziana avrebbe dovuto darti dei soldi?
Ahi! Ahi! gridai.
Stai zitto! disse. Mi hai mentito. Vero?
S, ma non volevo!
Guardami quando ti parlo. Mi hai mentito?
Alzai la testa verso di lui. Gli occhi gli brillavano dalla rabbia.
S, risposi.
E adesso mi dici da dove arrivano i soldi. Sono stato chiaro?
S, me li ha dati una signora anziana! Labbiamo aiutata!
Chi?
Geir e io e A..".
Tu e Geir e chi altro?
Nessuno. Soltanto io e Geir".
Piccolo bugiardo. Vieni un po qui".
Mi torse nuovamente lorecchio mentre al contempo tirava la mano verso di s costringendomi ad alzarmi. Io piangevo e singhiozzavo e dentro mi sentivo completamente vuoto.
Gi nello studio, disse senza mollare lorecchio.
Io non... ho... fatto... niente di male, dissi. I soldi... ce... li... hanno... dati".
Spalanc la prima porta con tanta forza da farla sbattere contro il muro. Mi trascin attraverso la seconda e sul pavimento. L mi lasci andare.
Da dove vengono quei soldi? disse. E adesso non dire bugie".
Abbiamo aiutato una signora anziana".
A fare che cosa?
Un albero. Un albero... rimasto incastrato nel torrente. Lo abbiamo tolto".
E per questo vi avrebbe dato del denaro?
S".
E quanto?
Cinque corone".
Stai mentendo, Karl Ove. Dove hai preso quei soldi?
NON STO MENTENDO! gridai.
La sua mano part verso la guancia e mi colp.
Non alzare la voce! grid.
Si raddrizz.
Ma esiste un altro modo per scoprirlo, prosegu. Chiamo questa signora e le chiedo se  vero".
Mi guard dritto negli occhi mentre lo diceva.
Dove abita?
A... Gamle Ty... bakken, risposi.
Pap si diresse verso il telefono sulla scrivania, alz la cornetta e compose un numero. Tenne la cornetta appiccicata allorecchio.
S, pronto, esord. Mi chiamo Knausgrd. Si tratta di mio figlio. Dice che oggi lei gli ha dato cinque corone.  vero?
Ci fu una pausa.
No? Oggi non ha ricevuto la visita di due bambini? E non ha dato loro cinque corone? Ah, s, capisco. Scusi per il disturbo. Molte grazie. Buonasera".
Riagganci.
Non credevo alle mie orecchie.
Mi guard.
Ha detto di non aver visto nessun bambino e comunque di non aver dato cinque corone a nessuno".
Ma  vero! Ci ha dato cinque corone".
Scosse la testa.
Non  quello che ha detto lei. Dunque. Adesso basta con le bugie. Dove hai preso quei soldi?
Fui assalito da una nuova ondata di pianto inconsulto.
Da... quella... vecchia... signora! singhiozzai.
Pap mi fiss.
Tanto non ne veniamo a capo, concluse. Adesso va a buttare i dolci nella spazzatura. E poi rimarrai chiuso in camera tua per tutta la sera. Poi a suo tempo parler con Prestbakmo".
Ma non sono miei! dissi.
Non sono tuoi? Ma se non hai fatto altro che ripetere che ti hanno dato cinque corone. Allora anche quelle non erano tue?
I dolci sono anche di Geir, risposi. Non posso buttarli".
Con la bocca socchiusa e uno sguardo furibondo pap mi fiss.
Fai quello che ti dico, sentenzi alla fine. Non voglio pi sentire neanche UNA parola uscire dalla tua bocca. Sono stato chiaro? Rubi, dici le bugie e, come se non bastasse, ti ribelli pure! Forza. Muoviti".
Con lui alle calcagna salii in camera, raccolsi tutti i dolciumi tra le mani, li buttai nella spazzatura in cucina e ritornai nella mia stanza.
Quellautunno e quellinverno ci recammo il pi spesso possibile da Anne Lisbet e Solveig. Gironzolavamo al buio e giocavamo, con le giacche e i pantaloni impermeabili che luccicavano di pioggia al bagliore delle nostre torce che aprivano piccole gallerie di luce nel bosco proprio sotto le loro abitazioni, ce ne stavamo nella camera di una di loro a disegnare e ad ascoltare musica, ci spingevamo fino alla fabbrica dove costruivano piccole imbarcazioni e al grande molo che cera laggi, oppure su per la collina che si ergeva sul retro, dove nessuno di noi era mai stato, proseguivamo dentro il bosco sotto il ponte dove si trovavano gli enormi piloni di cemento che lo sostenevano.
Un sabato scendemmo fino alla discarica segreta. Rimasero incantate come lo eravamo rimasti noi a suo tempo, Geir e io trascinammo quattro sedie e un tavolo, una lampada e un com dentro il bosco dove ci mettemmo a sedere come in un soggiorno, ed era meraviglioso perch eravamo allaperto tra tutte quelle piante e avvolti dalla luce solare, eppure dentro un soggiorno, ma soprattutto eravamo l insieme a Solveig e Anne Lisbet.
La vibrazione che avvertivo dentro di me quando la vedevo non si acquietava mai, lei era cos bella da far male. La sua giacca a vento azzurra e spessa dalla stoffa liscia. Il berretto bianco. Il bordino di lana che le ornava lorlo degli scarponcini. Il suo viso quando per qualche motivo ci guardava con espressione arcigna. Il suo sorriso, scintillante come miliardi di diamanti.
Quando la neve cominci a cadere, giravamo a caccia di posti adatti da cui saltare, scivolare o scavare delle cavit. Le sue guance calde, rosse in quei momenti, lodore tenue, ma evidente della neve che mutava a seconda della temperatura, ma che comunque ci circondava dappertutto: tutte le possibilit che esistevano. Una volta tra gli alberi si era alzata una nebbia fitta, laria era piena di acquerugiola e noi avevamo indosso le giacche e i pantaloni impermeabili che non opponendo nessun tipo di frizione ci permisero di veleggiare sulla neve come delle foche. Ci arrampicammo in cima alla pietraia, io mi sdraiai, Anne Lisbet si sedette a cavalcioni sulla mia schiena, Solveig su quella di Geir, e poi scivolammo a pancia in gi per tutta la discesa fino a raggiungere il fondo. Fu la pi bella giornata che io avessi mai trascorso. Continuammo a salire e a scivolare a quel modo. La sensazione delle sue gambe che si stringevano sulla mia schiena, il modo in cui si teneva alle mie spalle, le grida che emetteva quando prendevamo velocit, quelle capriole meravigliose quando raggiungevamo il fondo e ci rotolavamo a tal punto che le nostre braccia e gambe si intrecciavano. Tutto mentre la nebbia rimaneva immobile tra gli abeti bagnati, verde scuro, e lacquerugiola presente nellaria formava uno strato sottile sulla pelle dei nostri volti.
Quellinverno scoprimmo molti posti nuovi, per esempio il bosco di latifoglie in fondo alla strada che girava tutto intorno alla zona residenziale e che si trovava sopra la stazione di servizio della Fina, due posti che nella nostra coscienza prima risultavano totalmente separati, ma che di colpo erano connessi. Anche la vecchia strada coperta di ghiaia che portava fin laggi e che noi avevamo seguito soltanto nellultimo tratto quando dovevamo andare alla Fina aveva invece un pezzo che proseguiva verso lalto dove abitavano bambini che non avevamo mai visto prima, anche loro avevano un campo da calcio nel bosco, piccolo a dire il vero, ma fornito di porte decenti. Oppure la via sottostante quella di Anne Lisbet e Solveig, dove le abitazioni che si trovavano nella parte superiore non erano molto lontane dalle nostre. Scoprimmo che Dag Magne, che frequentava la nostra classe, era vicino di casa di Solveig. Che le loro abitazioni fossero cos vicine luna allaltra era sorprendente: Dag Magne e Solveig appartenevano a due mondi diversi eppure li separava soltanto un boschetto. Probabilmente erano quegli alberi a trarre in inganno. Il bosco non andava oltre i venti, forse i trenta metri di larghezza, ma rappresentava qualcosa di cos diverso dalle case che la distanza percepita a livello emotivo era di parecchie centinaia di metri. Questo valeva per tutta quella zona residenziale, e non soltanto l, anche dalle parti della discarica era cos, perch se si arrivava lungo la strada che proveniva da Frvik e non si girava gi a destra per imboccare quella per Hove, ma si andava dritto, cosa che non faceva quasi nessuno, di colpo ci si trovava l. E anche se si girava a destra in fondo a quel lungo tratto pianeggiante, sulla strada a est della scuola, la discarica si apriva in tutto il suo splendore tra gli alberi anche se si parlava soltanto di duecento metri. Le zone che prima venivano percepite come luoghi isolati, alla stregua di mondi a s stanti, di colpo si trovarono collegate le une alle altre. Quanti sapevano che il lago di Tjenna giaceva in prossimit di quello di Gjerstadvannet? Gjerstadvannet, che si poteva raggiungere da Sandum, sulla parte opposta dellisola! Oppure raggiungere la scuola servendosi di una scorciatoia!
Unaltra sorpresa fu scoprire che la signora Hjellen, la donna delle pulizie, abitava insieme al marito nella casa accanto a quella di Anne Lisbet. Non avevano figli, lei era sempre felice di ricevere visite e io andavo da lei sia da solo sia insieme agli altri tre. Quando veniva da noi a pulire, le raccontavo ogni genere di cose, anche quelle che non dicevo a mamma e pap. Fu lei a insegnarmi come aprire la porta dingresso con la chiave che mi avevano dato  bastava tirarla fuori leggermente dopo che la si era spinta fino in fondo alla toppa e poi girare.
E fu la signora Hjellen con cui mi confidai la volta in cui uno dei sassi che a intervalli regolari lanciavamo sulle automobili che passavano sulla via sotto di noi and a segno. Ero stato io a scagliarlo. Eravamo in piedi accanto alla recinzione verde, Geir aveva appena sbagliato il tiro con la sua automobile quando io raccolsi una pietra e aspettai larrivo di quella successiva. Il sasso era pi grande della mia mano e cos pesante che dovevo spingerlo piuttosto che lanciarlo. Ecco, unauto stava sbucando da dietro la curva. Stava sfrecciando lungo il tratto pianeggiante. Adesso!
La pietra si libr nellaria. Nellattimo in cui cominci la caduta, sapevo che avrebbe centrato il bersaglio. Ma non avevo previsto che il tonfo sulla capote dellauto sarebbe risuonato cos forte. E neanche che un secondo dopo si sarebbe sentito lo stridio dei freni che inchiodavano e degli pneumatici che slittavano sullasfalto.
Geir mi guard con occhi impauriti.
Scappiamo! disse.
Si arrampic come un forsennato sui massi, si precipit sulla strada, risal il piccolo spuntone di roccia e scomparve.
Io rimasi dovero completamente paralizzato. Molto semplicemente non riuscivo a muovermi. Ero bloccato dal terrore e anche quando sentii lo schianto della portiera che veniva richiusa con violenza, il motore che veniva acceso e la macchina che si stava dirigendo verso il punto che sapevo essere quello dove mi trovavo, non mi mossi.
Mezzo minuto dopo lauto stava risalendo la strada. Con le lacrime che mi rigavano le guance e con le gambe che mi tremavano a tal punto che quasi non riuscivo a reggermi in piedi, la vidi fermarsi sulla strada tre metri sopra di me. Il conducente non apr la portiera e scese, ma la spalanc balzando gi come una furia, paonazzo in volto dalla rabbia.
Sei stato tu a buttare quel sasso? grid mentre stava scendendo lungo il pendio.
Annuii.
Mi afferr per le braccia e cominci a scuotermi.
Ti rendi conto che avresti potuto uccidermi? Se la pietra avesse centrato il parabrezza! Lo capisci! E comunque lauto  ridotta a un ROTTAME! Sai quanto costa aggiustare il tetto? Oh, ma la pagherai cara!
Moll la presa.
Piangevo cos tanto da non riuscire a vedere niente.
Come ti chiami? chiese.
Karl Ove, risposi.
Voglio anche il cognome!
Knausgrd".
Abiti qui?
No".
E allora dove abiti?
Nordsen Ringvei, dissi.
Si raddrizz.
Avrai mie notizie, dichiar. O tuo padre le avr, penso proprio".
Affront la salita in un attimo con quelle sue gambe lunghe, sal in macchina, sbatt nuovamente la portiera con violenza e risal la strada in un balzo.
Mi sedetti singhiozzando per terra. Non cerano pi speranze.
Un attimo dopo Geir grid dalla propriet che cera lass. Arriv di corsa, smanioso di sapere che cosa fosse successo e che cosa era stato detto. Sapevo che era felice per il fatto che ero stato io a lanciare la pietra e che ero io ad aver dato il mio nome. Ma ci che lui volle sapere subito era il motivo per cui non ero scappato. Avevamo tutto il tempo di darcela a gambe. Se io lo avessi fatto, il tipo non mi avrebbe mai beccato e non avrebbe mai saputo che il responsabile ero io.
Non lo so, dissi asciugandomi le lacrime. Ma non ne sono stato capace. Di colpo non riuscivo a muovermi".
Lo dirai ai tuoi? chiese Geir.  la cosa migliore. Se dici come stanno le cose, si arrabbieranno ma poi passer. Se invece non lo fai e lui telefona, sar molto peggio".
Non ne ho il coraggio, dissi. Non ci riesco".
Gli hai fatto il nome di tuo padre?
No. Soltanto il mio".
Ma tu non sei nellelenco telefonico! esclam. E lui deve telefonare a tuo padre. E tu non gli hai detto come si chiama!
No, commentai mentre in me si riaccendeva la speranza.
In questo caso allora non devi dire nulla, continu Geir. Forse non succeder niente!
Quando tornai a casa, cera la signora Hjellen. Vide che avevo pianto e mi chiese perch. Le chiesi di giurarmi che non avrebbe detto niente a nessuno. Promise di non farlo. Allora le raccontai tutto. Mi accarezz sulla guancia dicendomi che la cosa migliore era riferirlo ai miei. Ma io non osavo, le spiegai, e la cosa fin l. Ogni volta che nei giorni successivi squill il telefono, venivo preso da un terrore che mi congelava e che era molto pi grande di qualsiasi cosa che conoscevo. Quelle giornate furono contrassegnate da un buio enorme. Ma non era mai lui a chiamare, sempre qualcun altro, e io cominciai a credere che tutto sarebbe andato liscio e sarebbe scomparso da s.
Chiam.
Il telefono squill, pap lo prese di sotto, passarono forse tre minuti prima che si sentisse scattare lapparecchio che avevamo di sopra, significava che aveva riagganciato. Sal le scale, i suoi passi erano decisi e carichi di determinazione. Si rec dalla mamma. Le voci erano alte. Mi sedetti sul letto a piangere. Qualche minuto dopo la porta della mia stanza si apr. Entrarono entrambi, non succedeva mai. I loro volti erano cupi e seri.
Ho appena ricevuto la telefonata di un uomo, Karl Ove, cominci pap. Sostiene che tu hai lanciato un grosso sasso sulla sua macchina e che hai distrutto la capote.  vero?
S, risposi.
Come hai potuto FARE una cosa simile? esclam. Cos che non ti funziona nel cervello? Avresti potuto ucciderlo! Lo capisci? Ti rendi conto della gravit della cosa, Karl Ove?
S, risposi.
Se quel sasso avesse centrato il parabrezza, intervenne la mamma, avrebbe potuto uscire di strada o andare a schiantarsi contro unaltra automobile. Avrebbe potuto morire".
S, dissi.
Adesso mi tocca pagare i danni. Saranno migliaia di corone. E quei soldi non ce li abbiamo! riprese pap. Dove li andiamo a prendere?
Non lo so, risposi.
Oh, figlio degenere! imprec prima di girarsi.
Oltretutto non ci hai detto niente, continu la mamma.  passata pi di una settimana da quando  accaduto. Devi dircelo quando succedono cose simili. Prometticelo".
S, risposi. Ma lho detto alla signora Hjellen".
Alla signora Hjellen? esclam pap. E non a noi?
S".
Mi guard con quei suoi occhi freddi, arrabbiati.
Perch lo hai fatto? disse la mamma. Come ti  venuto in mente di buttare un sasso su unautomobile? Ti sarai pure reso conto che era pericoloso?
Noi eravamo convinti che tanto non avremmo colpito nessuno, risposi.
Noi? sbott pap. Eravate pi di uno?
Cera anche Geir, spiegai. Ma sono stato io a lanciare la pietra che ha centrato lauto".
A quanto pare dovr fare quattro chiacchiere anche con Prestbakmo, concluse pap guardando la mamma. Poi si gir verso di me.
Sei in castigo stasera e per due sere di fila. Niente paghetta questa settimana e la prossima. Chiaro?
S, risposi.
Poi uscirono.
Tutto pass. Anche quello. Il peggio fu il buio tra il momento in cui avvenne il fatto e quello in cui fu scoperto, quel lasso di tempo in cui tutto sembrava cos normale, ma non lo era. Quando ogni cosa tremava dietro la sua superficie apparentemente statica e quotidiana. Fu quello stesso buio che circa un anno prima mi aveva spinto a scappare. In quel caso il motivo della disgrazia fu un coltello, non un sasso. Tutti gli altri bambini avevano ricevuto un coltello da boy-scout, tranne me. Ero troppo piccolo e irresponsabile. Ma un giorno, durante quella che voleva essere una specie di cerimonia, pap me ne aveva consegnato uno. Si fidavano di me, disse. Celai la mia delusione quando mi accorsi che ne aveva comprato uno da femmina perch limmagine dello scout impressa sul fodero indossava la gonna e non i pantaloncini, ma quelli erano forse dettagli che probabilmente un adulto non era in grado di discernere, cos decisi che la gioia di possederne uno avrebbe preso il sopravvento visto che finalmente ora potevo tagliare, incidere, intagliare e lanciare come tutti gli altri. Lunica cosa era fare in modo che non vedessero il fodero. Gi quello stesso giorno mi misi a sbozzare una spada insieme a Leif Tore. Un lungo pezzo di legno che affilai a tal punto a unestremit da sembrare un punteruolo e su cui inchiodai un altro pezzetto di legno a mo di impugnatura. Con la spada in pugno cominciammo a scorrazzare per il quartiere. Scovammo due bambine che stavano spingendo ognuna la propria carrozzina delle bambole, per un po le pedinammo furtivamente prima di passare allassalto e, immaginando che noi due fossimo dei pirati e loro una nave, infilzammo ripetutamente le nostre spade nel tettuccio in pelle delle carrozzine. Le bambine si misero a urlare e noi battemmo in ritirata, e quando ci dissero che avrebbero spifferato tutto, cominciammo a temere per quello che avevamo combinato e le tenemmo docchio. Prima tornarono a casa, poi quando uscirono si incamminarono verso la casa di Gustavsen e la nostra. Terrorizzati allidea delle conseguenze decidemmo di scappare. Ci arrampicammo su per la montagna e giunti in cima ci intrufolammo dentro il bosco proseguendo fino a dove ci fu possibile, cio fino al burrone che sovrastava il lago di Tjenna. N Leif Tore n io ci eravamo mai stati. Era lontano da casa e io pensai che avremmo potuto dormire in quel punto e poi proseguire il giorno dopo. Ci sedemmo sullorlo del precipizio a guardare il panorama. Il sole pendeva basso alle nostre spalle, il paesaggio che si estendeva di fronte a noi era quasi dorato in quella luce solare. Rimanemmo l seduti forse per una mezzora. Poi Leif Tore disse che voleva tornare a casa. Aveva fame. Cercai di convincerlo, eravamo scappati, quindi non potevamo rientrare, ma lui insistette, non aveva nessuna intenzione di dormire allaperto e io, che avevo paura del buio, non ero assolutamente in grado di farlo da solo, cos lo seguii. Quando arrivai, pap mi stava aspettando in giardino. Mi afferr per un braccio e mi trascin in camera mia, dove mi disse che dovevo rimanere in castigo. Mi fu requisito il coltello anche se non era quello che avevo usato, ma una spada. Non capivano la differenza. Infilzare con un coltello era qualcosa di impensabile. La spada era in legno, era quella che noi avevamo usato e quindi era quella che avrebbero dovuto confiscare. Invece presero il coltello. Avevo sentito come ne parlavano. Guarda, aveva detto pap, guarda il fodero,  completamente rovinato. Si riferiva a tutti i buchi che io avevo fatto per nascondere che lo scout indossava una gonna e non i pantaloni, invece lo prese come un segno della mia imprudenza e immaturit. Mentre ero chiuso in castigo nella mia stanza quella sera e quella successiva, vedevo Leif Tore giocare fuori. Suo padre gli aveva mollato un ceffone e poi la cosa era finita l. Ma Leif Tore se ne fregava delle sberle.
Comunque pass tutto. Tutto si risolse. Le bambine ebbero delle carrozzine nuove, lautomobilista una capote nuova, il periodo di castigo venne interrotto, torn la paghetta, di sera la strada davanti a casa brulicava di bambini e lo stesso valeva per il bosco sottostante, sempre aperto, giorno e notte, in inverno come in primavera. Anne Lisbet e Solveig non vennero mai l, eravamo sempre noi a recarci da loro e in quel modo avevamo a disposizione due mondi, uno esterno alle nostre case, dove godevamo nel buttarci nella mischia di ragazzini che affollavano tutte le sere quel posto, giocavamo a pallone, giocavamo in strada, costruivamo capanne nel bosco con i rami degli alberi, correvamo da tutte le parti, infilavamo la testa in tutti gli angoli del quartiere e quando arriv il freddo e cadde la neve, andavamo a pattinare sul lago di Tjenna, dove quei suoni meravigliosi prodotti dalle lame che scivolavano sul ghiaccio riecheggiavano sulla parete rocciosa che delimitava la pista e colmavano di una gioia intensa le giornate trascorse  e un mondo su da loro, dove tutto apparentemente somigliava a quello che avevamo a casa perch anche l era pieno di bambini che non esitavano a lanciarsi e a fare tutto quello che potevano, anche l si giocava a pallone in strada, si facevano giochi al buio, anche l si saltava la corda e si giocava a elastico, anche l si andava sui pattini quando i corsi dacqua gelavano e sugli sci quando cadeva la neve, eppure era diverso. Era come se la gioia fosse presente da qualche altra parte: non in ci che facevamo, ma in coloro con cui lo facevamo. Quella felicit era cos forte che spesso emergeva proprio quando loro non cerano. Una sera stavo giocando a ping-pong nel garage di Dag Lothar, una sera stavamo girando intorno a un paio di baracche che avevano piazzato lungo una strada nuova che stavano costruendo nel bosco, una sera eravamo seduti in camera di Geir a giocare a dama cinese, una sera mi stavo spogliando davanti al letto, quando di colpo il pensiero di Anne Lisbet e di tutto il suo essere mi colpiva con una forza tale che io mi sentivo ebbro di gioia e avvertivo terribilmente la sua mancanza. Ma in tutte queste sensazioni non cera soltanto lei, ma molto di pi, cerano anche la sua bella mamma e il suo pap dalle spalle larghe, che faceva il sommozzatore e aveva un paio di bombole gialle nel bagno del seminterrato, la sua sorellina e il suo fratellino, tutte le stanze della loro casa e quel buon odore che le colmava. Erano tutte le cose che lei teneva in camera, cos diverse da quelle che riempivano la mia, molte bambole, vestitini per le bambole, molto rosa e oggetti che sembravano di tulle. Ed era quello che facevamo insieme, che la sua gioia e il suo entusiasmo ampliavano e facevano scintillare. Forse soprattutto a scuola, dove ognuno stava sulle sue fino a quando una situazione precisa ci riconduceva insieme, poteva essere nel cerchio in cui ci disponevamo quando giocavamo a Prendi quellanello e dallo a chi vuoi tu e lo dava a me senza farsi vedere oppure quando mi faceva prigioniero stringendo le braccia su di me mentre cantava lultima strofa di Bro bro brille oppure quando ero io a rincorrerla quando giocavamo a Ce lhai e lei di proposito rallentava landatura in modo che io potessi prenderla. Oh, se fosse stato per me, sarei stato capace di rincorrere Anne Lisbet per tutta la vita, a patto che alla fine lavessi potuta tenere stretta a me.
Sapevo che la cosa non sarebbe potuta durare?
No, non lo sapevo. Credevo semplicemente che sarebbe continuata in eterno. Arriv la primavera e con essa la leggerezza: un giorno mi infilai le scarpe nuove da ginnastica e il fatto di uscire e correre con quelle calzature ai piedi dopo aver calpestato il terreno per sei mesi con indosso gli stivali e gli scarponcini fu come volare. I pantaloni imbottiti e le giacche a vento che rendevano tutti i movimenti cos scomodi e impacciati furono sostituiti da pantaloni e giacche leggeri. Guanti, sciarpe e berretti furono impacchettati e messi via. Gli sci, i pattini, le slitte e gli slittini furono ritirati nei ripostigli e nei garage, furono tirati fuori biciclette e palloni da calcio, e il sole, che fino a quel momento era rimasto basso nel cielo, e i cui raggi erano soltanto qualcosa di visibile agli occhi, si alz sempre pi ogni giorno che passava e alla fine faceva cos caldo che le giacche che ci mettevamo la mattina, le infilavamo nella cartella quando tornavamo da scuola a mezzogiorno. Ma il segno pi evidente dellarrivo della primavera era lodore dei mucchi di foglie e di rametti che venivano bruciati e che in quelle settimane si diffondeva per tutta quella zona residenziale. Le sere dalla temperatura ancora frizzante, il buio dal colore bluastro, il freddo che saliva dai fossati dove cerano ancora dei cumuli di neve, duri come ghiaccio e coperti di ghiaia, quel continuo ronzio prodotto dalle voci di tutti i bambini che erano allaperto, alcuni che correvano in strada dietro a una palla, altri che salivano e scendevano in bicicletta dai fossati o percorrevano il marciapiede su una sola ruota, tutti spumeggianti di vita e di leggerezza, non bisognava fare altro che correre, non bisognava fare altro che andare in bicicletta, non bisognava fare altro che urlare, non bisognava fare altro che ridere, tutto con nel naso quellodore pungente, eppure corposo dellerba dellanno prima che stava bruciando e che di colpo ti assaliva da tutte le parti. Ogni tanto correvamo su in cima a guardare: quelle fiamme basse e compatte assomigliavano a piccole onde arancioni, quasi umide nella loro intensit cromatica enfatizzata dal buio della sera, sorvegliate da una madre e un padre orgogliosi, spesso con il manico del rastrello appoggiato alla spalla e i guanti da giardino ancora infilati, simili a una specie di cavalieri appartenenti alla classe pi bassa del ceto medio. Ogni tanto tenevano sotto controllo fal veri e propri dove veniva bruciato il ciarpame che si era accumulato in giardino durante linverno.
Che cosa cera di particolare nel fuoco?
L era un elemento cos estraneo, cos profondamente arcaico che non era possibile collegarlo a nessuno degli ambienti che lo circondavano e in cui si mostrava: che cosa ci faceva il fuoco a fianco della roulotte dei Gustavsen? Che cosa ci faceva il fuoco a fianco della ruspa giocattolo di Anne Lene? Che cosa ci faceva il fuoco a fianco dei mobili da giardino sbiaditi dal sole e zuppi dacqua dei Kanestrm?
Con tutte le sue sfumature di rosso e di giallo si librava verso il cielo, inghiottiva i rami crepitanti degli abeti, scioglieva la plastica sfrigolante, avvampava in un punto, subito dopo in un altro assumendo disegni del tutto imprevedibili, tanto belli quanto incredibili, perch che cosa ci facevano l, tra quei norvegesi qualunque in quelle notti qualunque degli anni settanta?
Con il fuoco appariva un altro mondo che poi svaniva nuovamente con esso. Era il mondo dellacqua e dellaria, della terra e della pietra, del sole e delle stelle, il mondo delle nubi e del cielo, di tutto il vecchio che era l da sempre e a cui per questo non si pensava. Ma il fuoco arrivava, quello lo si vedeva. E quando lo si era visto una volta, non ci si poteva sottrarre dal vederlo ovunque, in tutti i camini e i forni, in tutte le fabbriche e nei reparti di produzione e in tutte le automobili che circolavano per le strade e che la sera erano parcheggiate in garage o davanti alle case perch il fuoco bruciava anche in esse. Persino le automobili erano profondamente arcaiche. A dire il vero questa et gigantesca era presente in tutte le cose, dalle case, in muratura o in legno, allacqua che scorreva nelle tubature presenti fuori e dentro di esse, ma dal momento che con ogni generazione tutto accade come se fosse la prima volta e visto che quella aveva rotto i ponti con quella precedente, ogni cosa giaceva in fondo alla coscienza, ammesso che ci fosse, perch nelle nostre teste non eravamo soltanto uomini moderni degli anni settanta, ma anche gli ambienti che ci circondavano erano ambienti moderni degli anni settanta. E le sensazioni, quelle che scorrevano in quelle serate primaverili in ognuno di noi residenti in quel quartiere, erano sensazioni legate alla modernit, prive di qualsiasi dimensione storica, se non la nostra. E per noi che eravamo bambini questo equivaleva a dire nessuna storia. Tutto avveniva per la prima volta. Al fatto che anche i sentimenti fossero antichi, forse non come lacqua e la terra, ma vecchi come lumanit, a questo non pensavamo mai. Oh, no, perch mai avremmo dovuto? I sentimenti che inondavano i nostri petti, che ci facevano urlare e gridare, ridere e piangere, erano soltanto qualcosa che avevamo, non erano altro che noi stessi cos come eravamo, suppergi come il frigorifero aveva una luce che si accendeva quando la porta veniva aperta, o le case un campanello che suonava quando qualcuno lo premeva.
Credevo veramente che sarebbe durata?
S.
Invece non fu cos. Perch un giorno alla fine di aprile dissi ad Anne Lisbet che saremmo andati da loro dopo la scuola e lei mi rispose che non potevamo.
Perch no? dissi.
Verranno delle altre persone, rispose.
Chi? domandai. Pensavo che forse si trattava di uno zio o di una zia o di qualcosa di simile.
 un segreto, spieg con quel suo sorrisetto furbo.
Qualcuno della nostra classe? Marianne o Slvi o Unni?
 un segreto, ripet. Non potete venire. Ciao!
Andai da Geir e gli raccontai quello che mi aveva detto. Rimanemmo daccordo che saremmo andati l lo stesso a spiarle. Quando fin la scuola ed eravamo passati da casa per lasciare le cartelle, prendemmo laltra strada che andava fin su da loro, tagliammo attraverso il cantiere edile che si trovava in fondo al bosco, dove erano state erette le fondamenta delle prime case, proseguimmo furtivamente tra gli alberi, superammo la palude e raggiungemmo lo spiazzo usato per fare inversione che si trovava tra le loro abitazioni.
Non cera nessuno.
Erano dentro?
Non potevamo suonare il campanello visto che non dovevamo essere l. Percorremmo la strada in discesa. A Geir venne la brillante idea di suonare da Vemund, che usc e rimase sulla soglia con quellespressione stupida che aveva dipinta su quel volto tondo. S, avevano fatto quella strada poco tempo prima.
Da sole?
No, insieme ad altre due persone.
Chi?
No, quello non laveva visto.
Maschi o femmine?
Maschi, pensava. Prima aveva creduto che fossimo noi dal momento che passavamo molto tempo da quelle parti, ma ora aveva capito che dovevano essere altri due!
Scoppi a ridere. Rise anche Geir.
Chi poteva essere?
E che cosa ci facevano insieme a loro?
Vieni, seguiamoli, dissi a Geir.
Ma non volevano che noi venissimo qui, comment Geir. Non  meglio andare un attimo da Vemund?
Lo guardai strabuzzando gli occhi.
Okay".
Non farne parola con gli altri, pregai Vemund. Annu e noi attraversammo la loro propriet e proseguimmo lungo la strada.
Che fine avevano fatto?
Per quanto ne sapevo, potevano essere andati fino al negozio. Ma qualcosa mi diceva che si erano tenuti nei paraggi delle case. Percorremmo la via che si trovava sotto la loro. Non doveva essere un problema vederli e sentirli visto che erano in quattro.
Passiamo da qui? suggerii fermandomi allincrocio da dove partiva la via che saliva verso di loro e Dag Magne.
Geir si strinse nelle spalle.
Ci incamminammo lungo quel leggero pendio. La casa di Dag Magne si trovava a sinistra in un piccolo avvallamento. Accanto cera un garage, pieno di biciclette e attrezzi e pneumatici. Sotto la veranda cera accatastata della legna.
Quando giungemmo in cima a quella collinetta, Dag Magne ci stava osservando dalla finestra che si trovava sul lato corto della sua abitazione. Perch non pensasse che noi stessimo andando da lui, tagliammo attraverso la loro propriet senza guardarlo e ci infilammo nel bosco che si trovava sul lato opposto. La primavera era in arrivo, lerba che fino a quel momento era quasi bianca aveva iniziato a rinverdire, ma le foglie sugli alberi non erano ancora spuntate quindi potevamo vedere agevolmente e in lontananza tra tutte quelle giovani latifoglie.
Cera qualcuno. Proprio in fondo al pendio accanto alla casa di Solveig vidi muoversi qualcosa di blu e di rosso.
Sono loro, disse Geir.
Ci fermammo e rimanemmo completamente immobili.
Ridevano e parlavano eccitati.
Riesci a vedere chi sono? dissi piano.
Geir scosse la testa.
Ci avvicinammo. Avanzammo nascondendoci il pi possibile dietro gli alberi e, quando fummo a circa venti metri di distanza, ci accovacciammo dietro un sasso.
Feci spuntare la testa e guardai dalla loro parte.
Insieme a loro cerano Eivind e Geir B.
Eivind e Geir B.
Al diavolo! Eivind e Geir B., ma andavano a scuola con noi! Erano vicini di casa e ottimi amici, abitavano proprio accanto a Sverre, che a sua volta abitava vicino a Siv, la cui abitazione potevamo vedere dalla nostra strada.
Che differenza cera tra noi e loro?
Quasi nessuna!
Loro erano amici per la pelle, noi eravamo amici per la pelle. Eivind era uno dei migliori della classe, io ero uno dei migliori della classe. Geir B. e Geir non facevano altro che uscire con noi.
Ma Eivind era pi bello di me. Aveva i capelli ricci, gli zigomi alti, gli occhi sottili. Io avevo i denti e il sedere sporgenti. E poi era pi forte di me.
Adesso pendeva da un albero rinsecchito mentre stava cercando di spezzarlo. Geir B. se ne stava in piedi sullaltro lato spingendo con quanta forza aveva in corpo. Anne Lisbet e Solveig stavano a guardare.
Volevano darsi delle arie.
Oh, al diavolo! Accidenti!
Che cosa dovevamo fare? Andare verso di loro facendo finta di niente? Stare tutti e sei insieme?
Mi girai verso Geir.
Che cosa facciamo? sussurrai.
Non lo so, mi rispose sussurrando a sua volta. Picchiarli?
Ah, ah, mormorai. Sono pi forti di noi".
Non possiamo starcene qui tutto il giorno, mormor.
Ce la filiamo?
S, andiamocene".
Con la stessa cautela con cui eravamo arrivati, battemmo in ritirata. Quando arrivammo allincrocio, Geir mi chiese se volevo andare a fare un giro da Vemund.
Niente affatto! risposi.
Io passo da lui, afferm. Ciao".
Ciao".
Dopo qualche metro mi girai a guardarlo. Aveva trovato un ramoscello che si batteva prima su un ginocchio e poi sullaltro mentre camminava lungo il bordo in muratura del marciapiede. Piansi per quasi tutto il tragitto di ritorno verso casa e seguii il sentiero che costeggiava il campo da calcio perch nessuno se ne accorgesse.
Questo avvenne venerd. La mattina presto di sabato mi affrettai ad andare da Geir, ma lui doveva andare in citt insieme ai genitori. Mamma e pap stavano passando laspirapolvere e pulendo casa, Yngve aveva preso lautobus per andare in centro con Steinar, quindi io ero completamente abbandonato a me stesso. Andai in bagno e chiusi la porta a chiave, rovistai nel cesto della biancheria sporca dove trovai i pantaloni di velluto marrone, quelli brutti, che erano completamente neri di sporco sulle ginocchia. Me li infilai, mi precipitai in camera e mi misi a cercare quellorrendo maglione giallo che avevo, lo indossai, scesi le scale inosservato e andai nella stanza della caldaia, dove cerano gli stivali, le calzature pi brutte che avevo, li portai nellingresso e me li infilai. Rimaneva soltanto la giacca. Presi quella grigia e leggera che mi avevano comprato in primavera lanno prima, adesso era diventata un po troppo piccola, e piuttosto sporca, oltretutto la cerniera era rotta cos dovevo portarla aperta. Meglio, cos si vedeva sotto il maglione giallo.
Conciato a quel modo, mi diressi verso la zona dove abitava Anne Lisbet. Tenni lo sguardo costantemente abbassato perch volevo che la gente che mi vedeva capisse quanto ero dispiaciuto. E se avessi incontrato Anne Lisbet, che era la meta di quella escursione, volevo che lei vedesse che cosa aveva fatto. Quegli abiti orrendi e sporchi che indossavo, la testa china, tutto affinch lo capisse.
Non volevo suonare il campanello di casa sua, in quel caso avrei dovuto parlarle. No, il punto era che lei avrebbe dovuto incontrarmi per caso e rendersi conto di quanto soffrivo per come si era comportata.
Quando arrivai fin da Vemund e lei non mi aveva ancora visto, imboccai la via che portava a casa sua anche se quel gesto avrebbe potuto rovinare il mio piano, perch che cosa ero andato a fare lass se non per incontrare loro?
Forse incontrare Bjrn Helge?
Aveva un anno di meno e in realt era impensabile giocare con lui. Per giocava a pallone ed era piuttosto maturo per la sua et.
Rimasi per un attimo fermo sullo spiazzo dove le automobili facevano inversione meditando sullipotesi di arrivare fino alla casa di Bjrn Helge. Ma il solo fatto di vedere quella dove abitava Anne Lisbet mi rattrist, cos dopo un po ridiscesi dentro il bosco e passai davanti ai terreni che erano appena stati ricavati facendo saltare la roccia, dove macchinari edili e baracche fissavano immobili davanti a s con i vetri dei finestrini vuoti e neri, proseguii lungo la via che costeggiava la zona pianeggiante dove rimasi per un po a osservare la nuova sala parrocchiale che vi stavano costruendo, poi il terreno dove avevamo giocato a calcio e infine il portone a cento metri di distanza che segnalava linizio del sentiero che portava alla discarica. Lentamente mi camminai lungo la discesa. Al centro dellaltura che stavo superando, nascosta da rocce e alberi, abitavano Eivind e Geir B. Eravamo stati lass un paio di volte a giocare con loro e in inverno, prima che cadesse la neve, erano venuti con noi a pattinare a Tjenna. Una volta eravamo stati anche alla festa di compleanno di Geir B. E una volta a quella di Sverre. Fu quando avevo perso la banconota da dieci corone che dovevo dargli come regalo, quando ero arrivato a casa sua, vestito con i miei abiti pi belli, la busta era vuota e io ero scoppiato a piangere, non avrei dovuto farlo, non stava bene, ma cera un motivo, dieci corone erano un bel po di soldi. Fortunatamente suo padre mi aveva accompagnato a cercarle, avevamo rifatto la stessa strada e l, sullasfalto nero, cera la banconota. Cos non avrebbero pi potuto pensare che io li avessi ingannati, mi fossi tenuto i soldi e avessi fatto finta di averli persi.
Sul prato di un giardino accanto alla strada stava palleggiando il ragazzo dai capelli lunghi e neri e i tratti del volto simili a quelli di un indiano.
Ciao, disse.
Ciao, risposi.
Quanti riesci a farne? chiese.
Quattro, risposi.
Ah ah, comment. Praticamente niente".
Invece tu quanti palleggi sai fare?
Sono appena riuscito a farne sedici".
Vediamo".
Appoggi il pallone per terra e ci mise un piede sopra. Fece scivolare la suola allindietro prima di infilarla sotto la palla in modo da sollevarla. Uno, due, tre tocchi con il piede, poi si allung troppo la palla e durante lultimo tocco dovette allungare la gamba per recuperarla e cos la sped nella siepe.
Erano quattro, dissi.
Perch mi stavi guardando, rispose. E allora comincio a pensare a quello che sto facendo. Riprovo. Aspetti?
S".
Questa volta riusc a sollevare il pallone fino allaltezza del ginocchio e allora fu facile, la sfera rimbalz da un ginocchio allaltro cinque volte prima che perdesse di nuovo il controllo.
Otto, dissi.
S, rispose. Ma adesso ti faccio vedere".
Devo andare".
Okay".
Suo padre, un uomo grasso con gli occhiali e i capelli grigi e folti, ci stava guardando dalla finestra. Corsi sullaltro lato della strada e quando mi trovai sul marciapiede, mi vennero in mente i vestiti orrendi che avevo indosso, rallentai landatura e ripresi a camminare a capo chino.
Arrivato in fondo al pendio, vidi pap che stava uscendo in retromarcia dal vialetto. Mi fece un segno con la mano per indicarmi di andare da lui, si allung sopra il sedile e apr la portiera.
Salta su, disse. Andiamo a fare un giro in citt".
Ma sono conciato da sbatter via, risposi. Posso andare prima a cambiarmi?
Che sciocchezza. Dai, monta!
Sollevai la levetta sul lato del sedile per spingerlo in avanti.
Siediti vicino a me, disse.
Sul sedile davanti?
Non succedeva mai.
S, rispose. Non abbiamo tutto il giorno a disposizione! Spicciati!
Feci come aveva detto. Quando ebbi richiuso la portiera, inser la marcia e cominci a scendere lungo il pendio.
In effetti sei un po sporco, comment. Ma facciamo soltanto un giretto. Non importa".
Cominciai ad armeggiare con la cintura di sicurezza e non mi resi conto di niente fino a quando me lero messa e ci stavamo dirigendo verso il ponte.
Pensavo di andare al mercato del pesce, spieg. E poi al negozio di dischi. Ti va?
S, risposi.
Teneva il volante con una mano, laltra era appoggiata sulla leva del cambio e tra le dita stringeva una sigaretta accesa. Guidava veloce come sempre.
Rimanemmo a lungo in silenzio.
Sul lato sinistro cera la Vindholmen, il cantiere navale con le sue gru enormi simili a varani e gli edifici in fibra di vetro. Il parcheggio antistante non era pieno neanche a met. Sullo stretto, l davanti, cera unenorme piattaforma petrolifera. Era una Condeep, che doveva essere trasportata in alto mare la settimana dopo.
Dopo avere superato il piccolo tunnel e mentre eravamo diretti a Songe, mi lanci unocchiata.
Prima eri fuori con Geir? domand.
No, risposi. Sono in citt".
Magari li incontriamo, chiss".
Poi cadde di nuovo il silenzio.
La cosa mi tormentava, pap era cos di buon umore e non meritava che io non dicessi nulla. Ma che cosa avrei dovuto dire?
Dopo un po mi venne in mente qualcosa.
Dove hai intenzione di parcheggiare?
Mi guard.
Troviamo sicuramente un posto da qualche parte, rispose.
Perch non dove c il campo da tiro? Di sabato c sempre parcheggio".
Be, sarebbe proprio lultima spiaggia, comment.
Trovammo posto a Tyholmen. Si mise a camminare velocemente tra le alte case di legno, dovevo quasi correre per stargli dietro. Mi vergognavo di come ero vestito, con quegli indumenti terribili addosso sembravo un idiota e scrutavo con attenzione le persone che incrociavamo per vedere se mi fissassero o ridessero.
Giunti dentro il mercato del pesce pap fece scorrere lo sguardo sui banchi di vetro mentre aspettava il suo turno.
Prendiamo un po di gamberetti, no, Karl Ove, disse.
Annuii.
E magari quel merluzzo laggi?
Non dissi niente.
Mi sorrise mentre mi guardava.
Lo so che non ti piace il merluzzo. Ma ti fa bene. Quando sarai grande, ti piacer".
Ne dubito, risposi.
Avevo voglia di mettermi a parlare e raccontare, come facevo con la mamma, ma con lui non era cos semplice farlo di punto in bianco. Per ero felice che mi avesse portato con s, era importante che lo capisse.
Quando venne il suo turno e indic quello che voleva alla commessa, una delle altre donne presenti lo fiss. Quando lei si rese conto che la stavo squadrando, abbass gli occhi e continu a impacchettare il pesce che aveva sul tagliere davanti a lei. In quel momento, in quella calca davanti al bancone, qualcosa in pap, che stava indicando e parlando, mi fece pensare che lui avrebbe voluto scrollarsi di dosso tutto quello che lo circondava. Non era laspetto, quel volto con la barba, gli occhi azzurri, le labbra che parevano quasi leggermente distorte, e neppure quel suo corpo lungo e slanciato, si trattava di qualcosaltro, qualcosa che lui trasmetteva allesterno.
Ecco fatto, disse dopo che gli avevano dato il resto e teneva il sacchetto bianco con dentro il pesce e i gamberetti. Forza, andiamo!
In quella giornata grigia, dove la gente gremiva tutti i marciapiedi e i passaggi pedonali come accadeva sempre di sabato, noi ci incamminammo lungo Pollen, diretti verso il Musikkhrnet, e io mi misi a saltellare accanto a lui per fargli capire che ero felice. Quando mi guard, gli sorrisi. Il vento che soffiava dallo stretto gli scompigli i capelli, li rimise a posto con dei colpetti della mano.
Puoi tenermi per un attimo il sacchetto? mi domand una volta entrati nel negozio di musica. Annuii e lo tenni mentre passava in rassegna i dischi con movimenti veloci delle dita.
Avevano labitudine di sentire la musica dopo che eravamo andati a letto, soprattutto di venerd e di sabato sera. Spesso era lultima cosa che sentivo prima di addormentarmi. Lui suonava spesso i dischi anche quando era da solo nello studio. Steinar aveva detto che una volta aveva portato a scuola i Pink Floyd e li aveva suonati per loro durante la lezione. Aveva pronunciato quelle parole con voce piena di rispetto.
Non vuoi sceglierti una cassetta? sugger di colpo pap senza distogliere lo sguardo dai dischi che aveva davanti a s.
Ma io non ho il mangianastri, risposi.
Puoi prendere in prestito quello di Yngve, disse. E vedrai che te ne arriver uno tutto tuo per Natale. E allora  il caso di avere gi qualche cassetta. Se no che gusto c ad avere un mangianastri senza nastri!
Riluttante mi diressi verso le cassette, che non si trovavano dentro delle casse come i dischi, ma erano appese alla parete dentro ad alcuni espositori. Uno di loro era pieno di nastri di Elvis. Ne fissai uno che in copertina aveva lui seduto con la chitarra in grembo che sorrideva e indossava un abito di pelle.
Pap compr due dischi e quando li appoggi sul bancone disse al commesso che io gli avrei indicato la custodia di una cassetta. Con una piccola chiave in mano il commesso si diresse verso lespositore. Gli mostrai quella di Elvis, apr lanta e la prese, poi la infil in un sacchettino accanto a quello grande di pap.
Niente male, comment pap mentre tornavamo allauto. Elvis, sai, era il numero uno quando ero piccolo. Elvis the Pelvis, come lo chiamavamo. Ho ancora qualcuno dei suoi vecchi dischi. Sono dalla nonna e dal nonno. Magari una volta ce li portiamo a casa? Cos li senti?
S, mi piacerebbe, risposi. Forse farebbe piacere anche a Yngve".
Oggi hanno pure un certo valore, aggiunse. Si ferm ed estrasse il mazzo di chiavi dalla tasca. Guardai in direzione delle grandi cisterne di petrolio che si trovavano schierate lungo lo stretto di Galtesund, sul lato di Tromya. Erano cos grandi che quelle costruite vicino alle colline sembravano provenire da un altro mondo.
Pap alz la sicura sul lato della mia portiera.
Posso sedermi davanti anche al ritorno?
S. Ma soltanto oggi. Capito?
S, risposi.
Dopo aver appoggiato i sacchetti sui sedili posteriori, si accese una sigaretta prima di mettersi la cintura, che io avevo gi allacciato, poi mise in moto. Mentre tornavamo, presi a guardare un po la copertina della cassetta, leggermente sporto dal finestrino. Cera coda lungo tutto Langbrygga, si scioglieva soltanto allaltezza dellinsenatura sullaltro lato, dove da una parte cera Bai Radio e TV e dallaltra i magazzini dove veniva scaricato il pesce con le loro costruzioni in muratura basse e bianche e le bandiere che sventolavano al vento. Di fronte allo stretto, dove le onde mostravano le loro creste bianche, cera Skils, un drappello di case in legno che si trovavano lungo una collina ai cui piedi cera limbarco del traghetto, poi le officine meccaniche Pusnes e per il resto lungo lisola cerano boschi mentre sul lato che dava sulla terraferma, dove si snodava la strada in su e in gi, si alternavano case e moli fino ad arrivare alla stazione di benzina, a cui seguivano Songe, la Vindholmen e la via che conduceva al ponte. Tutto questo pareva scosso e arruffato del vento che soffiava da sud. Mentre rientravamo, fui sopraffatto dal pensiero di Anne Lisbet e la mia mente si rabbui di nuovo. Forse la causa fu la piattaforma petrolifera Condeep perch avevo pensato di portarle sul ponte a guardare quando lavrebbero trasportata al largo. Adesso non era pi possibile. O s? Non era ancora stata nella mia camera, cosa a cui pensavo tutte le sere prima di andare a dormire, che un giorno si sarebbe seduta l, sul mio letto, circondata dalle mie cose, e quellimmagine mi trasmetteva sempre un fuoco dartificio di felicit che si diffondeva in tutto me stesso, Anne Lisbet, qui, da me!
Perch di colpo Eivind poteva recarsi da lei e io no? Noi che ceravamo divertiti cos tanto!
Eivind doveva scomparire. Dovevamo tornare a essere come prima.
Ma come potevamo riuscirci?
Sotto di noi lo stretto si estendeva verso est e ovest. Una barca dalla doppia prua appuntita stava dirigendosi verso la terraferma, vidi una figura al timone.
Pap mise la freccia a sinistra e rallent, aspett che fossero passate due automobili, poi attravers la strada e imbocc lultimo tratto che saliva verso casa. Leif Tore, Rolf, Geir Hkon, Trond, Store-Geir, Geir e Kent Arne stavano giocando a pallone. Alzarono lo sguardo verso di noi mentre passavamo prima di infilarci nel vialetto.
Salutai con la mano quando scesi.
Vieni? grid Kent Arne.
Scossi la testa.
Adesso mangiamo".
Mentre stavamo salendo il vialetto verso casa, proprio quando loro non potevano pi vedermi, pap mi afferr la mano.
Fammi vedere, disse. Le verruche non ti sono ancora andate via?
No, risposi.
Lasci la presa.
Sai come farle sparire una volta per tutte?
No".
Te lo dico io. Ho un vecchio metodo. Dopo vieni in cucina cos te lo spiego. Tu vuoi liberartene, giusto?
S".
La prima cosa che feci quando salii al piano di sopra fu buttare i pantaloni e il maglione nel cesto della biancheria sporca e infilarmi i vestiti che avevo la mattina. Poi piazzai la cassetta con la copertina in bella vista sulla scrivania, la appoggiai contro la parete in modo da poterla vedere da qualsiasi punto della stanza mi trovassi, dopo andai in cucina dove pap sedeva con una piccola ciotola di gamberetti davanti a s. Il grt stava cuocendo sul fornello, la mamma stava innaffiando i fiori in soggiorno.
Riusciamo a farlo giusto in tempo prima di mangiare, esord pap.  come se fosse una magia. La nonna me lo faceva quandero piccolo. E ha funzionato. Avevo le mani piene di verruche. Dopo qualche giorno erano scomparse".
E cos che ha fatto?
Adesso vedrai, rispose alzandosi, apr il frigorifero e prese un pacchettino bianco che appoggi sul tavolo e apr. Dentro cera della pancetta affumicata.
Prima ti ungo le dita con il bacon. Poi andiamo in giardino a seppellirlo. Tra qualche giorno ti saranno andate via le verruche".
 vero?
S!  quella la cosa strana! Eppure spariscono. Aspetta e vedrai! Adesso dammi le zampe".
Gli tesi una mano. La prese nella sua, afferr un pezzo di pancetta affumicata e la pass con cura su tutte le dita, sul dorso della mano e sul palmo.
Adesso laltra, disse. Gliela porsi e, dopo aver preso unaltra fetta di bacon, ripet loperazione.
Ho unto tutto? chiese.
Annuii.
Lo seguii gi per le scale, mi infilai gli stivali senza toccarli con le mani, avevo ancora le fette di pancetta tra le dita, e andai dietro di lui, che con una vanga in mano fece il giro della casa e si diresse verso lorto che si trovava accanto al recinto vicino al bosco.
Ficc la vanga nel terreno, la spinse dentro con il piede e cominci a scavare. Si ferm dopo qualche minuto.
Adesso metti la pancetta l dentro, disse.
Eseguii, poi riemp di nuovo il buco e rientrammo in casa.
Ora posso lavarmi le mani? chiesi.
Certo, rispose. Il bacon che abbiamo seppellito ti far sparire le verruche".
Quanto tempo ci vuole?
Mah... Una settimana o due. Dipende dalla forza della tua fede".
Dopo cena uscii in strada. Non cera pi nessuno che giocava a calcio, ma Geir Hkon, Kent Arne e Leif Tore erano rimasti fuori, erano intenti a correre in verticale su per il muro che cera nella via, per vedere dove riuscivano ad arrivare in altezza prima di cadere. Se la velocit era sufficientemente elevata, erano in grado di fare tre, quattro passi prima che la forza di gravit li risucchiasse tirandoli verso il basso. Se uno arrivava troppo in alto, rischiava di cadere come un sasso sulla schiena, quindi si trattava di un esercizio dove era importante concentrarsi bene. Fui molto cauto la prima volta, che fu anche lultima, perch dopo di me Geir Hkon, volendo fare troppo lo sbruffone, era caduto sulla ghiaia con un tonfo tale che la botta gli aveva bloccato il respiro svuotandogli i polmoni da tutta laria e cercava di riempirli lamentandosi e tremando mentre lottava contro le lacrime. Fece passare a tutti la voglia di continuare.
Geir Hkon si rialz e riprese a respirare mentre era girato di schiena, quando si volt tutti videro che aveva pianto, ma nessuno disse niente.
Perch no?
Se fossi stato io, lavrebbero commentato di sicuro.
Adesso che cosa facciamo? domand Kent Arne.
In quel momento Kleppe arriv in bicicletta gi per la discesa. Barcoll leggermente da una parte allaltra, indossava una giacca nera e un berretto nero, i lineamenti del viso rossastri e flosci pendevano e oscillavano pi o meno come i due sacchetti del B-Max che aveva appeso ai lati del manubrio. Era il padre di Hvard, un ragazzo che abitava nella casa pi lontana dalla nostra e che aveva gi diciassette anni, uno che ammiravamo, ma che vedevamo molto raramente. Si diceva che suo padre fosse alcolizzato. Quando questi imbocc la strada dove ci eravamo disposti, colsi lopportunit che mi si offriva. Corsi per un pezzo accanto a lui mentre facevo finta di sbirciare nei sacchetti appesi al manubrio.
Qui dentro ci sono bottiglie di birra! gridai agli altri prima di fermarmi.
Kleppe mi degn a malapena di uno sguardo. Ma gli altri risero.
Il giorno successivo eravamo seduti in camera di Geir a scrivere una lettera damore ad Anne Lisbet. La loro casa era identica alla nostra, conteneva esattamente le stesse stanze, disposte nella stessa direzione, eppure quella abitazione era infinitamente differente perch da loro era luso e la fruibilit a dominare in assoluto, le sedie erano prima di tutto comode, non belle da vedersi, e quella pulizia quasi scientifica, dove ogni angolino era stato passato al setaccio con laspirapolvere e che caratterizzava le nostre stanze, era totalmente assente a casa loro dove i tavoli e il pavimento erano occupati da tutto ci che li impegnava al momento. La loro vita era in un certo senso integrata nella loro abitazione. Era cos anche la nostra, semplicemente noi la vivevamo in un altro modo. Per il padre di Geir era impensabile che solo lui potesse utilizzare tutti gli attrezzi, anzi uno dei punti fondamentali del suo modello educativo era coinvolgere il pi possibile Geir e Gro in quello che faceva. Nel seminterrato avevano un banco di lavoro dove si piantavano i chiodi e si piallava, si incollava e si litigava e se per esempio a noi veniva voglia di costruire una specie di carriola o una soap-box, come la chiamavamo, era a lui che ci rivolgevamo. Il loro giardino non era bello e simmetrico come era diventato il nostro dopo tutto il tempo che pap ci passava, ma era gestito pi a casaccio partendo da un principio di funzionalit secondo cui per esempio il compostaggio occupava uno spazio considerevole della superficie bench il suo aspetto esteriore risultasse poco allettante e la stessa cosa valeva per le piante di patate che nella loro semplicit sembravano quasi delle erbacce e che crescevano in una zona piuttosto grande sul retro dove noi avevamo invece un prato perfettamente squadrato e aiuole rotonde con cespugli di rododendro.
La camera di Geir si trovava allo stesso posto della mia, sua sorella Gro ce laveva nello stesso punto di Yngve, mentre i genitori avevano la loro camera in mezzo, proprio come da noi. Geir passava liberamente da una stanza allaltra, correva per le scale quando voleva, e se gli veniva voglia di mangiarsi un panino, prendeva loccorrente dal frigorifero e se lo preparava da solo. La stessa cosa valeva per me quando ero l da lui, anchio potevo correre tra le stanze se volevo o prepararmi un tramezzino insieme a Geir. Spesso sedevamo in soggiorno ad ascoltare il disco di Knusen e Ludvigsen che aveva, ridevamo di quel vinile o di lui, che non solo sapeva tutti i testi a memoria, ma era anche in grado di eseguirli allo stesso modo. Non era capace di giocare a pallone, non aveva talento per tutti i giochi con la palla, cera qualcosa con la sua capacit di coordinazione che non funzionava del tutto, ma era anche un discorso legato al suo interesse personale, infatti lui non ardeva mai dalla voglia di giocare, come accadeva spesso a me, e il trascorrere un intero pomeriggio a giocare a pallone, per poi provare un gran desiderio di poter continuare quando si faceva buio e tutti andavano a casa, era qualcosa di completamente estraneo per lui. Non era neanche bravo a scuola. Leggeva male, aveva problemi con i numeri, raramente era in grado di ripetere qualcosa che aveva letto o sentito durante la lezione, eppure se la passava bene, ai suoi occhi niente dipendeva dal calcio o dalla scuola. Era bravo a fare il verso e a imitare e a scuola aveva cominciato a radunare intorno a s nugoli di ragazzi che desideravano stare a sentirlo. A lui la cosa piaceva, le risate erano capaci di spingerlo sempre pi l, di renderlo sempre pi coraggioso, come se fossero una specie di benzina, ma non dipendeva neppure da questo. In un certo senso lui aveva i suoi piccoli mondi. Come il disegno. Era capace di rimanere a disegnare seduto in camera sua per una giornata intera. O a costruire modellini di aerei, che era unaltra delle sue passioni. Aveva una risata fragorosa che a volte poteva diventare isterica. Gli piaceva scoreggiare, forse pi di ogni altra cosa, o perlomeno sperimentava e parlava molto dellargomento.
Il fatto che lui avesse una sorella pi grande, Gro, faceva s che probabilmente lui non fosse attratto dal mondo femminile come me. Ci nonostante lidea di comporre una lettera damore lo eccit. Io avrei scritto la lettera e lui lavrebbe illustrata. Il disegno mostrava un ragazzino che calpestava un cuore e altri due che stavano a guardare. Sotto limmagine scrissi con un pennarello rosso Eivind spezza i nostri cuori. La lettera in s consisteva di cinque righe.
 Cara Anne Lisbet
 i nostri cuori sono spezzati
 ritorna da noi,
 ci senti
ti amiamo cos tanto
Quel disegno e quella lettera non glieli potevamo consegnare perch per quanto ne sapevamo lei avrebbe potuto mostrarli a qualcuno, addirittura a scuola, e questo ci avrebbe messa in ridicolo davanti a tutti. Invece decidemmo di farglieli vedere. Con la lettera e il disegno arrotolati nelle nostre mani alla stregua di due trattati, ci recammo da lei. Su per lo spuntone di roccia dalla casa della signora Hjellen e fino al terreno sotto la sua finestra. Lanciammo della ghiaia sul vetro e lei apparve. Prima le mostrammo il disegno e la lettera, lei sorrise, poi noi li strappammo e li calpestammo prima di allontanarci. Perlomeno adesso sapeva come ci sentivamo. Adesso toccava a lei.
Geir si ferm allincrocio.
Vado a fare un giro da Vemund, disse. Vieni anche tu?
Scossi la testa. Mentre camminavo pensai che anchio forse sarei dovuto passare a casa di un altro amico. Magari Dag Magne? Ma sarebbe sembrato strano, cos preferii tornare a casa. Mi sdraiai a letto e lessi per un po fino a quando Yngve venne a chiedermi se avevo voglia di andare a giocare a pallone con lui in strada. Volevo. Non cera nulla che mi piacesse di pi che fare cose insieme a lui. La maggior parte delle volte questo avveniva in casa, facevamo dei giochi o ascoltavamo insieme la musica mentre allesterno in un certo senso ci dividevamo, lui era insieme ai suoi amici, io ero con i miei, fatta eccezione per le vacanze quando facevamo il bagno e giocavamo a pallone o a ping-pong o a badminton, e in casi come quello quando si annoiava e non aveva nei paraggi altri che me.
Per pi di unora ci passammo la palla. Poi Yngve tir in porta mentre io mi allenavo con i rinvii. Alla fine riprendemmo a scambiarci la palla.
Come per miracolo mi sparirono le verruche. Rimpicciolirono sempre pi fino a quando, forse tre settimane dopo, non cerano pi. La pelle delle mani era cos liscia che presto mi fu difficile immaginare che un tempo la situazione era molto diversa.
Ma Anne Lisbet non torn. Mentre prima emetteva gridolini di gioia quando io le strappavo via il berretto o le tiravo la sciarpa o le mettevo le mani sugli occhi avvicinandomi da dietro, adesso mostrava segni di irritazione o addirittura si arrabbiava. Provavo una fitta di dolore quando vedevo lei e Solveig arrivare insieme a Eivind e Geir B. per prendere lautobus e tutte le sere prima di dormire immaginavo situazioni in cui io le soccorrevo mettendole in salvo, o sotto altre forme apparivo in una luce che le avrebbe permesso di rendersi conto del proprio errore e di tornare, oppure immaginavo di essere morto e di assistere allenorme dolore che allora lavrebbe riempita, oltre al rimorso che avrebbe provato nel capire che quello che lei voleva davvero, cio stare con me, non era pi possibile, adesso che giacevo nella bara con sopra le corone funebri. Allepoca la morte rappresentava un pensiero dolce, perch non era soltanto Anne Lisbet che si sarebbe pentita per quello che aveva fatto, ma lo stesso sarebbe valso anche per pap. Rimanere in piedi davanti alla mia bara piangendo me, quello che era morto in modo troppo prematuro. Sarebbe stato presente tutto il quartiere e tutti i pensieri che avevano nutrito nei miei confronti sarebbero stati rivalutati perch adesso non cero pi, e ci che ero realmente stato sarebbe emerso in modo evidente per la prima volta. S, la morte era dolce e buona e di grande consolazione. Ma anche se io soffrivo per via di Anne Lisbet, lei continuava a esistere, la vedevo ogni giorno a scuola e fino a quando lei cera, esisteva una speranza, seppur piccola. Il buio che il pensiero di lei riusciva a risvegliare dentro di me apparteneva quindi a unaltra categoria rispetto a quelloscurit che a volte mi assaliva, quella che deprimeva e appesantiva ogni cosa, che anche Geir conosceva, da quanto emerse. Una sera che eravamo seduti in camera sua mi chiese che cosa avessi.
Niente di speciale, risposi.
Ma sei cos taciturno! comment.
Ah, s. Sono soltanto triste, stanco e stufo".
Per cosa?
Non lo so. Non esiste una ragione precisa. Mi sento semplicemente cos".
A volte capita anche a me, disse.
Davvero?
S".
Ti capita di sentirti triste, stanco e stufo senza che sia successo niente di particolare?
S. Anchio mi sento cos".
Non lo sapevo, dissi. Che anche altri si sentissero cos".
Chiamiamolo in questo modo, sugger. ?Cos. Ce lo possiamo dire quando ci capita. Adesso sto cos, e in questo modo laltro capisce subito".
 una buona idea, dissi.
Si aggiunsero anche altre parole nuove, per esempio quando Yngve mi insegn qual era il vocabolo corretto per scopare, si diceva rapporto sessuale e quel sapere fu cos scioccante che portai Geir fin sulla montagna prima di avere il coraggio di dirglielo. Si dice rapporto sessuale, gli spiegai, ma non dire che lo hai sentito da me! Promettimelo! Lo giur. Per il resto passava sempre pi tempo da Vemund e Vemund cominci addirittura a recarsi a volte da lui. Non capivo e glielo dissi. Perch frequenti Vemund?  grasso e stupido e il pi asino della classe. Non mi diede mai una vera risposta, si limitava a dire che gli piaceva stare l. Perch? Gli chiedevo allora. Cos che fate di tanto meraviglioso? Be, rispondeva Geir, disegniamo per la maggior parte del tempo Durante le lezioni capitava persino che si girasse verso Vemund quando dovevamo fare qualcosa a coppie, invece che verso di me come aveva sempre fatto prima in automatico. In un paio di occasioni andai con lui da Vemund, anche per essere nelle vicinanze di Anne Lisbet, ma quello che facevano mi sembrava noioso e quando lo dicevo e suggerivo qualcosaltro, i due si alleavano e insistevano nel riprendere le loro occupazioni. Per me non cerano problemi, se lui voleva stare con il pi stupido della classe, prego. Inoltre eravamo sempre vicini di casa, quindi continuava spesso a venire da me il pomeriggio, e poi quella primavera cominciammo ad andare insieme a calcio. Quasi tutti i bambini della strada lo facevano. Lallenamento era a Hove e la mamma e quella di Geir si alternavano ad accompagnarci in auto. La mamma mi compr una tuta quando iniziai. Era la mia prima e io nutrivo grandi aspettative, me ne immaginavo una blu, luccicante e dellAdidas come quella di Yngve, o ancora meglio della Puma, o almeno della Hummel o dellAdmiral. Ma quando me la mostr, non era di marca. Era marrone con le strisce bianche e anche se secondo me quel colore era brutto, non era quella la cosa peggiore. Il peggio era che la stoffa non era lucida, ma opaca, quasi ruvida, che non cadeva morbida sul corpo, ma ne seguiva le forme ed era cos aderente che il mio sedere era ancora pi appariscente del solito. Quando mi infilavo quella tuta, era lunica cosa a cui riuscivo a pensare. Persino quando correvo in campo e cominciava lallenamento, quello era il mio solo pensiero. Ho il culo che mi spunta in fuori come un palloncino, pensavo rincorrendo il pallone. Ho una tuta marrone e brutta, pensavo. Sembro un deficiente, pensavo. Deficiente, deficiente, deficiente.
Al contempo non lo dissi mai alla mamma. Feci finta di essere felice quando me la diede perch era costata tanto, lei aveva girato per tutti i negozi per trovarla per me e se io le avessi detto che non mi piaceva, il suo primo pensiero sarebbe stato che ero un ingrato, e poi si sarebbe dispiaciuta molto per aver fatto lacquisto sbagliato. Io non volevo. Oh, che bella, dissi invece. Bellissima. Proprio quella che volevo.
La cosa strana di quegli allenamenti quella primavera fu che esisteva una grande differenza tra quello che ero dentro di me e quello che ero sul campo. Dentro di me ero stracolmo di pensieri e sentimenti relativi al fatto che dovevo segnare e dribblare, sulla tuta terrificante che indossavo, sul culone che avevo e in aggiunta sui miei denti sporgenti  mentre sul campo, mentre correvo da tutte le parti, ero praticamente invisibile. Cerano cos tanti bambini, un mucchio enorme di braccia e di gambe e di teste che seguivano il pallone alla stregua di uno sciame di zanzare, e gli allenatori sapevano al massimo il nome di una manciata di noi, quelli che venivano dal loro vicinato, probabilmente, i figli e i loro amici. La prima volta che mi staccai dal branco fu una sera in cui qualcuno aveva calciato il pallone scaraventandolo nel bosco dietro la porta dove era sparito, cos ci venne impartito lordine di andare a recuperarlo. Seguirono due, forse tre minuti di intense ricerche. Nessuno trov il pallone. Di colpo lo vidi davanti a me, brillava bianco e bello al crepuscolo sotto un cespuglio. Sapevo di avere una chance, sapevo che avrei dovuto gridare Lho trovato!, prenderlo e portarlo sul campo in modo che avrei goduto del meritato onore, ma non osai. Invece lo calciai rimandandolo indietro. Ecco il pallone, esclam qualcuno. Chi lha trovato? grid un secondo. Uscii dal bosco insieme agli altri senza dire niente, cos il tutto rimase un mistero.
La seconda volta fu una situazione analoga, soltanto ancora pi lusinghiera per me. Stavo correndo in un gruppetto a forse dieci, dodici metri dalla porta, la palla fin in quel punto, era tutta una confusione di braccia e gambe e quando la sfera si trov di colpo da sola davanti a me, calciai con tutte le mie forze ed essa lamb il palo e fin in fondo alla rete.
Gol! si sent urlare.
Chi  stato tirare?
Non dissi niente, non feci niente, rimasi perfettamente immobile.
Chi ha fatto gol? Nessuno? grid lallenatore. Okay! Allora continuiamo!
Forse pensavano che si fosse trattato di un autogol, e per questo nessuno aveva dichiarato di essere lautore. Ma anche se io non osavo dire di aver segnato, si trattava del mio primo gol in assoluto e quel pensiero mi illumin per tutto il resto dellallenamento e in automobile mentre eravamo diretti verso casa. La prima cosa che dissi quando arrivammo correndo allauto, dove la mamma stava aspettando, fu che avevo segnato.
Ho fatto un gol! esclamai.
Che bello! disse la mamma.
Tornati a casa mentre mi stavo sedendo al tavolo della cucina per lo spuntino serale, lo ripetei.
Oggi ho fatto gol!
Avevate la partita? domand Yngve.
No, risposi. Non abbiamo ancora cominciato. Era in allenamento".
Ma allora non conta niente, comment.
Un paio di lacrime mi rigarono le guance. Pap mi guard con quel suo sguardo duro, irritato.
Non puoi metterti a frignare per QUESTO! esclam. Dovrai pur sopportare UN POCHINO!
Mi misi a piangere sul serio.
Che io piangessi cos facilmente era un grande problema. Scoppiavo in lacrime ogni volta che qualcuno mi sgridava o mi riprendeva, oppure quando mi aspettavo che lavrebbero fatto. Il pi delle volte si trattava di pap, bastava che alzasse la voce anche se sapevo che per lui era la cosa peggiore che potessi fare. Con la mamma non piangevo mai. Durante tutto il lungo periodo della mia infanzia avvenne soltanto due volte. Entrambe si verificarono la primavera in cui cominciai a giocare a pallone. La prima fu la pi scioccante. Ero stato nei boschi insieme a un nutrito gruppo di bambini ed eravamo in piedi in una specie di cerchio, cera Yngve, cera Edmund che andava in classe con lui, oltre a Dag Lothar, Steinar, Leif Tore e Rolf. Si stava parlando alla grande. Da Ubekilen giungevano le grida dei gabbiani, il cielo era ancora luminoso anche se il buio aveva cominciato a strisciare sul terreno e sotto gli alberi. Si stava discutendo di scuola e insegnanti, di marinare la lezione, di essere costretti a rimanere pi a lungo in classe per punizione e di cominciare con un anno danticipo. Poi si pass a parlare di uno che era molto bravo e che frequentava la classe di Yngve. Ero rimasto a lungo ad ascoltare in silenzio, felice di starmene insieme ai ragazzi pi grandi, ma in quel momento si apr per me uno spiraglio in cui potevo infilarmi.
Io sono il pi bravo della classe, esordii. Perlomeno nel leggere e nello scrivere e in scienze, storia e geografia. E in storia locale".
Yngve mi guard.
Non tirartela troppo, Karl Ove, replic.
Ma non me la sto tirando,  vero! risposi.  vero! Ho imparato a leggere quando avevo cinque anni. Prima di tutti i miei compagni. Adesso so leggere benissimo. Edmund, per esempio, ne ha quattro pi di me, ma non sa leggere affatto! Lo hai detto tu! Questo significa che sono pi bravo di lui".
Adesso vedi di darci un taglio con tutto questo tuo pavoneggiarti, disse Yngve.
Ma  vero, insistetti. Non  cos, Edmund? Non  vero forse che tu non sai leggere? Che hai linsegnante di sostegno? Tua sorella  in classe con me. Neanche lei sa leggere. O soltanto un pochino. Non sono mica bugie, no?
In quel momento avvenne una cosa strana: gli occhi di Edmund si riempirono di lacrime. Si gir di scatto e si allontan.
Cosa diavolo stai facendo? mi sibil Yngve.
Ma  vero, continuai. Io sono il pi bravo della classe e lui  il peggiore della sua".
Fila a casa, disse Yngve. Immediatamente. Non ti vogliamo qui con noi".
Non sei tu a deciderlo, replicai.
Chiudi il becco e vattene! disse arrabbiato mentre mi metteva le mani sulle spalle allontanandomi con uno spintone.
Va bene, va bene, dissi prima di incamminarmi su per il pendio. Attraversai la strada, sbattei la porta, mi tolsi la giacca e le scarpe. Ma era vero quello che avevo detto, allora perch mi aveva mandato via?
Avevo gli occhi gonfi di lacrime quando mi sdraiai sul letto e mi misi a leggere, era ingiusto, quello che avevo detto era vero, era ingiusto, ingiusto.
La mamma torn a casa dal lavoro, prepar del t e lo spuntino serale. Yngve era ancora fuori, cos mangiammo soltanto noi due. Mi chiese se avevo pianto, dissi di s, mi domand perch, risposi che Yngve mi aveva dato uno spintone, afferm che ne avrebbe parlato con lui. Le mostrai una lettera che avevo scritto al nonno, comment che ne sarebbe stato molto contento, mi diede una busta, ci infilai il foglio, scrisse nome e indirizzo promettendomi che lavrebbe imbucata il giorno dopo. Finito, andai a coricarmi. Sentii Yngve tornare a casa mentre stavo leggendo, i suoi passi sulle scale e in cucina dove cera la mamma. Adesso lei gli avrebbe detto che lui non doveva darmi gli spintoni n dirmi di chiudere il becco, pensai mentre me ne stavo sdraiato sul letto e immaginavo Yngve con la testa china. Poi si sent il rumore di voci e di passi nel corridoio e la porta si apr.
Vidi immediatamente che la mamma era arrabbiata e mi tirai su a sedere.
 vero quello che dice Yngve? domand. Che tu hai preso in giro Edmund perch non sa leggere?
Annuii.
In un certo senso, risposi.
Non ti rendi conto che Edmund c rimasto male? Non capisci che non puoi parlare degli altri a quel modo?
Fece alcuni passi in avanti e si ferm davanti a me. Aveva gli occhi ridotti a due fessure, parlava con voce alta e tagliente. Yngve era dietro di lei e mi guardava.
Karl Ove, te ne rendi conto? mi chiese la mamma.
Si  messo a piangere, intervenne Yngve. Per colpa tua. Capisci?
E di colpo capii. Le parole della mamma gettavano una luce spietata e crudele su quanto era successo. Quello per cui provavano pena era Edmund, anche se aveva quattro anni pi di me. Lui era triste e turbato, ed ero stato io a renderlo cos.
Cominciai a piangere come non avevo mai fatto prima.
OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, ululavo. OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH, OH".
La mamma si chin in avanti e mi pass una mano sulla guancia.
Scusa, mamma, singhiozzai. Non lo far mai pi. Mai pi. Te lo prometto con tutto il mio cuore".
Il fatto che io piangessi cos disperatamente e gridassi pi che esprimere le mie scuse addolc la mamma, ma non Yngve: ci vollero molti giorni prima che lui dimenticasse quello che era successo. E questo anche se Edmund non era per lui una persona cos importante nella sua vita, non era uno dei suoi migliori amici, ma semplicemente un suo compagno di classe. In parte lo capivo, in parte no.
La seconda volta che la mamma mi fece piangere avvenne quando io e lei stavamo uscendo una sera a fare un giro, doveva comprare qualcosa alla Fina, ma invece di prendere lautomobile voleva andarci a piedi e io, che amavo molto stare da solo con lei, laccompagnai. Presi la torcia, il sentiero era buio, ma prima ancora che ci arrivassimo, puntai il fascio di luce attraverso la finestra del soggiorno avvolto dalloscurit di una casa che stavamo superando.
Non farlo! sibil di colpo la mamma. L ci abita gente! Non puoi invadere la loro privacy a quel modo!
Abbassai la torcia il pi velocemente che potevo verso terra, lottai per qualche secondo contro il pianto prima di cedere e scoppiare in singhiozzi.
Te la sei presa cos tanto? disse la mamma guardandomi. Dovevo dirtelo, capisci. Quello che hai fatto non era molto gentile".
Non avevo cominciato a piangere perch ero stato sgridato, ma perch era stata lei a farlo.
Perlomeno lei non si arrabbiava perch scoppiavo in lacrime.
Fuori non frignavo quasi mai. O pi precisamente, s se mi facevo male, lo facevano tutti, che gli occhi mi si gonfiassero di pianto in quei momenti era qualcosa che era impossibile da impedire. Il fatto che nessuno buttasse gi le porte di casa nostra per venirmi a cercare era connesso ad altre cose di cui io stesso non avevo il controllo. Litigavo molto con loro, in particolare con Leif Tore, eravamo in disaccordo su tutto, anche su chi doveva decidere e anche se eravamo uguali, nel senso che nessuno di noi due voleva cedere, era con lui che gli altri volevano giocare e non con me. Finch eravamo in tanti, come per esempio quando costruivamo delle capanne nel bosco o giocavamo a pallone sul campo di terra battuta, la cosa non si notava, era quando eravamo in tre o in quattro che risultava evidente. Neppure quando ero insieme a qualcuno pi grande di me, per esempio Dag Lothar, cerano problemi, in quei casi io mi incollavo praticamente a lui, seguivo tutti i suoi movimenti, non protestavo, non dicevo che non era cos, e avvertivo tutto questo come qualcosa di naturale perch lui aveva un anno pi di me. Lo feci notare una volta a Geir, che Dag Lothar decideva per me, che io decidevo su Geir e che Geir decideva su Vemund. Si arrabbi, disse che io non decidevo su di lui. Invece s! insistetti. Sono io che decido che cosa facciamo. Ma tu non decidi su di me, replic Geir. E che importanza ha? continuai. Non ti ho forse detto che Dag Lothar decide su di me? E che tu decidi su Vemund? Quindi che importanza ha se io decido su di te? Invece s, assolutamente s, il volto di Geir si irrigid e lui mostr quella forma di disagio che a volte assumeva nei confronti dei propri movimenti, un attimo dopo era sparito. Altri si arrabbiavano per molto meno, come per esempio quando un pomeriggio presto dopo la scuola ce ne stavamo in strada, soli nella zona residenziale, io, Geir Hkon, Kent Arne e Leif Tore e di colpo pass un camion enorme con il pianale carico di sassi provenienti da unesplosione che era avvenuta in qualche punto pi in alto.
Lavete visto? dissi. Era un Mercedes!
A me non interessavano le auto, le barche o le moto, non ne sapevo niente, ma dal momento che tutti gli altri lo facevano, ogni tanto dovevo lanciarmi, soltanto per dimostrare che me ne intendevo anchio.
Ma va, replic Geir Hkon. La Mercedes non produce camion".
Non hai visto la stella? risposi.
Sei completamente fuori o cosa? Non cera mica la stella della Mercedes, ribatt.
Invece s, insistetti.
Geir Hkon sbuff. Le sue guance paffute si fecero ancora pi rotonde del solito.
Inoltre la Mercedes produce camion. Lho letto. C scritto in un libro che ho".
Mi piacerebbe proprio vederlo quel libro, comment Geir Hkon. Stai solo cacciando un fracco di balle. Non sai niente dei camion".
Tu invece s, soltanto perch tuo padre lavora con le macchine da costruzione in cantiere? dissi.
Proprio, rispose.
Ooohhh, commentai con sarcasmo. Allora credi di essere un esperto anche negli sci da slalom soltanto perch tuo padre te ne ha comperato un paio. Ma se non li sai neanche usare. Sei un imbranato a sciare. Quindi che cosa te ne fai di tutta la tua attrezzatura? Quando non sai neanche come utilizzarla? Lo dicono tutti che sei viziato. E in effetti lo sei. Ti comprano tutto quello che vuoi".
Non  vero, rispose. Tu sei soltanto invidioso".
E perch dovrei essere invidioso di te?
Adesso vedi di smetterla, Karl Ove, intervenne Kent Arne.
Geir Hkon non aveva distolto soltanto la faccia da me, ma tutto il corpo.
Perch la devo smettere io e non Geir Hkon? chiesi.
Perch Geir Hkon ha ragione, rispose Kent Arne. Non era un Mercedes. E lui non  lunico ad avere gli sci da slalom. Ce li ho anchio".
Ce li hai soltanto perch tuo padre  morto, dissi.  per questo che tua madre ti compra sempre tutto".
Non  per questo, continu Kent Arne.  perch vuole che io li abbia. E perch abbiamo i soldi per poterlo fare".
Ma se tua madre lavora in un negozio, insistetti. Non  che si guadagni molto facendo quel mestiere".
Perch, allora  meglio fare linsegnante? comment Leif Tore, che adesso aveva deciso di immischiarsi. Cosa credi, che non abbiamo visto il muro che cera da voi?  pieno di crepe e sta per cadere soltanto perch tuo padre non sapeva che bisogna mettere larmatura. Ha usato soltanto il cemento! Pi scemi di cos!
E poi crede di essere chiss che cosa soltanto perch fa parte del consiglio comunale, aggiunse Kent Arne. Ci saluta soltanto con un dito quando passa con lauto. Quindi  meglio che tu stia zitto".
Perch dovrei star zitto? dissi.
No, in effetti non ce n bisogno, puoi startene pure qui a dire stronzate come tuo solito. Tanto noi non vogliamo giocare con te".
E corsero via.
Questi disaccordi non duravano mai a lungo, gi alcune ore dopo potevo di nuovo giocare con loro, se mi andava, eppure erano cose che succedevano, sempre pi spesso mi trovai coinvolto in situazioni dove ero di colpo con le spalle al muro, accadeva sempre pi frequentemente che gli altri si defilassero quando arrivavo, anche Geir, s, a volte mi rendevo conto che arrivavano al punto di nascondersi a me. Dove abitavamo, se qualcuno faceva unaffermazione su qualcuno, veniva subito riportata e di colpo si trasformava in qualcosa che tutti ripetevano. Su di me si diceva che ero un saputello e che mi vantavo sempre. In effetti le cose stavano proprio cos, io sapevo molto meglio e molto di pi di tutti gli altri, perch quindi avrei dovuto fare finta di niente? Quando sapevo qualcosa, lo dicevo perch era cos. Per quanto riguardava la faccenda del vantarsi, lo facevano tutti, in continuazione. Dag Lothar, per esempio, che piaceva cos tanto a tutti, non infarciva forse una frase su due con un Non per vantarmi, ma per poi mettersi a raccontare qualcosa di eccezionale che aveva compiuto o qualcosa di bello che qualcuno aveva detto sul suo conto?
S, si comportava cos. Quindi la questione non verteva su quello che facevo, ma su ci che ero. Altrimenti perch Rolf aveva cominciato a chiamarmi il professionista quando giocavamo a pallone in strada? Io non avevo fatto niente di speciale. Tu credi di essere cos maledettamente bravo a giocare a calcio, diceva, vero, professionista? Ma tutto quello che facevo era dire come doveva essere, e perch non avrei dovuto farlo quando andavo a calcio e in effetti lo sapevo? Non dovevamo correre tutti appiccicati, ma separarci e passarci la palla o dribblare, e non continuare con quel pastrocchio a cui eravamo abituati.
Comunque ebbi lultima parola anche quella primavera. Perch quando le lezioni furono riorganizzate in funzione dei preparativi per la festa finale della scuola prima dellestate e la Maestra distribu i copioni contenenti il testo della recita che avremmo interpretato per tutti i genitori in occasione del giorno pi importante di quellanno scolastico, per la precisione lultimo, a chi venne affidato il ruolo principale se non a me?
Non a Leif Tore, non a Geir Hkon, non a Trond e non a Geir.
Ma a me.
Me, me, me.
Nessuno di loro era in grado di imparare a memoria cos tante battute, di tutti i maschi gli unici capaci di farlo eravamo soltanto io, Eivind e forse Sverre, e il fatto che alla fine la Maestra avesse scelto proprio me non era un caso.
Ero cos felice quando lo disse che non sapevo come nascondere la mia gioia.
Provammo tutti i giorni dellultima settimana e ogni giorno ero al centro dellattenzione di tutti, anche di quella di Anne Lisbet, e quando arriv il momento, una meravigliosa giornata di sole, si aggiunsero anche tutti i genitori. Erano tutti eleganti e seduti sulle sedie allineate contro la parete, scattavano foto con le loro macchine fotografiche, perfettamente in silenzio quando eccitatissimi noi recitammo le nostre battute e applaudirono con fragore quando tutto era finito.
Poi suonammo il flauto dolce e cantammo e alla fine ci distribuirono le pagelle, poi la Maestra ci fece gli auguri di buona estate e tutti noi corremmo fuori in cortile prima di raggiungere tutte le auto che ci stavano aspettando.
Con la pagella in mano, aspettavo impaziente la mamma insieme a Geir davanti al suo Maggiolino. Arriv in compagnia di Martha, parlavano e ridevano e non videro me e Geir fino a quando non si trovarono a qualche metro di distanza.
La mamma indossava un paio di pantaloni beige e un maglioncino color ruggine con le maniche arrotolate appena sugli avambracci. I capelli le cadevano lunghi sulla schiena. Ai piedi portava un paio di sandali marroncino chiaro. Aveva appena compiuto trentadue anni mentre Martha, che indossava un vestito sul marrone, aveva due anni pi di lei.
Erano giovani donne, ma noi non lo sapevamo.
La mamma cerc a lungo le chiavi dellauto nella borsa.
Siete stati proprio bravi, comment Martha.
Grazie, risposi.
Geir non disse niente, si limit a strizzare gli occhi in controluce.
Eccole finalmente, disse la mamma. Apr e noi salimmo, gli adulti davanti, i bambini dietro. Si accesero ognuna una sigaretta. Poi ci avviammo verso casa avvolti dal bagliore del sole.
La sera rimasi in piedi sulla soglia a guardare la mamma che si stava asciugando i capelli con il phon nella loro camera da letto. A volte, quando non cera pap, la seguivo per la casa intontendola con la mia parlantina. Adesso me ne stavo zitto, quel rumore stridulo mi impediva di aprire bocca, cos mi limitavo a guardarla, a osservare come chinasse la testa e con una spazzola in una mano sollevasse i capelli verso il phon che teneva stretto nellaltra. Ogni tanto lanciava unocchiata verso di me e sorrideva. Entrai nella stanza. Sul tavolino vicino alla parete cera una lettera. Non era mia intenzione ficcanasare, ma gi da lontano vidi che il primo nome era Sissel, quello della mamma, ma al contempo lintestazione era pi lunga di quella che corrispondeva al nome della mamma perch tra Sissel e Knausgrd, che io pi che leggere riconobbi, ce nera un terzo. Mi avvicinai. Sissel Norunn Knausgrd cera scritto.
Norunn.
Chi era?
Mamma! esclamai.
Lei abbass lasciugacapelli, come se quel gesto rendesse la mia voce pi palese, poi mi guard.
Mamma, ripetei. Che cosa c scritto qui sulla busta? Che razza di nome ?
Spense il phon.
Che cosa hai detto?
Che nome  questo!
Feci un cenno della testa in direzione della busta. Si chin per prenderla.
Ma  il mio nome, no?
Ma c scritto Norunn! Tu non ti chiami mica Norunn!
S invece.  il mio secondo nome. Sissel Norunn".
Ti sei sempre chiamata cos?
Sentii il mio petto stringersi dalla disperazione.
S-. Mi chiamo cos da quando sono nata. Non lo sapevi?
No! Perch non me lo hai mai detto?
Qualche lacrima mi scorreva lungo la guancia.
Ma tesoro mio, disse la mamma. Non pensavo che fosse cos importante. Sissel,  quello il nome che uso. Norunn  soltanto un secondo nome. Una specie di nome in pi".
Ero scosso nel mio intimo. Non per il nome in s, ma per il fatto che io non lo sapessi. Che la mamma avesse un nome che non sapevo.
Cerano altre cose di cui non ero a conoscenza?
Un mese dopo, pi o meno a met di quelle lunghe vacanze estive, ci recammo in macchina a Srbvag sullfjorden nellYtre Sogn, dove abitavano i nonni materni e dove rimanemmo per due settimane. Era da tanto che aspettavo quel momento e quando finalmente arriv il mattino in cui saremmo partiti e mi svegliarono prestissimo, tutto aveva assunto quasi una parvenza di irrealt. Il bagagliaio era pieno fino allinverosimile, mamma e pap sedevano davanti, Yngve e io dietro, avremmo viaggiato per tutto il giorno e per tutta la sera e persino quello che conoscevo pi di ogni altra cosa, la strada che portava gi allincrocio e proseguiva fino al ponte, in quellistante sembr completamente diverso. Adesso non apparteneva pi alla casa e alla nostra esistenza contingente, adesso faceva parte di quel grande viaggio che avevamo appena cominciato, che ci elargiva ogni roccia e ogni dirupo, ogni isolotto e ogni scoglio deccitazione e aspettativa.
Quando raggiungemmo lincrocio allaltezza del ponte, congiunsi comunque le mani come sempre e pregai quella breve preghiera che fino a quel momento aveva funzionato tutte le volte:
Caro Dio,
ti prego, fa in modo che non andiamo a sbattere.
Amen
Guidammo verso linterno, attraverso quegli sconfinati e monotoni boschi di conifere, superammo Evje con le sue baracche militari lunghe e basse e le distese di pini, Byglandsfjord e il campeggio, proseguimmo su attraverso Setesdalen, con i suoi tipici campi recintati come si usava un tempo, le fattorie e le tante insegne di argentieri, lungo una strada che in alcuni punti sembrava quasi proseguire dentro laia della gente. I luoghi abitati lentamente scomparvero, era come se le case mollassero la presa che avevano su di noi e cadessero una dopo laltra, pressappoco come accadde ai bambini allinizio di quellestate quando precipitavano da quellenorme camera daria che qualcuno aveva legato con una fune a una barca, a mano a mano essa aumentava la velocit fino a quando rimaneva soltanto la camera daria. Vedevo i banchi di sabbia scintillante lungo le rive dei fiumi, le alture coperte di verde che si alzavano al cielo sempre pi ripide, qualche parete montuosa imponente e nuda, che metteva in mostra tutte le sfumature possibili di grigio, con qualche pino rosso fuoco in cima. Vidi rapide e cascate, laghi e brughiere, tutto inondato dalla luce di quel sole forte, nitido che mentre viaggiavamo si alzava sempre pi nel cielo. La strada era stretta e seguiva in modo morbido e impercettibile tutti gli avvallamenti e i rilievi del paesaggio, curve e tornanti, alcuni punti con gli alberi che si stagliavano su entrambi i lati come una parete, altri che si ergevano di colpo al di sopra di tutto offrendo punti panoramici improvvisi e inaspettati.
A intervalli irregolari comparivano lungo la strada piazzole dove poter sostare, piccole aree coperte di ghiaia accanto alla strada dove le famiglie potevano sedersi e mangiare ai rozzi tavoli fatti di tronchi di legno mentre lauto rimaneva parcheggiata vicino a loro, spesso con la portiera del bagagliaio o le altre aperte, sotto lombra degli alberi, spesso in prossimit di un laghetto o di un fiume. Tutti avevano un thermos sul tavolo, molti una borsa termica, alcuni anche un fornellino da campeggio. Ci fermiamo tra non molto? Ero capace di chiedere dopo averne visto uno, perch fermarsi l a consumare la merenda al sacco rappresentava uno dei momenti pi importanti del viaggio insieme ai passaggi in traghetto. Anche noi avevamo nel bagagliaio una borsa termica, e anche il thermos, lo sciroppo e una piccola pila di bicchieri di plastica, tazze di plastica e bicchieri di plastica. Adesso vedi di non cominciare, rispondeva allora pap perch voleva macinare pi chilometri possibile in un unico tratto. Questo significava in pratica che dovevamo aver attraversato tutta Setesdalen, aver superato Hovden e Haukeligrend prima che la mia richiesta di fermarsi venisse presa in considerazione. Allora si trattava di trovare un posto adatto. Perch in quel caso non si parlava di fermarsi al primo disponibile, no: dal momento che ci fermavamo cos raramente mentre eravamo in viaggio, bisognava trovare dei posti particolarmente belli.
In cima alla montagna era completamente piatto. Non si vedeva n un albero n un cespuglio da nessuna parte. La strada proseguiva diritta come un fuso. Alcune zone erano piene di massi, erano come sparsi sul terreno, che era coperto da una specie di patina che pensavo potesse essere di licheni o muschio. Altre invece erano costituite da superfici rocciose piatte e perfettamente lisce. Ogni tanto si vedeva il luccichio dellacqua o il brillare della neve. In quei tratti pap guidava pi velocemente dal momento che la visuale era perfetta. Lungo il bordo della strada si vedevano ogni tanto conficcate nel terreno delle aste di legno molto alte a mo di segnalazione, roba da non crederci, Yngve mi aveva spiegato che erano cos lunghe perch dinverno la neve poteva arrivare fino in punta. Ed erano lunghe molti metri!
Il sole brillava, la montagna si estendeva su tutti i lati mentre noi sfrecciavamo via. Ci lasciammo alle spalle una piazzola dopo laltra fino a quando senza preavviso pap mise la freccia, deceler e si infil dentro una di queste.
Si trovava proprio accanto a un laghetto. Era ovale e completamente nero. Sulla sponda opposta la roccia si alzava leggermente mentre sul lato pi corto si ergeva un enorme cumulo di neve di colore quasi bluastro che presentava una cavit alla base attraverso cui spariva lacqua.
Intorno a noi regnava il silenzio pi totale. Dopo cos tante ore di viaggio in compagnia del ronzio monotono del motore, quella pace sembrava artificiale, come se non appartenesse al paesaggio, ma a noi.
Pap apr il bagagliaio per prendere la borsa termica che appoggi sul tavolo di legno grezzo, la mamma prese subito a svuotarlo mentre pap andava a prendere il thermos e il sacchetto con dentro le tazze e i piatti. Yngve e io corremmo verso il lago, ci chinammo per sentire la temperatura dellacqua. Era ghiacciata!
Perch non ci facciamo un bagnetto, ragazzi? disse pap.
Oh no,  gelata! risposi.
Siete due pappemolli? esclam.
Ma  ghiaccciata! ripetei.
S, s, s, ho capito. Stavo solo scherzando. Tanto non abbiamo tempo di fare il bagno".
Io e Yngve ci avvicinammo al cumulo di neve. Era cos dura che era impossibile fare delle palle cos come avevamo pensato. E camminarci sopra con sotto il laghetto era impensabile dal momento che cerano mamma e pap.
Ne staccai un pezzetto e lo gettai in acqua dove rimase in superficie a galleggiare come un iceberg in miniatura. Perlomeno al ritorno avrei potuto raccontare di aver lanciato una palla di neve a met luglio.
Venite a mangiare, grid la mamma.
Ci sedemmo. Ognuno di noi aveva una merenda al sacco. Tre fette di pane imburrate con sopra luovo sodo tagliato a fette. E poi sul tavolo cera un pacchetto di biscotti. Nei nostri bicchieri cera gi lo sciroppo pronto allungato con lacqua. La plastica gli conferiva un altro sapore, ma a me piaceva, mi ricordava le gite che facevamo quando andavamo a raccogliere i frutti di bosco e quando eravamo in campeggio. In realt non ceravamo stati molte volte, in effetti soltanto una, lestate precedente, quando ci eravamo recati in Svezia con i nonni paterni. Alle mie spalle giunse unautomobile, fu come se il suono tremolasse prima di aumentare di volume per poi, con una specie di raffica, scemare nuovamente fino a quando spar del tutto. Dalle tazze di mamma e pap si alzava il fumo del caff. Dallaltro lato comparve unauto con la roulotte. La seguii con gli occhi mentre mi scolavo lo sciroppo. Guidava piano. Mise la freccia. Quando svolt nella piazzola, pap si gir.
Che cosa ci fa qui quellidiota? sbott. C solo un tavolo. Non vede?
Si volt nuovamente e, dopo aver appoggiato la tazza di caff, estrasse dalla tasca della camicia il pacchetto di tabacco che aveva in copertina il muso di una volpe.
Lauto con la roulotte si ferm a pochi metri da noi. La portiera si apr e ne scese un uomo grasso con indosso un paio di pantaloncini beige e una maglietta gialla, con un cappellino marrone in testa. Apr la portiera della roulotte e scomparve al suo interno mentre una donna scendeva dallauto. Anche lei era grassa, portava un paio di pantaloni elastici, di colore grigio chiaro con la piega lungo la gamba e un maglione quasi sicuramente di lana. In bocca aveva una sigaretta spenta, i capelli erano voluminosi e di un giallo grigiastro, sugli occhi aveva un paio di occhiali grandi dalle lenti leggermente affumicate. Si piazz davanti al laghetto, accese la sigaretta e si mise a guardare il panorama mentre fumava.
Cominciai ad addentare lultima fetta.
Luomo scese dalla roulotte con un tavolino da campeggio tra le mani. Lo apr tra lauto e il nostro tavolo. Pap si gir di nuovo.
Ma non sanno che cosa  leducazione? disse. Siamo qui seduti a mangiare e a momenti ci vengono in braccio!
Dai, non fa niente, intervenne la mamma.  cos bello qui".
Era molto bello qui, comment pap. Fino a quando non  arrivato quel deficiente".
Ti pu sentire, disse la mamma.
Luomo appoggi accanto al tavolo una borsa termica tintinnante. La donna and verso di lui.
Sono tedeschi, constat pap. Tanto non capiscono niente. Possiamo dire quello che ci pare".
Bevve lultimo sorso di caff dalla tazza e si alz.
 venuto il momento di rimetterci in viaggio".
I ragazzi non hanno ancora terminato, disse la mamma. Non abbiamo mica tutta questa fretta".
In effetti, s, rispose pap. Finite di mangiare. Per muovetevi".
Gett via la sigaretta che aveva fumato a met, prese i bicchieri e le tazze e and a sciacquarli nel laghetto, li infil nel sacchetto insieme ai piatti e al thermos. Chiuse il coperchio della borsa termica e la mise nel bagagliaio. Luomo e la donna dissero qualcosa che io non capii mentre guardavano in direzione del leggero versante sullaltra sponda del lago. Lui indic un punto. Qualcosa in lontananza si stava muovendo. La mamma appallottol la carta per alimenti e, dopo averla infilata in un sacchetto, si alz.
Adesso andiamo, disse. I biscotti li mangiamo alla prossima sosta".
Era quello che temevo.
Pap spinse in avanti il sedile e io salii dietro. Dopo tutta quellaria fresca, lodore di fumo si sentiva molto. Yngve si infil in auto passando dallaltra portiera. Arricci il naso.
Credo che la pastiglia contro il mal dauto non avr effetto ancora per molto, comment.
Dillo se stai male, rispose la mamma.
Magari sarebbe daiuto se voi due non fumaste tutto il tempo, disse.
Fai silenzio, ragazzo, intervenne pap. Vedi di non lamentarti. Adesso siamo in vacanza".
Lentamente lauto imbocc la strada. Mi misi a guardare in lontananza, oltre il lago, in direzione del punto indicato dalluomo. Laggi cera qualcosa. Una zona grigia in tutto quel verde, che si stava spostando piano. Che diavolo poteva essere?
Diedi una leggera gomitata a Yngve e gli feci segno di guardare fuori dal finestrino quando ebbi la sua attenzione.
Che cos? domandai.
Renne, forse, rispose. Le abbiamo viste anche lanno scorso. Non te lo ricordi?
S. Ma erano molto pi vicine. Quelli l sembrano dei topi".
Poi sprofondammo in quello stato quasi ipnotico in cui cadevamo quando viaggiavamo in automobile. Superammo il resto della montagna, scendemmo a Rldal e proseguimmo per Odda, quel centro abitato piccolo e sporco in fondo allHardangerfjord, che a dispetto di quella sua aria fatiscente e inquinata faceva parte di quella magia rappresentata dallaltro versante dei monti, cos incomprensibilmente diverso e mozzafiato rispetto a quel mondo che avevamo lasciato soltanto qualche ora prima. Mentre la Norvegia meridionale consisteva perlopi di rocce e sporgenze montuose basse, boschi piccoli e incolti dove si trovavano fianco a fianco gli alberi dalle specie pi diverse in un paesaggio che al contempo era estremamente aperto e avaro, e la cima pi alta presente nellisola in cui abitavo non superava i centoventi metri di altezza, qui invece esso, che sopraggiungeva sempre allimprovviso, era caratterizzato da montagne enormi, cos dominanti nella loro purezza e semplicit che tutti gli altri dettagli del paesaggio erano costretti ad adattarsi a esse, a scomparire letteralmente: a chi interessava una betulla, per quanto grande fosse, quando si trovava sotto uno di questi monti infinitamente belli ed eternamente immutabili? Ma la differenza pi appariscente non era dovuta alle dimensioni, bens ai colori, che qui parevano molto pi profondi  in nessun altro luogo il verde  cos intenso come nella Norvegia occidentale  e pi nitidi, persino il cielo, persino il suo blu era pi profondo e pi limpido di quello da cui provenivo. I fianchi delle vallate erano verdi e coltivati, in primavera e allinizio dellestate di un bianco giapponese per via dei fiori degli alberi da frutto, le vette montuose erano di un azzurro nebbioso, qua e l coperte di neve e, oh, tra queste montagne, che si elevavano formando una lunga catena su entrambi i lati, giaceva il fiordo stesso, in alcuni punti verdognolo, in altri bluastro, ovunque scintillante sotto la luce del sole, tanto profondo quanto erano alte le montagne.
Arrivare in automobile in questo paesaggio era sempre travolgente, perch niente di ci che avevi visto prima ti preparava a quello che ti aspettava. E cos, mentre proseguivamo lungo la sponda settentrionale del fiordo, emergevano tutti gli altri elementi estranei, come i recinti attraverso cui passava la corrente elettrica, come i fienili rossi, come le vecchie case di legno bianche, come le mucche che pascolavano, come le lunghe file di pali in legno usati per essiccare il fieno che si ergevano lungo i fianchi della vallata. Trattori, trince, depositi di letame, stivali marroni dai gambali alti disposti sulle verande in legno antistanti le case, alberi ombrosi sulle aie, cavalli, negozi nei seminterrati di abitazioni normali. Bambini che lungo la strada vendevano ciliegie o fragole in piccoli banchetti dai cartelli scritti a mano. Qui la vita si differenziava da quella di casa: di colpo potevo vedere una donna anziana completamente curva con indosso un abito a fiori e un foulard che non esisteva nei luoghi da dove arrivavo, oppure un uomo anziano completamente curvo con indosso una tuta blu da lavoro e un berretto nero con la tesa che camminavano su un campo o lungo una stradina ghiaiosa. Ma indipendentemente dalle numerose impressioni che lasciavano quei luoghi, i cui nomi erano una componente fondamentale  Tyssedal, Espe, Hovland, Sekse, Brve, Opedal, Ullensvang, Lofthus, Kinsarvik, che con quel suo suono inusuale era il mio preferito, kinsar, che cosa diavolo era?  indipendentemente da quanto fossero nitidi e puri i colori e da quanto fosse differente quella miriade di dettagli, su quei villaggi aleggiava unaria di prodigalit, non sugli esseri umani o sulle loro attivit, ma sullo spazio in cui loro si muovevano, apparentemente cos troppo grande per loro  forse ci era dovuto a quella luce solare che inondava tutto in modo cos potente, forse al blu di quel cielo enorme o forse alla fila di montagne che si protendevano verso di esso  oppure era semplicemente dovuto al fatto che noi ci limitavamo a percorrerlo in auto, che non ci fermavamo da nessuna parte, fatta eccezione per la fermata dellautobus dove Yngve scese dallauto ciondolando per vomitare, per il fatto che l non conoscevamo nessuno e che in nessun modo eravamo legati a quello che vedevamo. Perch quando finalmente raggiungemmo il molo di Kinsarvik e lasciammo lautomobile che pap aveva parcheggiato in coda in attesa del traghetto, quella sensazione di prodigalit non era pi percettibile, al contrario tutto sembrava carino e accogliente, con i suoni delle radio che fluivano dalle auto, le portiere che venivano aperte e chiuse, le persone che si stiravano, camminavano leggermente avanti e indietro, i bambini che con cautela si passavano il pallone con i piedi accanto alla fila, oppure facevano come me e Yngve, andavano al chiosco che si trovava l in fondo per vedere se cera qualcosa con cui usare un po dei soldi che ci avevano dato per le vacanze.
Un gelato?
Oh, s.
Yngve ne compr uno confezionato con il wafer a forma di barca, io una coppetta con il cucchiaino rosso, e con essi in mano ci avviammo verso il molo, dove andammo a sederci sul bordo in muratura a guardare lacqua e le alghe adagiate in cespi grossi e untuosi sulla roccia. Osservammo il traghetto arrivare in lontananza. Si sentiva lodore di acqua salata, alghe, erba e gas di scarico, il sole mi bruciava in faccia.
Hai ancora la nausea? domandai.
Scosse la testa.
Peccato che ci siamo dimenticati il pallone, disse. Ma forse a Vjen ce n uno".
Pronunci vjen con la stessa cadenza del nonno.
S, risposi mentre strizzava gli occhi guardando il sole. Credi che riusciremo a prendere questo?
Non lo so. Speriamo".
Feci oscillare leggermente le gambe. Staccai un bel pezzo di gelato con il cucchiaino e me lo misi in bocca. Era cos grande e gelido che dovetti spostarlo avanti e indietro con la lingua affinch quella sensazione di freddo non diventasse insopportabile. Mentre lo facevo, mi girai a guardare in direzione della nostra auto. Pap sedeva con la portiera aperta e con una gamba appoggiata a terra mentre fumava. La luce gli brillava sugli occhiali da sole. In piedi accanto a lui, la mamma aveva appoggiato un cestino di ciliegie sulla capote, da cui si riforniva ogni tanto.
Che cosa facciamo domani? domandai.
Io vado col nonno nella stalla. Mi ha detto che mi insegner tutto cos un giorno potr prendere il suo posto".
Secondo te adesso l si pu fare il bagno?
Sei pazzo? rispose. Lacqua del fiordo  fredda come quella che cera in montagna".
E perch?
Perch siamo cos tanto a nord!
Alcune delle vetture accesero il motore. Il portellone di prua del traghetto si sollev. Yngve si alz e si diresse verso lauto. Finii di mangiare il pi velocemente possibile il resto del gelato e lo seguii.
Dopo la traversata in traghetto, che ci port a Kvanndal, il nuovo momento clou del viaggio era salire su Vikafjellet. La strada molto stretta si arrampicava a tornanti sulla montagna, in tondo, in tondo, in tondo, in alcuni punti era cos ripida che avevo paura che lautomobile si rovesciasse e precipitasse allindietro.
Ce ne sono di turisti che qui si beccano una bella sorpresa, comment pap mentre salivamo e io terrorizzato guardavo il baratro che si apriva sotto di noi. Usano i freni per rallentare, pu essere letale".
Noi invece? domandai.
Noi usiamo le marce, rispose.
Perch noi non eravamo turisti, noi sapevamo come stavano le cose, non eravamo mai noi quelli che si vedevano dietro il fumo che si alzava dal cofano aperto sul ciglio della strada. Ma per un attimo rischiammo che anche per noi andasse a finire male perch nel tornante successivo ci imbattemmo con sorpresa in una automobile con la roulotte, non erano tanti i metri che ci separavano da una collisione, ma pap fren bruscamente e lo stesso fece laltra vettura. Pap raggiunse in retromarcia il punto in cui la strada si allargava in modo da permettere a entrambi di passare. Il conducente dellaltra automobile lo salut con un gesto della mano mentre ci affiancava.
Lo conoscevi, pap? chiesi.
Vidi dallo specchietto che stava sorridendo.
No, non lo conosco. Ha salutato per ringraziarmi per averlo fatto passare".
Poi ci inerpicammo su unaltra montagna e scendemmo fino a un altro fiordo. Qui le vette erano alte come quelle di Hardangerfjorden, ma in un certo senso erano pi dolci, non si stagliavano in modo cos netto e ripido, e anche il fiordo era pi ampio, in alcuni punti sembrava quasi un lago. Cosa c, qualche problema? dicevano le montagne dellHardangerfjorden. Stai tranquillo, sussurravano invece queste. Va tutto bene.
Dormiamo a turno? propose Yngve.
Per me va bene, risposi.
Okay. Comincio io, allora?
Okay". Appoggi il capo sulle mie gambe e chiuse gli occhi. Era bello averlo l che dormiva, la sua testa era calda e rassicurante, ed era come se qualcosa avvenisse contemporaneamente in due luoghi diversi, sia il paesaggio che scorreva allesterno dal finestrino e che mutava in continuazione e che io fissavo ininterrottamente, sia la testa di Yngve che dormiva coricata sul mio grembo.
Quando ci fermammo per metterci in fila in vista del traghetto successivo, si svegli. Salimmo sul ponte dove rimanemmo a goderci il vento che premeva sui nostri volti. Mezzora dopo risalimmo in auto e questa volta tocc a me appoggiare il capo sulle gambe di Yngve.
Mi svegliai e capii che ci stavamo avvicinando. Minore era la distanza che ci separava dal mare, pi basse diventavano le montagne e pi si infittiva la vegetazione, ma naturalmente senza mai avvicinarsi al paesaggio molato e dal carattere aspro e nodoso della Norvegia meridionale. Nessuna di queste strade aveva lasciato unimpronta particolare dentro di me, le guardavo attraverso il finestrino senza collegare ci che vedevo a qualcosa di preciso, fino a quando riconobbi Lihesten, quella parete rocciosa a strapiombo alta parecchie centinaia di metri che si ergeva sullaltro lato del fiordo rispetto alla casa della nonna e del nonno. Da tempo ce lavevamo davanti agli occhi, ma era irriconoscibile da tutte le altre angolazioni eccetto quella attuale, quando ci avvicinavamo a essa lateralmente. Sentii leccitazione stringermi il petto. Eravamo arrivati! Oh s, quella era la cascata! Ecco la cappella! E lalbergo! Il cartello con scritto Salbu! Ed ecco l la casa! La casa del nonno e della nonna!
Pap rallent landatura e imbocc la stradina coperta di ghiaia che prima passava davanti al vicino per poi proseguire attraverso il recinto, con il capanno sulla destra, su per lultimo tratto ripido del pendio fino ad arrivare davanti alla casa. Aprii la portiera quasi prima ancora che lauto si fosse fermata del tutto e balzai fuori. Sullaltro lato dellappezzamento recintato vidi il nonno. Era in piedi davanti alle arnie con indosso la sua attrezzatura da apicoltore. Tuta bianca, cappello bianco con un lungo velo bianco intorno alla testa. Tutti i suoi movimenti erano lenti, anche quello che fece quando alz la mano per salutarci. Sembrava quasi che si trovasse sottacqua o su un pianeta sconosciuto dalla forza di gravit diversa. Sollevai a mia volta la mano per fargli un cenno, poi mi precipitai in casa. La nonna era in cucina.
A momenti stavamo per andare a sbattere contro unauto su a Vikafjellet! Stavamo salendo cos, spiegai disegnando con il dito sulla tovaglia cerata gialla mentre lei mi guardava sorridendo con i suoi occhi caldi e scuri.
E poi  arrivata unautomobile con la roulotte cos셔
Sono contenta che siate arrivati fin qui tutti interi, comment lei. La mamma entr dallaltra porta. In corridoio sentii quello che doveva essere pap che stava portando dentro i bagagli. Dovera Yngve? Era andato dal nonno? Con tutte quelle api che gli ronzavano intorno?
Mi affrettai a uscire nuovamente in cortile. No. Yngve stava aiutando pap con le valigie. Il nonno era ancora l fuori con indosso quella tuta bianca da astronauta. Con infinita lentezza stava estraendo alcuni telai dallarnia. Il sole era scomparso dalla fattoria, ma brillava tra gli abeti che crescevano sulla collina dietro lo stagno. Si lev una brezza leggera che superando la casa and a scuotere leggermente le chiome degli alberi sopra di me. Kjartan arriv in quel momento dalla stalla delle mucche. Indossava la tuta da lavoro e gli stivali. I capelli neri, di media lunghezza, gli occhiali quadrati.
Buonasera, esord fermandosi davanti allautomobile.
Oh, ciao, Kjartan, rispose pap.
Viaggiato bene? chiese Kjartan.
S. Direi di s".
Kjartan aveva dieci anni meno della mamma, quindi quellestate ne aveva poco pi di venti. Aveva un non so che di arcigno e quasi arrabbiato, e anche se la cosa non mi aveva mai coinvolto in prima persona, avevo paura di lui. Era lunico dei fratelli e delle sorelle che abitava a casa: la maggiore, Kjellaug, viveva a Kristiansand con suo marito Magne e i loro due figli, che presto sarebbero arrivati l, Jon Olav e Ann Kristin, mentre la penultima, Ingunn, studiava e abitava a Oslo con Mrd e la loro figlia di due anni Yngvild. Kjartan e il nonno litigavano molto, capivo che Kjartan non era esattamente quello che il nonno avrebbe voluto avere come unico figlio maschio. Il punto era che lui avrebbe rilevato la fattoria quando fosse venuto il momento. Adesso stava studiando per diventare idraulico specializzato, avrebbe lavorato in un cantiere navale da qualche parte della contea. Ma la cosa pi importante in Kjartan, quella che veniva nominata pi spesso quando si parlava di lui, era che fosse comunista. Un comunista sfegatato. Quando discuteva di politica con mamma e pap, il che accadeva spesso quando erano insieme e per qualche motivo le loro conversazioni finivano sempre l, il suo sguardo normalmente timido e sfuggente si trasformava in qualcosa di fiammeggiante. Quando a casa si parlava di Kjartan, capitava che pap ridesse di lui, pi per stuzzicare la mamma, che non era propriamente comunista, ma che comunque era quasi sempre in disaccordo con pap per quanto riguardava la politica. Pap, lui era insegnante e votava il partito di centro Venstre.
Sar il caso che vada a cambiarmi e a fare una doccia, non posso mica puzzare di stalla quando abbiamo delle visite cos altolocate, disse Kjartan. Credo che l dentro ci sia da mangiare per voi".
Persino dallesterno riuscii a sentire lo scricchiolio delle scale quando sal al primo piano per andare in bagno. Qui i gradini cigolavano terribilmente!
In effetti in soggiorno la tavola era stata apparecchiata per noi. Cerano una pila di frittelle ancora calde e un piatto di crespelle di farina di patate, oltre al pane e a tutto quello che potevamo metterci sopra. La mamma faceva la spola tra il soggiorno e la cucina. Anche se se nera andata allet di sedici anni, si era sposata con pap e aveva avuto Yngve a venti e viveva con la sua famiglia da allora, non appena arrivavamo l rientrava a far parte di quellambiente con estrema naturalezza. Persino il suo modo di parlare cambiava, diventava molto pi simile a quello dei genitori, pi del normale. Con pap invece subentrava leffetto contrario, era quasi sempre distaccato quando era l. Le volte in cui parlava con il nonno, che amava conversare e che aveva sempre pronto un aneddoto, spesso autobiografico, per tutte le occasioni, assumeva unaria formale che lo rendeva quasi un estraneo, ma che io riconoscevo, era il tono che usava quando parlava con gli altri genitori e i colleghi. Sotto quel punto di vista il nonno non era cos gentile, lui era unicamente se stesso, quindi perch pap doveva starsene l seduto ad annuire e a dire s, ah s, davvero, mhm, mhm? Anche la mamma diventava unaltra, rideva e parlava di pi e tutto sommato quelle mutazioni venivano a nostro vantaggio, per non dire a nostro grosso favore: pap scompariva, mamma era pi vivace e in quella casa non esistevano regole come in quella da cui venivamo, l potevamo fare quello che volevamo. Se uno di noi rovesciava un bicchiere di latte, non era una catastrofe, il nonno e la nonna capivano che poteva succedere, potevamo addirittura mettere le gambe sul tavolo, s, ovviamente quando pap non era in soggiorno, e il divano, marrone con le strisce arancioni e beige, potevamo sprofondarci a nostro piacimento, addirittura sdraiarci se ci andava. E svolgevamo anche tutti i lavori che facevano loro, in scala minore. Non ci consideravano degli indesiderati. Anzi, si aspettavano che noi aiutassimo il pi possibile. Rastrellare il fieno, appenderlo ad asciugare, andare a prendere le uova, spalare il letame nellapposita cantina, apparecchiare prima dei pasti, raccogliere ribes, mirtilli neri e uva spina quando erano maturi. L le porte erano sempre aperte e la gente entrava senza neanche bussare, gridavano semplicemente dallingresso e di colpo si trovavano nel soggiorno, si sedevano a proprio agio e bevevano il caff con il nonno, che non batteva ciglio al loro arrivo, ma si metteva a parlare come se la conversazione fosse stata interrotta soltanto per qualche secondo. Le persone che venivano erano strane, specialmente una di loro, un uomo con una pancia enorme, vestito in modo un po trasandato, che puzzava un po e aveva un vocione, che di solito arrivava la sera oscillando su per la salita con un motorino. Parlava in un dialetto talmente stretto che capivo a malapena la met di quello che diceva. Il nonno si illuminava al suo arrivo, se fosse perch lui mi piaceva cos tanto era difficile a dirsi dal momento che era raggiante ogni volta che arrivava qualcuno. Che gli andassimo a genio ne ero certo anche se sicuramente lui non ci aveva mai pensato: esistevamo, e questo per lui era pi che sufficiente. Per la nonna invece era diverso, almeno cos pareva partendo dallinteresse con cui lei abbracciava ci di cui parlavamo.
La mamma rimase in piedi immobile a fissare la tavola, sicuramente per controllare se ci fosse tutto. In cucina la nonna sollev dal fornello il bollitore per il caff, quel fischio crescente si interruppe con un breve sospiro. Pap appoggi per terra le valigie nella stanza sopra la nostra testa. In corridoio stava arrivando il nonno dopo aver appeso lattrezzatura da apicoltore in cantina.
A quanto vedo la popolazione norvegese sta crescendo! comment quando ci vide. Venne verso di noi e mi diede una pacca sulla testa, come se io fossi stato una specie di cane. Poi fece lo stesso su quella di Yngve prima di sedersi proprio nellattimo in cui la nonna arrivava dalla cucina con il bollitore del caff in mano e pap e Kjartan erano entrambi sulle scale.
Il nonno era piccolo, aveva il volto rotondo e, a eccezione di una coroncina di capelli bianchi intorno alla testa, era pelato. Spesso gli angoli della bocca erano sporchi di liquido marrone lasciato dal tabacco. Gli occhi dietro le lenti erano acuti, ma mutavano completamente quando si toglieva gli occhiali, allora assomigliavano a due bambini piccoli che si erano appena svegliati.
A quanto pare sono arrivato al momento giusto, disse prima di appoggiare una fetta di pane sul piatto.
Ti abbiamo sentito gi in cantina, rispose la mamma. Quindi non si  trattata proprio di una casualit".
La mamma mi guard.
Ti ricordi quella volta che ti avevamo sentito armeggiare nel corridoio dieci minuti prima che tu arrivassi?
Annuii. Pap e Kjartan si accomodarono ognuno al proprio lato del tavolo. La nonna cominci a versare il caff.
Il nonno, intento a spalmare con il coltello il burro sulla fetta di pane, alz lo sguardo.
Lo avete sentito prima che arrivasse?
S, strano, vero? disse la mamma.
Allora si tratta di un vardger, sentenzi il nonno guardandomi. Una specie di spirito protettore che ti precede sempre, vuol dire che vivrai a lungo".
 questo che significa? disse la mamma ridendo.
S, rispose il nonno.
Non crederai mica a quelle cose l? intervenne pap.
Lo avete sentito quando lui non cera? prosegu il nonno.  molto strano. Non lo  a tal punto da voler significare qualcosa?
Ma va, disse Kjartan. Da vecchio sei diventato superstizioso, Johannes".
Guardai la nonna. Le tremavano le mani e quando stava per versare il caff il bollitore oscillava con tale forza in su e gi che era soltanto grazie a un enorme sforzo di volont che riusciva a fare in modo che il getto che usciva dal beccuccio finisse nella tazza senza sporcare. Anche la mamma la stava guardando ed era sul punto di alzarsi, probabilmente per prendere il suo posto, quando si lasci cadere di nuovo sulla sedia e invece tese la mano per prendere il cestino del pane. Era una sofferenza assistere a quella scena perch tutto avveniva cos lentamente e accadeva che il caff finisse sul piattino, mentre sembrava inconcepibile che lei, una persona adulta, non riuscisse a compiere un gesto cos semplice come versare il caff senza sporcare, e al tempo stesso quel fatto insolito di vedere una persona a cui tremavano in continuazione le mani, come se agissero in modo autonomo, faceva s che io seguissi i suoi movimenti con grande interesse.
La mamma appoggi la sua mano sulla mia.
Non vuoi una frittella? domand.
Annuii. Si allung per prenderne una e me la pose sul piatto. La imburrai per bene e poi la cosparsi di zucchero. La mamma sollev la caraffa del latte e me ne vers un bicchiere. Il latte arrivava direttamente dalla stalla, era caldo e giallognolo, con dei piccolissimi grumi che galleggiavano in superficie. Guardai la mamma. Perch me lo aveva versato? Non potevo bere quel latte, era schifoso, arrivava direttamente dalla mucca, e non da una mucca qualsiasi, ma da una di quelle che erano l fuori che cacavano e pisciavano.
Mangiai la frittella, ne presi unaltra, mentre pap faceva delle domande al nonno che si prendeva tutto il tempo necessario per rispondere. Kjartan sospir pi sonoramente di quello che avrebbe fatto se fosse stato solo. O aveva gi sentito prima tutto quanto o non gli piaceva quello che stava ascoltando.
Questanno pensavamo di andare a fare un giro su a Lihesten, disse pap.
Davvero, comment il nonno. S, una bella idea. S,  bello lass. Da lass potete vedere un territorio equivalente a sette parrocchie".
Non vediamo lora, continu pap mentre la mamma e la nonna parlavano di una quercia e di un agrifoglio che avevano portato lanno prima da Tromya e che adesso crescevano l.
Decisi che volevo vederli.
Lo sguardo di pap mi ferm.
Non bevi il tuo latte, Karl Ove? disse.  stato munto da poco,  freschissimo. Non trovi da nessuna parte un latte migliore di quello".
S, lo so, risposi.
Dal momento che non feci segno di volerlo bere comunque, i suoi occhi si piantarono nei miei.
Bevi il latte, ragazzo, disse.
Ma  un po troppo caldo, risposi. E poi dentro ci sono dei grumi".
Adesso stai offendendo i tuoi nonni, replic pap. Devi mangiare e bere quello che ti viene servito qui. Quindi fine della discussione".
Ma il bambino  abituato a bere latte pastorizzato, intervenne Kjartan. Dalle confezioni appena prese dal frigorifero. Le vendono anche qui. Certo che pu bere quello! Glielo possiamo comprare domani. Non  abituato al latte appena munto".
Non mi sembra affatto necessario, replic pap. Questo latte  buono quanto quello, se non migliore. Sarebbe una sciocchezza andare a comprarlo soltanto perch lui  viziato".
Anchio preferisco il latte pastorizzato, disse Kjartan. Sono perfettamente daccordo con tuo figlio".
Ma guarda, comment pap. Non  che lo dici soltanto perch per principio devi sempre prendere le difese dei pi deboli. Comunque in questo caso si tratta pi di una questione di educazione dei figli, capisci".
Kjartan sorrise e abbass lo sguardo sul tavolo. Mi portai il bicchiere di latte alla bocca, smisi di respirare con il naso, mi sforzai di non pensare ai grumi bianchi e bevvi tutto quanto in quattro sorsate.
Ecco fatto, disse pap. Non era forse buono?
S, dissi.
Finito di mangiare chiedemmo il permesso di andare a fare un giretto anche se era gi tardi. Ce lo accordarono. Infilammo le scarpe, uscimmo sullaia, ci dirigemmo verso il fienile. Il crepuscolo era cos etereo che sembrava avvolgere tutto quello che ci circondava come una ragnatela. Le forme erano intatte, i colori erano svaniti o si erano ingrigiti. Yngve sollev il gancio che teneva chiusa la porta della stalla e la spinse verso linterno. Era dura, cos dovette far forza con tutto il suo peso per riuscire a spalancarla. La luce fioca che penetrava attraverso le finestrelle sporche permetteva di intravedere delle sagome. Le mucche, che si trovavano tutte e tre nei rispettivi box, si mossero quando ci sentirono. Una di esse gir la testa.
Su, su, mucche, disse Yngve.
L dentro cera un bel tepore. Il vitellino, che se ne stava in una specie di reparto per conto suo sul lato opposto del canale di scolo, vagava pestando le zampe. Ci chinammo su di esso. Con occhi impauriti ci guard. Yngve gli diede una pacca.
Su, su, vitellino, gli disse.
Non era soltanto la porta a essersi gonfiata, lo stesso valeva per tutte le pareti, il pavimento e gli infissi delle finestre, come se un tempo quella stanza fosse sprofondata e adesso si trovasse sottacqua.
Yngve dischiuse luscio che conduceva nel fienile. Ci arrampicammo sul fieno ammassato l dentro, ci avventurammo sul ponticello di collegamento e aprimmo la porta che dava sul minuscolo pollaio. Il pavimento era coperto di segatura e piume. Perfettamente immobili le galline erano appollaiate sul posatoio e guardavano fisso davanti a s.
A quanto pare niente uova, constat Yngve. Andiamo a vedere anche i visoni?
Annuii. Quando richiuse lalto portone del fienile, un gatto piccolo e bianco sfrecci davanti a noi prima di scomparire sotto il ponticello. Scendemmo per chiamarlo, sapevamo che era l nei paraggi, ma lanimale non si fece vedere e alla fine ci rinunciammo e cominciammo a dirigerci verso i tre capanni dove cerano i visoni, che si trovavano in fondo alla propriet sul lato ovest, proprio vicino al bosco. Lodore acre che ci assal quando ci avvicinammo era quasi insopportabile e io mi misi a respirare dalla bocca.
Quando ci fermammo l davanti si sent un fruscio e dei colpi provenire da tutte le gabbie.
Ah, era inquietante.
L vicino al bosco era pi scuro. Le unghie dei visoni raschiavano il metallo delle gabbie quando si muovevano al loro interno avanti e indietro. Ci avvicinammo a una di esse. Lanimaletto nero si allontan il pi possibile e, dopo aver girato la testa, sibil contro di noi. I denti brillarono. Gli occhi erano neri come pietre nere e quando venti minuti dopo ero sdraiato sul letto della camera che cera stata assegnata al primo piano, con i piedi contro quelli di Yngve, che giaceva con la testa sul cuscino allaltra estremit e stava leggendo una rivista di calcio, pensai a loro. A quel muoversi frenetico e continuo nelle gabbie durante la notte mentre noi dormivamo. Di colpo le voci che venivano dal soggiorno sotto di noi si fecero pi forti. Erano la mamma e il pap che stavano discutendo con Kjartan. E anche se il volume era aumentato, questo non significava nulla di pericoloso, anzi aveva un che di rassicurante. Quelle voci volevano qualcosa e lo desideravano a tal punto da non poter essere sussurrata o mormorata, ma urlata.
Il mattino dopo il nonno entr in camera chiedendoci se volevamo andare con lui a tirare su le reti. Volevamo, e pochi minuti dopo gli stavamo alle calcagna mentre percorrevamo il sentiero che scendeva al fiordo e portavamo tra di noi una tinozza bianca e vuota.
La barca era ormeggiata a una boa rossa a una certa distanza dalla sponda. La nebbia era cos spessa che sembrava librarsi nellaria. Il nonno tir limbarcazione a riva, saltammo a bordo e, dopo che lebbe spinta al largo puntando un remo sul fondo, Yngve and a sedersi sul banco allaltezza degli scalmi e cominci a remare. Il nonno era seduto a poppa e lo dirigeva quando era necessario, io invece sedevo a prua e guardavo la nebbia. Adesso Lihesten, sul lato opposto, era quasi scomparso, era visibile unicamente sotto forma di un grigio pi duro in tutta quella vaga umidit.
 raro che qui ci sia la nebbia, disse il nonno. Soprattutto in questo periodo dellanno".
Sei stato in cima al Lihesten, nonno? domand Yngve.
Ma certo, rispose. Tante volte. Anche se adesso comincia a essere gi passato qualche anno dallultima volta".
Si chin in avanti e distese le braccia sulle gambe piegate.
Una volta ho partecipato a unoperazione di soccorso lass.  stato il primo vero disastro aereo avvenuto in Norvegia. Ne avete sentito parlare?
No, disse Yngve.
Cera la nebbia come adesso. Laereo  andato a schiantarsi proprio contro il Lihesten. Abbiamo sentito il boato. Non sapevamo che cosa fosse. Quando il velivolo  stato dato per disperso, il capo della polizia locale ha avuto bisogno di gente per salire fino in cima. Cos mi sono aggregato anchio".
Lo avete trovato? domandai.
S, ma erano tutti morti. Ho visto la testa del capitano, non dimenticher mai quella scena. I capelli erano perfettamente pettinati! S, perfettamente pettinati allindietro. Non ce nera uno fuori posto. Non me lo scorder mai".
Dove si  schiantato? Proprio sulla parete? chiese Yngve.
No, non si pu vedere da qui. Ma c una formazione rocciosa sullaltopiano.  l che  successo. Ci siamo dovuti arrampicare fin lass per raggiungere i rottami dellaereo. Un po pi a babordo!
Gli occhi di Yngve si assottigliarono, probabilmente stava cercando di farsi venire in mente quale lato fosse babordo.
Cos, bene, disse nonno. Sei proprio bravo a remare! No, quella volta si  trattato veramente di un avvenimento sconvolgente. Era su tutti i giornali, e ne hanno parlato molto anche alla radio".
In tutto quel grigio si vedeva davanti a noi la boa rossa che indicava il punto in cui era stata gettata la rete.
La prendi tu, Karl Ove? disse il nonno. Con il cuore che mi martellava, mi chinai in avanti e afferrai la rete con entrambe le mani. Ma era scivolosa e io persi subito la presa.
La devi prendere da sotto, spieg il nonno. Riproviamo! Rema leggermente allindietro. L, s".
Questa volta riuscii a sollevarla e ad appoggiarne lestremit a bordo. Yngve tir i remi in barca. Il nonno si mise a recuperare la rete. In tutto quel nero i pesci apparvero prima come piccole luci intermittenti, che crebbero sempre pi in nitidezza e dimensioni fino a quando un attimo dopo vennero sollevati guizzanti oltre il fianco dellimbarcazione. Erano cos lucenti e puliti, con quei motivi bluastri o marroncini disegnati sul dorso, gli occhi gialli, le bocche di un rosso pallido, le pinne e le code affilate come rasoi. Ne tenni uno tra le mani, si contorse con una forza che era difficile da immaginare quando nellattimo successivo giaceva immobile ai miei piedi su una delle assi che formavano il fondo della barca.
Il nonno distacc pazientemente i pesci dalle maglie della rete prima di gettarli uno alla volta nella tinozza. Ne avevamo pescati venti. Perlopi merlani, ma anche qualche merluzzo e qualche merluzzo nero, e poi due sgombri.
Quando Yngve riprese a remare per ritornare sulla terraferma, sentii di colpo un suono soffocato che sembrava in parte un fruscio, in parte uno sciabordare, e non era molto diverso da quello prodotto dalle imbarcazioni a vela che hanno preso velocit, girai la testa. Forse a una trentina di metri di distanza alcuni dorsi scuri si stavano muovendo nellacqua.
Ebbi paura.
Che cos? chiese Yngve alzando i remi. Laggi?
Dove? domand il nonno. Ah! Sono focene. Sono qui da qualche giorno.  molto raro, ma non del tutto insolito. Guardatele bene. Vedere le focene  di buon auspicio, sapete".
Ah s? dissi.
Oh, s, rispose.
Il nonno pul il pesce e gli tolse le viscere sul lavello della cantina, che assomigliava pi a una spelonca che alla stanza di una casa. Il pavimento di cemento era perlopi umido e scivoloso, il soffitto era cos basso che pap non poteva stare eretto  cosa che invece non infastidiva il nonno, piuttosto piccolo di statura  e le mensole alle pareti erano stracolme di tutti gli oggetti e gli attrezzi possibili e immaginabili che si erano accumulati nellarco della loro lunga vita trascorsa l. Quando ebbe finito e quelli che soltanto qualche ora prima erano pesci guizzanti ora giacevano nel freezer impacchettati nella plastica, lo aiutammo a pulire la rete mentre sotto la pioggia ce ne stavamo in piedi sullerba davanti al capanno finch la mamma non ci disse di entrare perch la cena era pronta.
Finito di mangiare erano soliti fare una pennichella. Pap, che era gi irrequieto dopo soltanto un giorno, mi fece cenno con lindice di raggiungerlo in corridoio.
Vieni a fare un giro, disse.
Mi infilai gli stivali e la giacca impermeabile e lo seguii per i campi. Camminava a passi lunghi mentre dava lidea di scandagliare il paesaggio con lo sguardo. La nebbia pendeva sopra il bosco di abeti davanti a noi. Lacqua dello stagno brillava nera fra i tronchi. Un trattore stava scendendo lungo la strada sullaltro lato.
Ti piace qui? domand pap.
S-, risposi con una leggera incertezza nella voce perch non sapevo dove voleva andare a parare.
Si ferm.
Abiteresti qui?
S-, risposi.
Magari un giorno potremmo rilevare la fattoria. Che ne dici?
Abitare qui?
S. Quando arriver il momento, potrebbe essere una possibilit".
Io credevo che sarebbe stato Kjartan a occuparsi della fattoria, ma non dissi niente, avrebbe potuto rovinargli quel bel momento.
Vieni, diamo unocchiata in giro, disse prima di riprendere a camminare.
Abitare l?
Quello s che era un pensiero remoto. Mi era difficile immaginare pap in quel luogo, in quella casa, circondato da quelle cose. Pap che appendeva il fieno? Pap che falciava lerba e poi la gettava nel silo? Pap che spargeva il letame sui campi? Pap seduto in poltrona nel soggiorno mentre ascoltava le previsioni del tempo?
Anche se per me la storia non esisteva quando mi recavo l da bambino e tutto apparteneva al momento, intuivo comunque la sua presenza. Il nonno ci aveva vissuto per tutta la vita e in un certo modo questo influenzava limmagine che avevo di lui. Ma se cera qualcosa su cui si concretizzava limmagine o lidea del nonno, questo qualcosa non era riferito a tutto quello che lui aveva compiuto nel corso della sua esistenza, di cui sapevo oltretutto ben poco, e quel poco che sapevo non potevo compararlo a nulla, no, la visione del nonno che si era cristallizzata dentro di me verteva su una cosa sola, cio quel piccolo trattore a due tempi che possedeva e che usava per ogni genere di cose. Quel trattore era lessenza del nonno. Era rosso e un po arrugginito, lo si metteva in moto premendo una leva di metallo con il piede e dando un colpo secco, aveva una piccola marcia, unasta con un pomello nero su un lato dellimpugnatura del volante, mentre quella dellacceleratore era sullaltra. Lo usava per falciare, in quel caso camminava dietro il trattore mentre un attrezzo enorme che assomigliava a delle forbici veniva montato per loccasione sul davanti e mieteva lerba che incontrava sul suo cammino. E poi lo usava per trasportare oggetti pesanti: in quel caso ci agganciava un rimorchio dotato di un predellino verde, su cui sedeva controllando quello che di colpo era diventato una specie di camion. Erano poche le cose che apprezzavo di pi che starmene l sopra con lui, seduto dietro il pianale mentre ci dirigevamo, per esempio, verso i due negozi a Vgen dove doveva andare a prendere delle taniche contenenti acido formico o sacchi di foraggio o di concime chimico. Il veicolo procedeva cos lentamente che era possibile camminargli a fianco, ma non aveva nessuna importanza, non era la velocit che contava, ma tutto il resto: il crepitare del motore, il gas di scarico che aveva un cos buon odore e che inondava la strada dietro di noi, la libert totale quando si stava sul pianale e si poteva pendere sopra il bordo una volta da una parte una volta dallaltra, in base a quello che cera da vedere durante il tragitto, inclusa quella figura piccola, con il berretto in testa dalla tesa stretta, del nonno davanti a me, e il fatto di andare al negozio, dove attraccava e ripartiva limbarcazione da Bergen e dove noi potevamo gironzolare, preferibilmente con in mano un gelato, mentre il nonno sbrigava quello che cera da sbrigare.
Avevano anche un carretto che impiegavano per il trasporto di oggetti pesanti per brevi distanze, come per esempio i bidoni del latte che ogni mattina venivano trasportati gi fino alla rampa lungo la strada per poi essere prelevati dallapposito camioncino. Era di metallo e le ruote erano grandi come quelle di una bicicletta. Altre cose che nessuno aveva in casa erano le falci, sia le tre grandi, con il manico di legno, sia quelle piccole, che bisognava chinarsi in avanti per poter usare, e la grande pietra da cote che si trovava davanti al capanno e su cui venivano affilate. I forconi con i loro tre rebbi lunghi e sottili. I badili piatti e pesanti che venivano usati per spalare il letame e buttarlo dentro la stanza della cantina usata per conservare il concime che si trovava solo a una botola di distanza dalla stalla. Il recinto dove passava la corrente elettrica, su cui per la prima e ultima volta quellestate Yngve mi convinse con lastuzia a pisciarci sopra. I pali per essiccare il fieno, quelle creature strane, estese, timide e sottomesse che si trovavano davanti a tutte le fattorie e sembravano aspettare lelemosina, se non le si vedeva da lontano o al buio, dove assomigliavano di pi a reparti dellesercito schierati prima della battaglia. Quella piastra grande e completamente tonda su cui la nonna cuoceva le frittelle. Quella nera per preparare le cialde croccanti tipiche di Natale. I filtri e tutti i macchinari in metallo di filtraggio che venivano utilizzati per il latte, e persino i bidoni del latte, con i loro corpi tozzi e i colli corti, senza testa, come cessavano quel loro borbottare e ciarlare concitato quando venivano prima riempiti di latte e poi messi sul carretto per essere portati gi fino alla rampa, uno accanto allaltro, di colpo pieni di dignit e seriet, e se la ruota incespicava in una buca del terreno, allora uno di loro si metteva allegramente a oscillare avanti e indietro. E, oh, il nonno che ogni pomeriggio si piazzava davanti alla stalla e cantando invitava le mucche a entrare.
Veeeniiiiteeee o muucc-cche! intonava. Veeeniiiiteeee o muucc-cche! Veeeniiiiteeee o muucc-cche!
Come potevo raccontare tutto questo ai miei amici a casa quando mi chiedevano dove eravamo stati e che cosa avevamo fatto durante le vacanze? Era impossibile, e doveva rimanere impossibile, quei due mondi erano separati luno dallaltro da compartimenti stagni, sia dentro di me sia nella realt esterna.
Nel corso delle due settimane in cui eravamo l, ci che risultava estraneo era diventato familiare, mentre il familiare, che raggiungemmo dopo una giornata abbondante trascorsa in auto, era diventato estraneo, oppure era stato affondato nello stagno dellestraneit, perch quando scendemmo lungo la discesa dopo il ponte di Tromya e imboccammo lultimo tratto che ci separava dalla casa dalle pareti di legno dipinte di marrone e dagli infissi rossi, circondata da un prato secco e arso dal sole, con le finestre buie che ci guardavano con aria leggermente malinconica, come se al contempo la conoscessi e non la conoscessi perch anche se lo sguardo era abituato a tutto quello che vedeva, qualcosa evocava una certa resistenza, come sa fare un paio di scarpe da ginnastica nuove, mentre brillano in quel loro non essere usate e rifiutandosi quasi di adeguarsi alle nuove circostanze, insistono con la propria peculiarit fino a quando alcune settimane dopo non risultano completamente consumate e non sono altro che un paio di scarpe tra tutte le altre. Quando arrivammo in auto, un flebile sentore di questa sensazione di nuovo si lev dalla zona residenziale, fu come se in un certo senso venisse sobillata dalle circostanze e non si sarebbe acquietata prima di parecchi giorni.
Pap ferm lautomobile e spense il motore. Il gattino piccolo e bianco sedeva in grembo alla mamma. Aveva miagolato e pianto nella sua gabbia per tutta la mattina e quando finalmente era stato fatto uscire si era messo a correre avanti e indietro sui sedili e sotto il lunotto posteriore finch la mamma lo aveva afferrato e alla fine si era addormentato e acquietato. Aveva gli occhi completamente rossi e, anche se il pelo era folto, sotto avevo un corpicino minuto. Soprattutto la testa, avevo notato mentre gli davo delle pacche e sentivo quel cranio piccolo sotto la mano, ma anche il collo. Era sottile, sottile.
Dove abiter Bianchetto? domandai.
Che razza di nome, comment pap che, aperta la portiera, scese.
Lo metteremo in una stanza nel seminterrato, rispose la mamma. Alz il micetto al seno con una mano e apr la portiera con laltra.
Pap spinse avanti il sedile e io scesi sulla ghiaia, con le gambe completamente molli.Yngve salt gi dallaltra parte e insieme seguimmo pap fino alla porta dingresso. Lapr e scendemmo nella lavanderia, dove lui apr la finestrella e vi infil una estremit della canna in modo che spuntasse allesterno. Laltra la fiss al rubinetto, poi usc con linnaffiatore in mano mentre mamma, Yngve e io andammo nel ripostiglio della cantina dove preparammo per il gatto, che continuava a dormire, un cestino con dentro una coperta, una ciotola con lacqua e una ciotola con dei pezzetti di wrstel, e per finire un catino di plastica basso con dentro la sabbia che mettemmo in un angolo.
Adesso chiudiamo tutte le porte tranne questa, disse la mamma. Cos non pu scappare quando si sveglia".
Mentre i sottili getti dacqua che uscivano dallinnaffiatore cadevano avanti e indietro sul prato e pap portava dentro le valigie al piano sotto di noi, Yngve, la mamma e io stavamo facendo uno spuntino serale in cucina. Era domenica, tutti i negozi erano chiusi, cos la mamma si era portata un filone di pane, burro e un po di salumi e formaggio da Srbvg. Bevemmo del t, io con il latte e tre cucchiai di zucchero.
Di colpo il gatto cominci a gemere gi nel corridoio. Ci alzammo, tutti insieme, e scendemmo al piano di sotto. Era sul pianerottolo e quando ci vide corse nuovamente gi. Lo seguimmo. La mamma lo chiam. Allimprovviso sfrecci sul pavimento, ci super a gran velocit, sal rapido le scale e si fiond nel soggiorno dove scomparve. Per parecchi minuti andammo in giro a cercarlo e chiamarlo fino a quando Yngve non lo scopr. Si era andato a infilare nellintercapedine tra le mensole e la parete, era impossibile raggiungerlo a meno che non si spostasse tutta la libreria.
La mamma and a prendere le due ciotole con il cibo e lacqua, le appoggi accanto al mobile dicendo che il gatto sarebbe uscito fuori quando voleva. Quando entrai nella stanza il mattino dopo, non si era ancora mosso. Soltanto verso sera si fece vedere, mangi un pochino e poi spar nuovamente dentro quello spazio. Vi rimase per tre giorni. Ma quando finalmente si decise ad abbandonare quel rifugio, fu per sempre. Sussultava ancora un po, ma si abitu sempre pi alla nostra presenza e dopo una settimana correva e giocava, ci saltava in grembo e faceva le fusa quando lo accarezzavamo. Ogni sera se ne stava davanti al televisore e cercava di colpire con la zampa tutto quello che appariva sullo schermo. Era particolarmente interessato al calcio. Ignorava tutti i giocatori, la sua attenzione era concentrata unicamente sulla palla, che seguiva con attenzione avanti e indietro. Ogni tanto andava dietro il televisore a cercarla.
Quando ricominci la scuola, inizi a tossire. Era buffo, sembrava che gi in cantina ci fosse un essere umano. In modo lento e impercettibile le mattine si fecero pi fredde fino a quando un giorno sulle pozzanghere dacqua lungo la strada si form una leggera patina di ghiaccio che sembrava vetro e che, pur scomparendo qualche ora dopo, annunciava larrivo imminente dellautunno. Le foglie degli alberi che si ergevano sulla collina sopra la casa ingiallirono, arrossarono, caddero volteggiando dai rami quando il vento si faceva sentire. La mamma si ammal e rimase a letto sia quando andavo a scuola la mattina sia quando tornavo qualche ora dopo. Aveva a malapena la forza di alzare la testa dal cuscino quando io ero in camera sua e le parlavo. Al contempo anche Bianchetto si ammal, rimaneva quasi sempre sdraiato nel suo cestino tossendo in continuazione. Spesso pensavo a come stesse quando ero a scuola e tutti i giorni la prima cosa che facevo era andare di sotto a controllare. Se soltanto fosse guarito presto! Invece avvenne il contrario, peggior, e un giorno quando tornai a casa e mi precipitai da lui non era nel cestino ma in un angolo, disteso direttamente sul pavimento di cemento su cui si contorceva mentre sibilava. Gli appoggiai sopra una mano ma continu a muoversi.
Mamma! Mamma! urlai. Sta morendo! Sta morendo!
Corsi su per le scale e aprii di scatto la porta della sua camera. Si gir addormentata verso di me sorridendo.
Devi chiamare il veterinario! gridai. Subito!  urgente!
Si tir a sedere sul letto con cautela.
Che cos che sta succedendo? domand.
Bianchetto sta per morire!  l sotto che si contorce. Ha cos male! Devi telefonare al veterinario! Subito!
Ma non possiamo, Karl Ove, rispose la mamma. Non c pi niente che possiamo fare. E io non sto bene
Devi chiamarlo adesso! urlai. Mamma, mamma, sta morendo! Ma non capisci?
Non posso. Mi spiace. Non  possibile".
Ma Bianchetto STA MORENDO!
Scosse leggermente la testa.
Ma mamma!
Sospir.
Probabilmente era gi malato quando labbiamo preso. Oltretutto  anche albino. Spesso sono un po pi deboli. Non c niente da fare. Non possiamo fare niente".
La guardai con gli occhi pieni di lacrime. Poi sbattei la porta e corsi gi nel seminterrato. Era sdraiato di lato e con le unghie della zampa graffiava il pavimento mentre sibilava. Fu scosso da contrazioni. Mi chinai e lo accarezzai. Poi corsi fuori, nel bosco, fino al laghetto. Proseguii fino allaltra sponda. Continuavo a piangere. Quando vidi di nuovo la nostra casa, mi precipitai con tutto il fiato che avevo in corpo, dovevo cercare ancora una volta di convincerla. Lei non era un veterinario, quindi che cosa ne sapeva di quello che erano o non erano in grado di fare? Aprii la porta e mi fermai. Allinterno regnava il silenzio pi totale. Con cautela mi avvicinai in punta di piedi al ripostiglio. Era sdraiato nuovamente nel cestino. Era del tutto immobile, con la testa come ritratta.
Mamma! gridai. Devi venire".
Mi affrettai su per le scale e aprii di nuovo la porta della sua camera.
 completamente immobile, dissi. Puoi vedere se  morto? O se  guarito?
Non puoi aspettare fino a quando arriva pap? disse. Tra poco  qui".
No!
La mamma mi guard a lungo.
Va bene, posso farlo io, continu. Scost il piumone, appoggi i piedi per terra, si alz, tutto molto lentamente. Indossava una camicia da notte bianca. Aveva i capelli spettinati, il volto pallido e pi morbido di quando stava bene. Si appoggi allarmadio con una mano. Feci di corsa le scale e laspettai fuori dal ripostiglio. Di colpo non volevo stare l dentro da solo.
Si chin in avanti e lo tocc.
Mi spiace. Ma  morto".
Mi guard e si rialz. Mi strinsi a lei.
Adesso non soffre pi, disse.
No".
Non piansi.
Lo seppelliamo subito? suggerii.
La cosa migliore  aspettare che tornino pap e Yngve, non credi?
S".
E fu cos. Mentre la mamma era a letto, pap port il gatto in un angolo del giardino, seguito da me e da Yngve, scav una buca nel terreno, ce lo mise dentro e poi copr nuovamente tutto. Non voleva sentir parlare di croci.
*
Esistono due foto del gatto. In una  ritratto davanti al televisore con la zampa alzata, c un nuotatore che vorrebbe catturare. Nellaltra  sdraiato sul divano accanto a me e a Yngve. Ha un nastrino blu intorno al collo.
Chi glielaveva messo?
Deve essere stata la mamma. Lei faceva quel genere di cose, lo so, ma in questi mesi mentre sto scrivendo tutto questo, in quella fiumana di ricordi di avvenimenti e persone che sono stati riportati in vita, lei  quasi totalmente assente,  quasi come se lei non ci fosse, s, come se lei appartenesse a uno di quei falsi ricordi che uno ha interiorizzato attraverso quello che gli  stato raccontato e non grazie a quello che ha vissuto in prima persona.
Da che cosa pu dipendere questo?
Perch se cera qualcuno presente, sul fondo di quella fonte che  linfanzia, quella era lei, mia madre, mamma. Era lei che ci preparava tutti i pasti e che ogni sera ci riuniva intorno a s in cucina. Era lei che faceva la spesa, comprava, lavorava a maglia o cuciva i nostri vestiti, era lei che li rammendava quando si rompevano. Era lei che arrivava con il cerotto quando cadevamo e ci sbucciavamo le ginocchia, era lei che mi ha portato allospedale quando ho rotto la clavicola, e dal medico quando in maniera meno eroica mi sono beccato la scabbia. Era lei a essere fuori di s dalla paura quando una bambina era morta di meningite e in contemporanea io mi ero raffreddato e avevo la nuca leggermente rigida, quando in auto guid con il pedale dellacceleratore premuto a tavoletta per raggiungere al pi presto Kokkeplassen con gli occhi che le brillavano dal terrore. Era lei che leggeva per noi, era lei che ci lavava i capelli quando facevamo il bagno, era lei che poi ci tirava fuori il pigiama. Era lei che ci portava la sera allallenamento di calcio, era lei che andava alle riunioni dei genitori e che sedeva insieme agli altri in occasione delle recite scolastiche di fine anno e ci faceva le foto. Era lei che poi le incollava nellalbum. Era lei che preparava le torte per i nostri compleanni e che preparava i dolcetti di Natale e i panini dolci per la vigilia di Quaresima.
Tutto ci che le madri fanno per i loro figli, lei lo faceva per noi. Se mi ammalavo ed ero a letto con la febbre alta, era lei che veniva da me con un panno freddo che mi appoggiava sulla fronte, era lei che mi infilava il termometro nel sedere per misurare la temperatura, era lei che entrava con lacqua, il succo, luva, i biscotti, era lei che si alzava e in camicia da notte veniva a controllare come stavo.
Lei cera sempre, lo so, semplicemente non riesco a riportarlo alla memoria.
Non ho nessun ricordo di lei che legge per me, neppure che mi abbia messo un cerotto sulle ginocchia o sia stata presente a una recita scolastica.
Da che cosa pu dipendere questo?
Lei mi ha salvato, perch se lei non fosse stata l presente, sarei cresciuto solo con pap e in quel caso prima o poi mi sarei tolto la vita, in un modo o nellaltro. Ma lei cera, si bilanciava cos il buio rappresentato da pap, io sono vivo e il fatto che non lo faccia con gioia non ha nulla a che vedere con lequilibrio dellinfanzia. Vivo, ho figli miei, e in fondo con loro ho semplicemente cercato di realizzare ununica cosa, e cio che non devono avere paura del proprio padre.
E non ce lhanno. Lo so.
Quando entro nella stanza dove sono, non rimpiccioliscono, non abbassano lo sguardo, non sgusciano via non appena ne hanno la possibilit, no, se mi guardano, registrando con espressione indifferente la mia presenza e se c qualcuno che mi rende felice proprio perch fa finta di non vedermi, sono loro. Se c qualcuno che mi rende felice proprio perch vengo considerato alla stregua di un qualcosa di scontato, sono loro. E se si saranno scordati del tutto che io ero l quando compiranno a loro volta quarantanni, ringrazier e far un inchino e accetter con gioia la cosa.
Pap stesso era a conoscenza della situazione. La mancanza di autoconsapevolezza non era certo uno dei suoi difetti. Una sera allinizio degli anni ottanta disse a Prestbakmo che era la mamma ad aver salvato i suoi figli. La questione  se ci sia stato abbastanza. La questione  se non sia stata responsabilit della mamma permettere che noi fossimo succubi di lui per cos tanti anni, un uomo di cui avevamo terribilmente paura, sempre, in ogni momento. La questione  se sia stato sufficiente per bilanciare il buio.
La mamma fece una scelta, rimase con lui, deve pur aver avuto una ragione per farlo.
Lo stesso vale per lui. Anche lui fece una scelta, anche lui rimase. Per tutti gli anni settanta e i primi anni ottanta vissero cos, fianco a fianco nella casa di Tybakken, con i loro due figli, le loro due automobili e i loro due lavori. Avevano una vita fuori, una vita dentro casa rappresentata da quello che erano luno per laltra e una vita dentro casa rappresentata da quello che erano per noi. Noi, da bambini, eravamo come cani tra una folla di gente, interessati soltanto agli altri cani e a tutte le cose canine, non ci rendevamo conto di quello che accadeva l, sopra le nostre teste. Chi fosse pap quando era fuori, lo intuivo appena, perch qualcosa era filtrato persino dentro di me, anche se non ne capii mai il senso. Era sempre ben vestito, di questo ero conscio, ma non di che cosa volesse significare, soltanto da adulto e incontrando alcuni dei suoi ex studenti fui in grado di vederlo in quel ruolo. Un insegnante giovane, slanciato, elegante che scendeva dalla sua Ascona, si dirigeva con passo deciso nella sala professori, appoggiava la cartella piena di carte, si versava una tazza di caff, scambiava qualche parola con i suoi colleghi, andava in classe quando suonava la campanella, appoggiava la giacca marrone di velluto a costine sullo schienale della sedia, scrutava con lo sguardo la classe che sedeva in silenzio totale e lo guardava. Aveva la barba nera, ben curata, gli occhi azzurri e scintillanti, un bel viso. I maschi della classe lo temevano, era severo, non tollerava niente. Le femmine della classe erano innamorate di lui perch era giovane, aveva un forte carisma, e non assomigliava a nessuno degli altri insegnanti. Gli piaceva insegnare ed era bravo nel farlo, stregava le sue classi quando parlava delle cose che gli interessavano. Obstfelder era il suo preferito. Ma gli piaceva anche Kinck, e uno degli scrittori contemporanei, Bjrneboe.
Con i colleghi era corretto, ma teneva anche sempre le distanze. Questa distanza era implicita nel suo abbigliamento, molti degli altri insegnanti erano capaci di presentarsi con indosso camicioni da lavoro con il colletto alla coreana e jeans, oppure indossavano lo stesso abito per mesi di fila. La distanza risiedeva nelloggettivit che esibiva. La distanza era latente nel linguaggio corporeo, nellatteggiamento, nellaura che emanava.
Sapeva sempre pi di loro di quello che loro sapevano di lui. Era una regola della sua vita, riguardava tutti, persino i suoi genitori e i suoi fratelli. O forse soprattutto loro.
Quando tornava a casa da scuola, scendeva nel suo studio per preparare le riunioni della sera: era rappresentante del partito Venstre nel consiglio comunale e nel direttivo oltre a far parte di numerosi comitati e, a sentir lui, per un certo periodo era stato anche considerato un candidato di spicco del partito da mandare in Parlamento. Ma quello che diceva non era sempre vero, nelle cerchie che aveva intorno a s era noto per manipolare la verit, ma non sul lavoro, a scuola e in politica, dove era sempre autorevole e serio. Era anche membro di un club filatelico di Grimstad, e partecip a diverse mostre con le sue collezioni. Nel semestre estivo si occupava del giardino, anche in questo caso in modo ambizioso e perfezionista, se queste parole possono essere applicate a un giardino che si trovava intorno a una casa appartenente a una zona residenziale in continua espansione negli anni settanta. Linteresse per tutto quello che cresceva laveva ereditato da sua madre e forse era quello largomento di cui parlavano di pi, piante, cespugli e alberi di specie diverse e che tipo di esperienze avevano con essi. Sole, terreno, umidit, grado di acidit. Innestare, potare, innaffiare. Non aveva amici, tutta la sua vita sociale avveniva per quanto lo riguardava allinterno della sala insegnanti e in famiglia. Andava spesso a trovare genitori, fratelli, zii e zie, che a loro volta ricambiavano le visite. Nei loro confronti aveva un tono che era estraneo a me e a Yngve e che quindi osservavamo con sospetto.
La vita della mamma si differenziava dalla sua per molti aspetti. Aveva molte amiche, la maggior parte proveniva dal lavoro, ma anche da altre parti, non ultimo il vicinato. Insieme a loro parlava o ciarlava come diceva pap, fumava e mangiava i dolci che avevano preparato, quando non sferruzzavano avvolte da una nuvola di fumo che giaceva densa e compatta in tanti soggiorni degli anni settanta. Le interessava la politica, era a favore di uno stato forte, un sistema sanitario ben sviluppato, stessi diritti per tutti, probabilmente era in contatto con i movimenti di liberazione della donna e per la pace, era contro il capitalismo e il materialismo crescente, simpatizzava con il movimento ecologista ed equosolidale di Dammann, Il futuro nelle nostre mani, in breve apparteneva alla sinistra. Lei stessa sosteneva che durante i suoi ventanni era piombata in una specie di letargo, quando tutto verteva sul lavoro, sui bambini, su come campare, la situazione economica non era delle pi brillanti, bisognava lottare per tirare avanti, ma che quando aveva raggiunto la trentina aveva ripreso coscienza di s e della societ in cui viveva. Mentre pap leggeva raramente altro che non fosse quello che era costretto a leggere, la mamma provava un interesse genuino per la letteratura. Lei era unidealista, lui un pragmatico, lei aveva uno spirito contemplativo, lui uno pratico.
Ci educarono insieme anche se io non ebbi mai quella sensazione: tracciavo sempre una linea di demarcazione molto netta tra i due e li percepivo come due entit completamente separate. Invece per loro doveva essere diverso. La sera, quando dormivamo, rimanevano svegli a parlare, dei vicini, dei colleghi, di noi figli, quando non discutevano di politica o letteratura. Qualche rara volta andarono in vacanza insieme da soli, a Londra, nella valle del Reno o su in montagna, in quei casi io e Yngve stavamo dai nonni paterni o da quelli materni. Esisteva tra di loro unuguaglianza molto pi marcata di quella dei genitori dei miei amici per quanto riguardava la distribuzione dei lavori domestici: pap lavava e faceva da mangiare, faccende che nessuno degli altri padri sbrigava, a cui si aggiungeva quel continuo approvvigionamento di cibo su cui erano fissati, tutto il pesce che pescava sul lato esterno dellisola e tutte le centinaia di chili di ogni tipo di frutti di bosco che raccoglievamo quando andavamo sulla terraferma in estate inoltrata e in autunno, da cui ricavavano succhi, marmellate e conserve con cui riempivano bottiglie e barattoli che per tutto linverno occupavano gli scaffali della cantina e brillavano debolmente alla luce della piccola finestra che si trovava in alto sulla parete. Lamponi, more, mirtilli, mirtilli rossi e camemori, per cui pap esternava gridando la propria gioia quando li vedeva. Prugnole selvatiche per fare il vino. Inoltre a Tromya pagavano per raccogliere la frutta nei giardini, quindi avevamo anche mele, pere e prugne. Poi cera il ciliegio dello zio di pap a Kristiansand, e ovviamente gli alberi da frutto delle due nonne. Le nostre giornate erano strutturate e chiare, la domenica sera la cena della domenica con il dessert, durante i giorni della settimana perlopi pesce in tutte le forme e varianti. Sapevamo sempre quando dovevamo andare a scuola il giorno dopo, quante ore avremmo avuto in tutte le materie, e neanche quello che avveniva la sera era lasciato al caso perch dipendeva dalla stagione: se nevicava o cera il ghiaccio, s, allora era tempo di sci e pattini. Se la temperatura dellacqua superava i quindici gradi, s, facevamo il bagno, sia che ci fosse il sole sia che piovesse. Lunico elemento veramente imprevedibile di questa vita, che trascorreva dallautunno allinverno, dalla primavera allestate, classe dopo classe, era pap. Avevo talmente paura di lui che anche con il pi grande sforzo di volont da parte mia non riesco a riviverla: quello che provavo per lui non lho mai pi provato per nessuno, neanche lombra.
I suoi passi sulle scale, stava venendo da me?
Quellespressione folle, selvaggia nei suoi occhi. Quel contrarsi della bocca, le labbra che si separavano incontrollate. E poi la sua voce.
Scoppio quasi subito a piangere mentre sono qui seduto e la sento con lorecchio del mio io interiore.
La sua rabbia arrivava come unonda, inondava le stanze, mi travolgeva, si abbatteva su di me e si abbatteva e si abbatteva su di me, prima di ritrarsi. Poi la calma poteva durare per parecchie settimane. Eppure quella quiete non esisteva perch tutto poteva ricominciare due minuti dopo come due giorni dopo. Non esistevano segni premonitori. Di colpo era l, furibondo. E anche se a volte mi picchiava, non faceva grande differenza, perch era altrettanto spaventoso quando mi torceva lorecchio o mi stringeva con forza il braccio o mi trascinava da qualche parte per farmi vedere quello che avevo fatto, non era il dolore che temevo, avevo paura di lui, della sua voce, del suo viso, del suo corpo, di tutta quella rabbia che ne usciva, era di quello che avevo paura e quel terrore non mi lasci mai, era l, presente in tutti i giorni della mia infanzia.
Dopo quei momenti volevo morire. Era una delle fantasie pi belle e pi calde che avevo, che morivo. E allora peggio per lui. Allora se ne sarebbe rimasto l a pensare a quello che aveva fatto. Allora avrebbe provato rimorso. Oh, come se ne sarebbe pentito! Lo vedevo davanti a me mentre si torceva le mani dalla disperazione con la testa rivolta verso il cielo di fronte a quella piccola bara dove io giacevo con i miei denti sporgenti e non potevo pi pronunciare la r.
Quanta dolcezza cera in quellimmagine! Quasi mi tornava il buon umore. E cos era in effetti nellinfanzia, la distanza tra il bene il male era molto pi breve di quella esistente in et adulta. Bastava mettere la testa fuori dalla porta e accadeva qualcosa di meraviglioso. Soltanto andare al B-Max e aspettare larrivo dellautobus era un evento, anche se si ripeteva quasi quotidianamente da anni. Perch? Non ne ho idea. Ma quando tutto scintillava di umidit per via della nebbia e gli scarponcini erano bagnati per via della neve molliccia che copriva lasfalto, mentre nel bosco era bianca e sprofondata in se stessa, e noi ce ne stavamo riuniti in un gruppo a parlare o a giocare, per poi correre dietro le femmine per far loro lo sgambetto, prendere loro i berretti o buttarle in un mucchio di neve, e io sentivo il corpo di una di loro attaccato al mio nel momento in cui le stringevo il pi possibile con le braccia intorno alla vita, forse quella di Marianne, forse di Siv, forse di Marian, perch cera sempre una di loro che preferivo e a cui pensavo pi che alle altre, e allora in quei momenti sentivo un tremore che si diffondeva in tutti i nervi, il petto spumeggiare di gioia  per cosa? Oh, per la neve bagnata. Per le giacche a vento bagnate. Per le tante belle ragazze. Per lautobus che arrivava sferragliando per via delle catene. Per la condensa sui vetri quando entravamo, per le nostre urla e le nostre grida, perch cera Anne Lisbet, sempre felice e sempre bella, con i capelli neri e le labbra rosse come sempre. Ogni giorno era una festa, nel senso che tutto quello che accadeva era carico di tensione e sembrava come tremare deccitazione, era quasi impossibile prevedere qualcosa. E quella sensazione non finiva quando arrivava lautobus, era appena cominciata, perch avevamo tutto il giorno a scuola davanti a noi, con quel cambiamento che implicava in noi il passare dagli abiti bagnati che appendevamo ai ganci a quando entravamo in classe con indosso soltanto le calze, con le guance arrossate e i capelli arruffati, umidi sulle punte che erano rimaste fuori dal berretto. Con quel formicolio nel corpo quando stava per cominciare lintervallo e correvamo gi per le scale, attraverso i corridoi, gi per le scale esterne, fuori nel cortile, gi per il pendio fino al campo da calcio. E poi tornare a casa, suonare della musica, leggere, magari infilarsi gli sci e sfrecciare lungo il ripido pendio che portava a Ubekilen, dove cerano sempre gli altri e, con quellintensit che esisteva soltanto nellinfanzia, fare la discesa, risalire a spina di pesce, ridiscendere fino a quando il buio era cos compatto che non riuscivamo a vedere la mano davanti al naso e rimanevamo chini in avanti con i bastoncini sotto le ascelle a parlare di tutto.
Il bagliore del ghiaccio che si intravedeva nellinsenatura, coperto da uno strato dacqua alto un decimetro. Le luci delle case del quartiere che si posavano come una specie di cupola sul bosco sopra di noi. Tutti i suoni e i rumori amplificati dalloscurit, ogni volta che qualcuno cambiava posizione o i mini sci blu grattavano uno contro laltro o sprofondavano in quella neve molle. Lautomobile che arrivava sulla stradina coperta di ghiaia era un Maggiolino, apparteneva a quelli che abitavano l dentro, la luce dei fari che apriva un varco sul terreno conferendogli un aspetto spettrale per un paio di secondi prima che le tenebre ci inghiottissero.
Uninfinit di istanti simili, tutti altrettanto compatti, linfanzia era fatta di questo. Alcuni di essi erano in grado di farmi raggiungere altezze vertiginose, come quella sera che mi misi con Tone e in parte corsi in parte scivolai gi per il pendio, che era appena stato ripulito dagli spazzaneve, a giudicare dalla sua superficie scintillante, e quando raggiunsi quello spiazzo buio che cera tra le due strade davanti a casa nostra mi sdraiai sulla neve e alzai lo sguardo verso quelloscurit densa, umida e senza luce che mi sovrastava sentendomi perfettamente felice.
Altri momenti potevano aprirsi sotto di me come una voragine, come quella sera in cui la mamma ci comunic che lanno dopo avrebbe cominciato a studiare. Stavamo facendo lo spuntino serale quando lo disse.
La scuola si trova a Oslo, spieg. Si tratta solo di un anno. Torner a casa tutti i venerd e rimarr qui il fine settimana. Poi partir di luned. Far tre giorni qua e quattro giorni l".
Staremo qui da soli con pap? chiese Yngve.
S. Andr benissimo. Cos avrete un po pi di tempo da trascorrere insieme".
Perch devi andare a scuola? domandai. Non sei grande?
Esiste qualcosa che si chiama specializzazione, disse. Imparer di pi del mio lavoro.  molto eccitante, sai".
Io non voglio che te ne vai, esclamai.
Si tratta soltanto di un anno. E poi sar qui tre giorni alla settimana. E tutte le vacanze. E saranno lunghe".
Non voglio lo stesso, insistetti.
Capisco, disse la mamma. Ma andr tutto bene. Pap  cos felice di stare con voi. E lanno prossimo sar tutto il contrario. Sar pap a proseguire gli studi e io a rimanere a casa".
Bevvi lultimo sorso di t, chiusi quasi completamente le labbra permettendo soltanto al liquido di passare, in modo che tutte le foglioline nere e bagnate che cerano sul fondo non mi entrassero in bocca.
Mi alzai a met dalla sedia e, sollevato con entrambe le mani il pesante bollitore fino alla tazza, mi versai dellaltro t prima di rimetterlo al suo posto. La bevanda era quasi completamente nera tanto era rimasta l a depositare. Aggiunsi una bella dose di latte e tre grossi cucchiai di zucchero.
Zucchero con t, comment Yngve.
E allora? dissi.
In quel momento si sentirono i passi di pap riecheggiare sulle scale.
Oh, e io che avevo riempito la tazza fino allorlo! Adesso mi toccava rimanere l seduto fino a quando non avevo bevuto tutto. Invece Yngve non doveva preoccuparsi della cosa, infatti si alz e spar.
Cupo nei suoi movimenti pap ci pass davanti. Accese il televisore e si accomod in poltrona.
Non mangi niente? disse la mamma.
No, rispose.
Versai dellaltro latte per raffreddare un po il t e lo bevvi tutto in tre lunghi sorsi.
Grazie, mamma, per lo spuntino! esclamai alzandomi da tavola.
Non c di che, rispose.
La notizia era scioccante, ma quando entrai in camera mia non mi sentivo turbato, era aprile e la scuola non sarebbe cominciata prima di agosto. Mancavano ancora quattro mesi e, quando si  bambini, quattro mesi costituiscono uneternit. Gli studi della mamma appartenevano a quello stesso vago futuro rappresentato per esempio dalle scuole medie, o dalla cresima o dal giorno in cui si sarebbero compiuti diciotto anni. Eravamo nel pieno dellinfanzia e in esso il tempo era come cancellato. O meglio, gli istanti si succedevano a velocit vertiginosa mentre i giorni che li contenevano scivolavano via in modo quasi impercettibile. Persino quando giunse quello della recita scolastica finale e noi non eravamo pi in terza, non pensai che presto la mamma sarebbe partita. Non cerano forse di mezzo tutte le lunghe vacanze estive? Soltanto quando cominci ad armeggiare con i vestiti in camera da letto e la valigia era aperta e spalancata sul pavimento, me ne resi conto. Al contempo erano tante le cose che stavano succedendo, il giorno dopo sarebbe ricominciata la scuola e noi, che adesso eravamo in quarta, facevamo parte dello stuolo degli allievi pi grandi. Avremmo avuto unaula nuova e, cosa ancora pi importante, un nuovo insegnante. In camera mia cera una cartella nuova e nellarmadio vestiti nuovi. Provavo un solletico allo stomaco al solo pensiero e anche se ero triste quando la vidi preparare i bagagli, non mi sentivo molto pi triste di quanto lo fossi solitamente quando andava a lavorare.
Si interruppe e mi guard.
Gioved sono gi di ritorno, disse. Si tratta soltanto di quattro giorni".
Lo so, risposi. Ti sei ricordata tutto?
Mah, credo di s. Mi vuoi aiutare con la valigia? Puoi appoggiarci il ginocchio sopra cos riesco a chiuderla per bene?
Annuii e feci come diceva.
Sulle scale stava arrivando pap.
Sei pronta adesso? chiese accennando con la testa alla valigia. La prendo io".
La mamma mi abbracci e poi lo segu gi per le scale.
Li osservai dalla finestra del bagno. Quando sal sul Maggiolino verde, era proprio come un pomeriggio qualsiasi, stava andando al lavoro, a eccezione della valigia, ecco. La salutai con la mano, mi restitu il saluto, accese il motore, fece la salita in retromarcia, infil la prima e lauto scivol lungo la discesa con quella sua andatura da insetto prima di sparire.
Che cosa sarebbe successo adesso?
Come sarebbero state ora le giornate?
Era la mamma che le univa, era lei il centro della mia vita e di quella di Yngve, pap lo sapeva, ma forse non lo sapeva lei. Altrimenti come avrebbe potuto prendere e andarsene cos?
I coltelli e le forchette che tintinnano contro i piatti, i gomiti che si muovono, le teste che rimangono immobili, le schiene diritte. Nessuno che dice niente. Siamo in tre, il padre e i due figli maschi, l mentre siamo seduti a mangiare. Intorno a noi ci sono ovunque gli anni settanta.
Il silenzio cresce. E noi lo notiamo tutti e tre, il silenzio non  di quel genere che si pu sciogliere,  di quel genere che dura per tutta la vita. S, certo, si pu dire qualcosa per spezzarlo, si pu parlare, eppure il silenzio non cessa per quel motivo.
Pap appoggi losso sul piatto insieme alla buccia delle patate, prima di prendersi unaltra braciola. A me e a Yngve ne era stata data soltanto una sola.
Yngve aveva finito.
Grazie per la cena, disse.
C il dessert, rispose pap.
Non lo voglio, disse Yngve. Comunque grazie".
Perch non lo vuoi? domand pap. C lananas con la panna. A te piace".
Mi fa venire troppi brufoli, rispose Yngve.
In questo caso, continu pap. Puoi andare".
Mi guard quando Yngve si alz, come se lui non esistesse.
Ma tu ne vuoi, Karl Ove?
S, puoi scommetterci, risposi.  il mio preferito".
Bene, comment.
Mi misi a guardare fuori dalla finestra mentre aspettavo che lui finisse. Sentivo la musica provenire dalla stanza di Yngve. Un gruppetto di bambini si era riunito in strada, stavano piazzando due sassi per fare la porta, subito dopo si sentirono i tonfi sordi dei piedi che colpivano un pallone sgonfio e le grida basse che si levano sempre quando si gioca a calcio, indipendentemente dalla forma in cui questo avviene.
Finalmente pap si alz, prese i piatti e gratt via gli avanzi buttandoli nella spazzatura. Appoggi davanti a me una ciotola con dellananas e la panna montata, e ne mise una davanti a s.
Mangiammo senza dire niente.
Grazie per la cena, dissi alzandomi. Pap non rispose, ma si alz anche lui, riemp dacqua il bollitore, tir fuori dallarmadietto un pacchetto di caff.
Poi si gir.
Senti un po, disse.
S, risposi.
Non permetterti mai pi di prendere in giro Yngve per i suoi brufoli. Sono stato chiaro? Non voglio pi sentir pronunciare una parola al riguardo".
S, risposi rimanendo fermo dovero per vedere se cera dellaltro.
Pap si volt e tagli langolo del pacchetto di caff, io andai in camera di Yngve, stava suonando la sua chitarra elettrica, una copia di una Les Paul nera che mi aveva sorpreso la prima volta che lavevo sentita suonare dal momento che ero convinto che non ne sarebbe uscito alcun suono senza un amplificatore. Invece non era cos, era basso, pizzicato, la stava suonando con la sua faccia piena di brufoli.
Facciamo qualcosa? esordii.
Sto gi facendo qualcosa, rispose.
Un gioco, scemo, dissi.
52 carte  raccatta tutto? sugger.
Ah, ah, commentai. Lo si pu giocare una volta sola. Lho gi fatto. Non potresti insegnarmi un accordo?
Non adesso. Unaltra volta".
Per favore".
Okay, uno, disse. Siediti qui".
Presi posto sul letto accanto a lui. Mi mise la chitarra sulle ginocchia. Tenne tre dita sulla tastiera.
Questo  un Mi, spieg prima di ritrarre la mano.
Appoggiai le dita dove le aveva prima lui.
Bravo, disse. Adesso suona".
Strimpellai ma si sent soltanto il suono di alcune corde.
Devi premere pi forte, precis. E poi devi fare attenzione che le altre dita non attutiscano le corde libere".
Okay, dissi e riprovai.
Bene. Cos. Adesso sai come  il Mi".
Gli porsi la chitarra e mi alzai.
Ti ricordi qual  la sequenza delle corde?
MiLaReSolSiMi, risposi.
Giusto. Adesso ti manca soltanto una band".
Ma allora mi devi prestare la tua chitarra, commentai.
Non se ne parla neanche".
Non dissi niente perch le cose potevano cambiare velocemente.
A che ora cominci domani? chiesi invece.
Alla prima ora, disse. E tu?
No, alle undici, credo".
Credi?
No, lo so. Pap?
Sicuramente la prima".
Era una bella notizia. Cos sarei rimasto a casa da solo per qualche ora.
Mi girai e andai in camera mia. La nuova cartella era appoggiata vicino alla gamba della scrivania. Quella blu, quadrata, che avevo avuto per tutti quegli anni, era diventata troppo piccola e troppo infantile. Quella che avrei avuto adesso era verde scuro, di una stoffa sintetica che aveva un profumo celestiale.
Lannusai per un po. Poi mi misi Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band, mi sdraiai sul letto e mi misi a guardare il soffitto.
 Getting so much better all the time!
 Its getting better all the time!
 Better, better, better!
 Its getting better all the time!
 Better, better, better!
 Getting so much better all the time!
La musica mi risollev immediatamente, seguivo il ritmo con una mano in aria mentre agitavo la testa avanti e indietro, provando dentro di me una grande gioia. Bettoh, bettoh, bettoh! cantavo. Bettoh, bettoh, bettoh!
Ecco la scuola, dipinta di nero, che scintillava attraverso le sue molteplici finestre quando ci precipitammo fuori dallautobus. Adesso facevamo parte degli allievi pi vecchi e sapevamo come dovevamo comportarci e che cosa ci dovevamo aspettare. Mentre i nuovi della prima se ne stavano in piedi insieme ai loro genitori ascoltando il discorso del preside nel punto in cui cera lasta con la bandiera, pettinati con cura e vestiti di tutto punto, noi giravamo dandoci delle arie, sputando per terra o appoggiandoci alla parete del riparo per la pioggia mentre parlavamo di quello che avevamo fatto quellestate. Tre mucche in una fattoria non erano pi sufficienti, ma anche se lunico viaggio che avevamo fatto in tutte le vacanze era quello a Srbvg, dove ero rimasto una settimana l da solo da Jon Olav e gli altri, avevo comunque qualcosa da raccontare perch cera anche una ragazza, una cugina di secondo grado, si chiamava Merethe, aveva i capelli biondi e abitava fuori Oslo. Ero uscito con lei, dissi, e anche se non era cos sconvolgente come essere stati a Goteborg, a Liseberg, il pi grande parco dei divertimenti di tutta la Scandinavia, era meglio che niente.
Alcune delle ragazze estrassero gli elastici dai loro nascondigli, che a me risultavano sconosciuti, e si misero a saltare.
No, ballare.
Le convincemmo a usare lelastico per fare invece salto in alto, cos potevamo partecipare anche noi senza perdere la faccia davanti agli altri ragazzi. Due delle femmine lo tenevano teso tra di loro mentre noi correvamo uno alla volta puntando verso lelastico, sollevavamo le gambe e lo tiravamo gi con i piedi in modo da atterrare sullaltro lato.
Era un piacere vedere le ragazze lanciare le gambe in aria con le loro movenze eleganti e controllate.
Whoosh, dicevano quei movimenti, e in un attimo erano al sicuro dallaltra parte.
Poi aumentammo laltezza, fino a quando sarebbe rimasta soltanto una persona.
Speravo che fossi io, perch adesso si era unita anche Anne Lisbet, ma invece fu come quasi sempre Marianne.
Tap, tap, tap si sentiva quando correva in avanti, whoosh, si sentiva quando saltava e poi era dallaltra parte.
Sorrise timidamente mentre scostava con un dito i capelli chiari e lunghi fino alle spalle e io mi chiesi se questanno sarebbe stata lei quella di cui mi sarei innamorato.
Probabilmente no. Lei frequentava la mia stessa classe.
Magari qualcuna della A?
O ciao, allettante futuro, magari qualcuna di unaltra scuola?
Dopo che durante la prima ora ci avevano distribuito lorario delle lezioni e alcuni libri nuovi, a turno potemmo raccontare quello che avevamo fatto durante lestate. Nella seconda ora si sarebbero tenute le elezioni dei nuovi rappresentanti della scuola. Insieme a Siv ero stato rappresentante di classe lanno scolastico precedente e avevo dato per scontato che la mia rielezione sarebbe stata soltanto una formalit fino a quando Eivind alz la mano e disse che si presentava come candidato. Ce nerano sei tra cui scegliere. Che Eivind fosse uno di loro fece s che io non rispettassi la regola non scritta secondo cui, in nessuna circostanza, si vota per se stessi. Pensavo che sarebbe servito nel caso in cui un voto in pi o in meno sarebbe risultato decisivo. Che qualcuno avrebbe potuto scoprire che di fatto avevo votato per me stesso la consideravo unipotesi da escludere. Le votazioni erano segrete, lunica persona che avrebbe visto i foglietti su cui scrivevamo il nome prescelto e che quindi avrebbe potuto smascherare la mia calligrafia era la Maestra e lei non avrebbe detto niente.
Come ci si pu sbagliare di grosso.
Aggiunsi KARL OVE in stampatello sul foglietto, lo piegai con cura e lo consegnai alla Maestra quando gir tra i banchi per raccoglierli dentro un cappello. Alla lavagna scrisse i nomi dei sei candidati, e poi chiam tra tutti Slvi per leggere ad alta voce quelli che risultavano sui pezzetti di carta. Ogni volta che Slvi ne leggeva uno, alla lavagna la Maestra disegnava una croce accanto al nome.
Ci sarebbe voluto del tempo prima che arrivassero i miei voti. Allinizio fu quasi unicamente Eivind a ricevere quelli dei maschi. Di colpo mi resi conto con terrore che non cerano quasi pi foglietti. Non avevo ricevuto neanche una preferenza! Comera possibile?
Invece eccolo. Finalmente.
Karl Ove, disse Slvi e la Maestra fece un segno accanto al mio nome.
Eivind, lesse Slvi.
Eivind".
Eivind".
Oh, non ci sono pi bigliettini? Vediamo. I rappresentanti di classe al consiglio degli studenti sono Eivind e Marianne!
Abbassai lo sguardo sul banco.
Una sola preferenza.
Comera possibile?
E oltretutto quel voto era il mio.
Ma io ero il pi bravo della classe! Perlomeno in norvegese! E in storia e geografia! E in matematica ero il secondo, o forse il terzo. Ma tenendo conto di tutto, chi era meglio di me?
Okay, cos aveva vinto Eivind. Ma una sola preferenza? Comera possibile?
Nessuno aveva votato per me?
Doveva esserci un errore.
Nessuno?
Quando aprii la porta di casa, pap era proprio dietro luscio.
Sussultai.
Ma come faceva?
Era rimasto l in piedi ad aspettare?
Devi andare al B-Max per me, disse. Tieni".
Mi porse una lista della spesa e una banconota da cento.
E voglio tutto il resto indietro. Sono stato chiaro?
S, risposi, poi, appoggiata a terra la cartella, mi precipitai in strada.
Se cera qualcosa in cui ero molto scrupoloso in questo mondo, era il resto. Quando il B-Max aveva appena aperto, Yngve era tornato a casa con troppi pochi soldi. Pap lo aveva picchiato come non aveva mai fatto prima. E questo la diceva tutta. Yngve ne aveva prese tante. Molto pi di me. S, io la scampavo sempre pi facilmente. Persino lora in cui dovevo andare a letto si era ammorbidita rispetto alla sua.
Guardai lelenco.
1 kg di patate
1 confezione di polpette
2 cipolle
caff (macinato grosso da far bollire)
1 scatoletta di ananas
1/4 di panna da montare
1 kg di arance
Ananas? Di nuovo il dessert? Di luned?
Riunii tutta la spesa in un cestino, rimasi per qualche minuto a sfogliare alcune riviste esposte vicino alla cassa, pagai, misi il resto in tasca e corsi a casa con quel sacchetto abbastanza pesante che mi penzolava in mano. Lo porsi a pap su in cucina, insieme ai soldi, che si infil in tasca mentre io rimanevo ad aspettare che mi dicesse di andare. Invece non fu cos.
Siediti! esord indicando una sedia.
Mi sedetti.
Raddrizza la schiena, ragazzo! aggiunse.
Raddrizzai la schiena.
Dal sacchetto prese le patate, che erano piene di terra, e cominci a sciacquarle.
Che cosa voleva?
Be? disse girando la testa per guardarmi mentre le mani lavoravano sotto il getto dacqua del rubinetto.
Lo guardai con espressione interrogativa.
Che cosa ha detto di bello la Maestra?
La Maestra?
S, la Maestva. Non aveva niente da dirvi il primo giorno di scuola?
S s, certo, ci ha dato il benvenuto. Poi ci ha consegnato lorario delle lezioni e alcuni libri".
E come ti sembra lorario? insistette mentre si dirigeva verso larmadietto che cera accanto alla cucina e prendeva una pentola.
Vado a prenderlo?
No, no. Ti ricorderai qualcosa, giusto? Ti sembrava buono?
S, risposi. Assolutamente".
Bene".
Quella sera capii che cosa voleva dire che la mamma non cera.
Le stanze erano morte.
Pap era seduto gi nel suo studio e il soggiorno e la cucina erano completamente privi di vita. Uscii furtivamente dalla mia stanza e andai di l e la sensazione che a volte provavo quando ero solo nel bosco, quando esso aveva abbastanza da fare con se stesso e non voleva inglobarmi dentro di s, emerse in quel momento.
Le stanze non erano soltanto stanze, ma uno spazio dalla bocca spalancata in cui entravo.
Ma non la mia camera, per fortuna. Quella si chiudeva intorno a me, morbida e amichevole come sempre.
Il giorno dopo Sverre e Geir Hkon vennero verso di me al B-Max. Intorno a noi cerano parecchi compagni di scuola.
Per chi hai votato ieri, Karl Ove? esord Geir Hkon.
 segreto, risposi.
Ti sei votato da solo. Ti sei beccato soltanto un voto ed era quello che ti sei dato da solo".
No, replicai.
Invece s, intervenne Sverre. Abbiamo chiesto a tutti quelli della classe. Nessuno ha votato per te. Sei rimasto solo tu. Ti sei votato da solo".
No, ribadii. Non  vero. Non mi sono votato da solo".
E allora chi  stato?
Non lo so".
Ma abbiamo chiesto a tutti. Nessuno ha votato per te. Ti sei votato da solo. Ammettilo".
No, insistetti. Non  vero".
Ma abbiamo chiesto a tutti. Sei rimasto soltanto tu".
Allora qualcuno mente".
E perch qualcuno dovrebbe farlo?
E io che ne so".
Sei tu quello che mente. Ti sei votato da solo".
No. Non lho fatto".
Le voci si sparsero per tutta la scuola, ma io continuai a negare. Negavo nel modo pi categorico. Tutti sapevano che cosa era successo ma fino a quando io non lavessi ammesso non potevano avere la certezza assoluta. Secondo loro io ero fatto cos. Credevo di essere chiss chi. Ma non era vero. Uno che vota per se stesso  un nessuno. Che io non partecipassi mai quando andavano a sgraffignare la frutta nei giardini, quando rubavano qualcosa nel negozio, che non colpissi mai gli uccelli con la fionda n sputassi i noccioli delle ciliegie con la cerbottana addosso alle automobili o ai passanti, che io non partecipassi mai quando gli altri chiudevano linsegnante di ginnastica dietro la porta del garage nella stanza dove cerano gli attrezzi n quando gli altri mettevano le puntine da disegno sulla sedia dei supplenti o inzuppavano dacqua il cancellino, ma al contrario mi sforzassi di dire loro che non dovevano fare quelle cose, che era sbagliato, non aiutava di certo la mia reputazione. Ma io sapevo di avere ragione e che quello che facevano gli altri non era giusto. A volte capitava che io pregassi Dio di perdonarli. Se imprecavano o dicevano parolacce, per esempio. Allora dentro di me poteva scattare una preghiera. Caro Dio, perdona Leif Tore per aver imprecato. Non non era sua intenzione. Invece io ricorrevo a espressioni come porca miseria, porca vacca, che cavolo, porco schifo, dannazione, cacchio, accidenti, vaffanbrodo, porca zozza. Ma anche se era cos, che io non imprecavo, non bestemmiavo, non mentivo, se non per autodifesa, non rubavo n compivo atti vandalici n tormentavo gli insegnanti, mi stavano a cuore i vestiti e laspetto esteriore e che io volessi sempre avere ragione ed essere migliore, cos che la fama di cui godevo non era un granch e io non ero uno di quelli che nessuno avrebbe ammesso di piacere, non venivo scartato o evitato, e se  questo che accadeva, per esempio da Leif Tore e Geir Hkon, cerano sempre altri ragazzi da cui potevo andare. Dag Lothar, per esempio. Dag Magne. E quando i bambini si riunivano in gruppi grandi, non cera mai nessuno a cui veniva vietato di partecipare, questo valeva per tutti, anche per me.
Ma era pi facile stare in casa a leggere, ovvio.
Non contribu certo alla mia reputazione il fatto che fossi cristiano. In realt era colpa della mamma. Un giorno, un anno prima, aveva introdotto il divieto di leggere i fumetti. Ero tornato presto da scuola e avevo fatto di corsa le scale tutto contento al pensiero che pap era ancora al lavoro.
Hai fame? chiese la mamma, che era seduta in soggiorno con un libro sulle ginocchia mentre mi guardava.
S, risposi.
Si alz, and in cucina e tir fuori il pane e qualche cosa da spalmarci sopra.
Allesterno la pioggia ricordava delle strisce che solcavano laria. Alcuni ritardatari che erano seduti come me sullautobus stavano arrivando con il viso abbassato sotto i cappucci delle giacche impermeabili.
Oggi ho dato unocchiata a qualcuno dei tuoi giornalini, esord la mamma mentre tagliava una fetta di pane. Ma che cos che leggi in realt? Sono davvero scossa".
Scossa? dissi. Che cosa vuol dire?
Appoggi la fetta sul piatto davanti a me, apr il frigorifero e prese il formaggio e la margarina.
Quello che leggi  terribile!  solo violenza! Persone che si sparano a vicenda e ridono! Tu sei troppo piccolo per leggere quel genere di cose".
Ma lo fanno tutti, commentai.
Che ragionamento , continu. Questo non significa che lo devi fare anche tu".
Ma a me piace! esclamai mentre spalmavo la margarina con il coltello sulla fetta di pane.
S, ed  proprio questa la cosa peggiore! osserv mettendosi a sedere. Questi giornalini offrono una visione terribile degli esseri umani. Soprattutto delle donne. Capisci? Io non voglio che i tuoi atteggiamenti siano influenzati da questo".
Perch si ammazzano?
S, per esempio".
Ma  solo per divertimento! esclamai.
La mamma emise un sospiro.
Lo sai che Ingunn sta scrivendo una tesi alluniversit sulla violenza nei fumetti?
No, risposi.
Non ti fa bene, continu.  cos semplice. Almeno questo lo capisci. Che non ti fa bene".
Non posso pi?
No".
Eh?
 per il tuo bene, asser.
Non posso? Ma mamma, mamma... Mai pi?
Puoi leggere Paperino".
?PAPERINO? urlai. Nessuno legge PAPERINO!
Scoppiai a piangere e mi precipitai in camera mia.
La mamma mi segu, si sedette sul bordo del letto e mi accarezz la schiena.
Puoi leggere i libri, disse.  molto meglio. Possiamo andare in biblioteca, tu, io e Yngve. In citt, una volta alla settimana. Cos puoi prendere in prestito tutti i libri che vuoi".
Ma io non voglio leggere libri, risposi. Io voglio leggere i giornalini!
Karl Ove, disse. Ormai ho deciso".
Ma pap i fumetti li legge!
Lui  un adulto, rispose. Non  la stessa cosa".
Non potr mai pi leggere i fumetti?
Stasera devo andare a lavorare. Ma domani sera possiamo andare in biblioteca, disse prima di alzarsi. Rimaniamo daccordo cos?
Non risposi e lei usc.
Probabilmente le era capitato tra le mani un fumetto della serie Kamp o Vi Vinner, che parlavano di guerra, dove tutti tedeschi, Fritz o Sauerkraut o come diavolo venivano chiamati, venivano uccisi con un sorriso sulle labbra, conditi da espressioni come Donnerwetter! e Dumkopf! Che si urlavano a vicenda nellardore della battaglia, oppure ne aveva sfogliato uno degli Agent X9 o Serie Spesial, dove la maggior parte delle donne aveva indosso solo un bikini e a volte neppure quello. Era una goduria vedere Modesty Blaise quando si spogliava, ma soltanto quando ero solo, altrimenti trovavo la nudit un qualcosa di estremamente imbarazzante. Ogni volta che facevano vedere alla televisione dei bambini Agathon Sax, arrossivo quando cerano mamma e pap perch nella sigla di apertura sbirciava sempre con il suo binocolo una donna nuda. A volte capitava anche che in una delle serie o dei film che trasmettevano alla tiv ci fossero delle scene di sesso, e se questo accadeva durante uno di quelli che in quel periodo mi era permesso vedere, la situazione diventava per me del tutto insostenibile. Eccoci l seduti, tutta la famiglia al completo, padre, madre e i loro due figli maschi, e sullo schermo facevano vedere, nel nostro soggiorno, due che scopavano, dove guardare in quei momenti?
Oh, s, era una cosa terribile.
Ma i giornalini, quelli li avevo per me, la mamma non si era mai premurata di dar loro unocchiata.
E adesso allimprovviso non avevo pi il permesso di leggerli?
Ma quella era uningiustizia bella e buona.
Piansi, ero furibondo, ritornai da lei per dirle che non aveva alcun diritto di negarmelo, anche se al contempo sapevo che la battaglia era persa, aveva deciso e se io non avessi smesso di protestare lo avrebbe detto a pap, contro cui era impossibile mettersi.
I giornalini che avevo preso in prestito furono restituiti, gli altri buttati via. Il giorno dopo andammo in biblioteca, ognuno di noi ricevette la propria tessera, e fine della storia, da quel momento in poi contavano solo i libri. Ogni mercoled scendevo dalle scale della biblioteca di Arendal con un sacchetto pieno di libri in ogni mano. Andavo insieme alla mamma e Yngve, anche lui ne prendeva in prestito quantit enormi, tornavamo allauto, rientravamo, mi sdraiavo sul letto, leggevo praticamente tutte le sere, tutto il sabato e tutta la domenica, interrotto soltanto da uscite pi o meno lunghe, tutto dipendeva da cosa accadeva l fuori, e quando la settimana era finita si trattava di consegnare i due sacchetti di libri letti alla biblioteca e prenderne altri due. Lessi tutte le serie che avevano, mi piaceva soprattutto Pocomoto, il piccolo bambino che cresceva nel Selvaggio West, ma anche Jan, e gli Hardy Boys, ovviamente, The Bobsey Twins e Nancy Drew. Mi piaceva la serie The Famous Five e divoravo i libri che parlavano di persone realmente esistite, lessi di Henry Ford e Thomas Alva Edison, Benjamin Franklin e Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill, John F. Kennedy, David Livingstone e Louis Armstrong, sempre con le lacrime agli occhi alle ultime pagine, perch tutti morivano. Lessi la serie Vi var med su tutte le spedizioni note e sconosciute di tutto il mondo, leggevo libri che parlavano di velieri e viaggi nello spazio, Yngve mi convinse a leggere le opere di Dniken, secondo cui tutte le grandi civilt erano sorte a seguito di incontri con creature extraterrestri, e libri sul progetto Apollo, a partire dagli aerei da caccia degli astronauti del passato e dai loro tentativi di fissare dei record di velocit. Lessi anche tutti i vecchi testi della casa editrice Gyldendal per ragazzi che erano appartenuti a pap, di cui quello che mi fece pi impressione fu Over kjlen i kano, dove un padre con due figli vanno in gita in tenda e vedono unalca impenne, che tutti credevano estinta. Poi lessi un libro di un ragazzo che veniva raccolto da uno zeppelin in Inghilterra durante il periodo tra le due guerre, lessi le numerose opere di Jules Verne, le preferite erano 20.000 leghe sotto i mari e Il giro del mondo in 80 giorni, ma anche una che si intitolava Un biglietto della lotteria e parlava di una famiglia povera norvegese che abitava nel Telemark e aveva vinto un premio in una grande lotteria. Lessi Il Conte di Montecristo e I tre moschettieri, Ventanni dopo e Il tulipano nero. Lessi Il piccolo Lord, lessi Oliver Twist e David Copperfield, lessi Senza famiglia e Lisola del tesoro e Capitano Marryat, che adoravo e continuavo a rileggere, dal momento che mi era stato regalato e non lavevo preso in prestito. Lessi lAmmutinamento del Bounty, le opere di Jack London e libri su figli di beduini e cacciatori di tartarughe, clandestini e piloti di Formula 1, lessi una serie su un ragazzo svedese che prendeva parte alla guerra civile americana come tamburino, lessi libri su ragazzi che giocavano a pallone e li seguii stagione dopo stagione, e lessi testi che affrontavano tematiche pi complesse e problematiche che Yngve portava a casa da scuola, parlavano di giovani che rimanevano incinte e dovevano partorire, o che finivano sulla brutta strada e cominciavano a fare uso di droghe, per me non aveva nessuna importanza, io leggevo tutto, assolutamente tutto. Allannuale mercatino delle pulci a Hove trovai una serie intera di libri di Rocambole, li comprai e li divorai. Una serie su una ragazza che si chiamava Ida, lessi anche quella, anche se annoverava almeno quattordici titoli. Lessi tutti i vecchi esemplari di pap di Detektivmagasinet e comprai i libri su Knut Gribb quando avevo i soldi. Lessi opere su Cristoforo Colombo, Magellano, Vasco da Gama e su Amundsen e Nansen. Lessi le Mille e una notte e le fiabe norvegesi che io e Yngve ricevemmo in regalo un anno a Natale dai nonni materni. Lessi di re Art e dei cavalieri della tavola rotonda. Lessi di Robin Hood, Little John e Marian, lessi di Peter Pan e dei bambini poveri che scambiavano la loro vita con i figli dei ricchi. Lessi di ragazzi che partecipavano alle azioni di sabotaggio in Danimarca durante la guerra e di ragazzi che salvavano qualcuno da una valanga di neve. Lessi di un uomo piccolo e strano che abitava su unisola e viveva di ci che era rimasto dai relitti delle navi e di giovani ragazzi inglesi che erano cadetti a bordo di navi da guerra, e delle imprese dellitaliano Marco Polo da Gengis Khan. Libro dopo libro, sacchetto dopo sacchetto, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Di tutto quello che leggevo, imparavo che bisognava essere coraggiosi, che il coraggio era forse la virt pi alta di tutte, che bisognava essere onesti e leali in tutto quello che si faceva e che non bisognava mai tradire nessuno. E poi che non bisognava mai mollare, mai rinunciare perch se si era risoluti, tutto dun pezzo, coraggiosi e onesti, indipendentemente da quanto questo ti avesse costretto in solitudine e indipendentemente da quanto fossi solo, alla fine si riceve la propria ricompensa. A questo pensavo molto, era uno dei pensieri che mi ronzavano nella testa adesso che non ero nessuno, riflettevo sul giorno in cui sarei ritornato l e sarei stato qualcuno. Sarei diventato un personaggio che tutti a Tybakken sarebbero stati costretti, volenti o nolenti, ad ammirare. Quel giorno non sarebbe giunto lindomani, lo sapevo, perch non era di certo il rispetto quello che mi guadagnavo quando Asgeir diceva qualcosa di sprezzante su di me e su una ragazza che mi piaceva e io mi scagliavo su di lui e lui mi buttava a terra con estrema facilit, si sedeva di traverso su di me e cominciava a tamburellare lindice sul petto e sulle guance mentre rideva e mi sfotteva, e io, che per caso avevo la bocca piena di caramelle gialle Fox, cercavo di sputargli addosso, senza riuscire neanche in questo, cosa che tutti ritenevano umiliante, e mi trovavo con la faccia sporca e appiccicosa di giallo. Puzzi di piscia, stronzo, gli dicevo, ed era vero, puzzava. E come se questo non fosse stato sufficiente, aveva anche due file di denti, proprio come uno squalo, una allinterno dellaltra, e su quella vista disgustosa cercavo di dirottare lattenzione di quelli che ci circondavano senza che ci servisse a qualcosa, ero sdraiato a terra, vinto, privo di qualsiasi potere persuasivo. Pi lontano dagli ideali che avevo ricevuto attraverso la lettura  che a dire il vero erano attivi anche tra i bambini, molti degli stessi concetti relativi allonore valevano tra di loro, senza che si usasse esattamente quella parola, ma era di questo che si trattava  non potevo essere. Ero debole, lento, codardo: non forte, veloce, coraggioso. A che serviva che io, al contrario di loro, fossi stato in contatto con gli ideali, che io li conoscessi a memoria, meglio di come avrebbero mai fatto loro, quando non potevo viverli in pratica? Quando piangevo per un nonnulla? Che proprio a me, che sapevo cos tanto sul coraggio eroico, fosse stata accollata una tale fragilit, pareva ingiusto. Per esistevano libri che parlavano di tali debolezze, e uno di essi mi fece librare su unonda che dur parecchi mesi.
Fu un autunno in cui ero malato, di giorno ero a casa da solo e mi annoiavo, e una mattina prima di andare al lavoro pap pass in camera mia con dei libri. Li teneva gi nel seminterrato, provenivano dalla sua stessa infanzia negli anni cinquanta, potevo prenderli in prestito. Alcuni erano stati pubblicati da case editrici cristiane, e per qualche motivo furono proprio quelli a lasciare in me un segno profondo. Uno di questi in modo addirittura indelebile. Parlava di un ragazzo che abitava a casa e accudiva la mamma malata, suo padre era morto, vivevano nella miseria ed erano totalmente dipendenti dagli sforzi del ragazzo per riuscire a cavarsela. A lui si opponeva un gruppo di giovani, o per meglio dire una gang. Non soltanto lo braccavano e lo picchiavano, perch era cos diverso dagli altri, ma anche bestemmiavano e rubavano e lingiustizia derivante dai successi di questa banda paragonati alle continue sconfitte a cui era sottoposto il protagonista cos profondo, devoto alla mamma e onesto, era quasi insopportabile. Piangevo per via dellingiustizia, piangevo per la malvagit e quella dinamica, dove il bene viene tenuto nascosto mentre il peso dellingiustizia si spingeva quasi fino al limite, mi scosse cos profondamente nellanimo che giunsi alla decisione di diventare una brava persona. Da quel momento in poi avrei fatto solo buone azioni, avrei aiutato dove potevo e non avrei mai commesso niente di sbagliato. Cominciai a chiamarmi cristiano. Avevo nove anni, nelle vicinanze non cera nessuno che si definiva cos, n la mamma n il pap n i genitori degli altri  ad eccezione di quelli di yvind Sundt, che per questo motivo lo tenevano lontano dal cinema, dalla tv, dalla Coca-Cola e dai dolciumi  e ovviamente nessuno dei bambini, quindi quella che misi in atto a Tybakken verso la fine degli anni settanta fu uniniziativa relativamente solitaria. Cominciai a pregare Dio quando mi svegliavo e quando andavo a dormire. Quando gli altri si riunivano per andare a sgraffignare le mele in autunno a Gamle Tybakken, chiedevo loro di lasciar stare, era sbagliato rubare. Non lo dissi mai a tutti in contemporanea, non osavo, conoscevo bene la differenza tra le reazioni di un gruppo, dove ci si aizzava a vicenda in una direzione o nellaltra, e quelle dei singoli, dove ognuno doveva confrontarsi faccia a faccia senza nessuna forma di collettivo che servisse a creare distanza e dietro cui nascondersi, cos era quello che facevo, andavo da quelli che conoscevo meglio, cio i miei coetanei, e dicevo loro uno alla volta che era sbagliato andare a rubare la frutta, riflettici sopra, non sei costretto a farlo. Ma non volevo stare da solo, quindi mi univo a loro, mi fermavo accanto al recinto e li guardavo mentre si intrufolavano al crepuscolo tra i campi, camminavo accanto a loro mentre sgranocchiavano le mele con le giacche a vento piene di frutti tornando a casa, e se uno di loro mi offriva qualcosa, ringraziando rifiutavo sempre perch il ricettatore non era meglio del ladro.
Quando una Pasqua che eravamo in visita dai miei nonni a Srbvg mi feci un nuovo amico, lo pregai insistentemente di smetterla di imprecare. Ricordo la paura che provai quella volta in cui venne a salutare il nonno e la nonna perch temevo che avrebbe disobbedito alle mie istruzioni, e quante volte gli chiesi di promettermi di non bestemmiare. Che dopo questo lui mi evitasse fu qualcosa che io riuscii a sopportare pensando che avevo fatto quello che era buono e giusto. In autobus mi alzavo sempre quando cerano persone anziane, chiedevo loro se avevano bisogno di aiuto a portare la spesa quando uscivano dal negozio, non mi attaccavo mai dietro le automobili, non rompevo mai niente, non cercavo mai di uccidere gli uccelli con la fionda, stavo attento a dove camminavo in modo da non pestare le formiche o gli scarafaggi, e persino quando raccoglievo i fiori in primavera insieme a Geir o a qualcun altro per darli alla mamma o a pap, provavo un tuffo al cuore al pensiero della vita a cui stavo ponendo fine.
Quando dinverno cadeva la neve, mi offrivo di aiutare gli anziani a spalarla. Un giorno di questi, era un luned dopo la scuola e aveva nevicato in modo fitto per tutta la notte, cercai di convincere Geir a spalare il vialetto di uno di loro. Soltanto quando gli suggerii che sicuramente il vecchio ci avrebbe dato una piccola mancia per laiuto, acconsent a venire. Pap aveva appena comprato una pala per la neve nuova, una di quelle che veniva chiamata srlandskuffe, pala della Norvegia meridionale, era rossa, scintillante e bella e dal momento che lui aveva spalato il nostro vialetto quella mattina, immaginavo che non gli sarebbe servita pi per quel giorno, cos la presi e me ne andai a fianco di Geir, che spingeva davanti a s la sua, ma di colore verde. La casa che avevo scelto si trovava sulla curva, e lanziano che apr la porta quando suonammo si illumin in viso quando cap che non eravamo l per scagliare palle di neve contro la sua abitazione, come facevano tanti altri, ma al contrario volevamo pulirgli il vialetto. Era un lavoro pesante, ma anche divertente: ci aprimmo una strada lungo cui spingevamo la neve, poi la buttavamo oltre il ciglio del fossato e mentre cadeva sembrava formare tante piccole valanghe. Il cielo era grigio e pesante, la neve cos bagnata che quando la si comprimeva ne usciva lacqua. Da Torungen giunse il suono del nautofono. I bambini sfrecciavano davanti a noi spingendo le slitte o sugli sci, le automobili che rientravano dal lavoro ed erano dirette verso casa slittavano e sbandavano lungo la salita. Ci volle unora prima che avessimo finito. Quando ci recammo dallanziano per dirglielo, ci ringrazi molto e poi chiuse la porta. Geir mi guard con aria daccusa.
Non doveva darci i soldi per questo? disse.
S-. A dire il vero s. Ma non  colpa mia se non ci ha dato nulla..".
Abbiamo fatto tutto questo per niente?
A quanto pare s, risposi. Non importa. Dai, andiamocene".
Mi segu imbronciato e borbottando. Sbucando sulla strada davanti a casa nostra, vidi pap in piedi sulla soglia. Fu come se il mio cuore smettesse di battere. Lo stomaco si contrasse a tal punto che quasi non riuscivo a respirare. I suoi occhi erano furiosi.
Vieni qui immediatamente! url quando raggiunsi il vialetto.
Feci gli ultimi passi con gli occhi puntati a terra.
Guardami! disse.
Alzai la testa.
Mi moll un ceffone sulla guancia.
Singhiozzai.
Poi mi afferr per il davanti della giacca a vento e mi spinse contro la parete.
Hai preso la mia pala! rugg.  nuova di pacca! Ed  mia! Non permetterti mai pi di prendere le mie cose! Sono stato chiaro? E senza neanche dirmelo! Pensavo che me lavessero rubata!
Piangevo e singhiozzavo a tal punto da non riuscire quasi a capire quello che diceva. Strinse di nuovo la giacca a vento, mi trascin attraverso la porta e mi fece andare a sbattere contro la parete opposta.
Non provarci mai pi! Mai pi! Fila in camera tua e stacci fino a quando non te lo dico io! Sono stato chiaro?
S, pap, risposi.
Sbatt la porta dello studio dietro di s e io cominciai a spogliarmi. Mi tremavano le mani. Mi tolsi i guanti e il berretto, poi mi liberai degli scarponcini, quindi fu la volta dei pantaloni imbottiti, della giacca a vento e del maglione pesante. In camera mia mi sdraiai sul letto. Dentro di me era tutto rosso. Singhiozzavo e le lacrime colavano dentro il cuscino, mentre al tempo stesso una rabbia terribile che non sapevo come gestire mi squarciava dentro. Lo odiavo e dovevo vendicarmi. Mi sarei vendicato. Glielavrei fatta vedere io. Lavrei distrutto. Distrutto.
Di colpo mi venne in mente che cosa avrebbe fatto quel ragazzo buono e gentile. Un vero cristiano come si sarebbe comportato?
Avrebbe perdonato.
Quando ci ebbi pensato, dentro di me sentii un grande calore.
Lo avrei perdonato.
Era un grande pensiero.
E questo mi rendeva una grande persona.
Ma soltanto quando ero da solo. Quando ero nella stessa stanza insieme a lui, era come se lui spegnesse tutto quello che cera in me, rimaneva soltanto lui, non avevo pensiero per altro.
Il primo giorno da soli con pap avrebbe creato il modello per tutti quelli che si sarebbero succeduti nel corso dellanno. La colazione gi pronta sul tavolo, le fette imburrate da portare a scuola gi pronte nel frigorifero, la spesa quando tornavo a casa, rispondere alle sue domande mentre io stavo seduto e lui preparava da mangiare, a volte qualche piccola puntura di coltello nella schiena seguita da quelleterno su con la schiena, ragazzo  a volte dovevo rimanere l fino a quando aveva finito, altre volte mi diceva di colpo puoi andare, come se in effetti si rendesse conto del tormento che provavo nellessere costretto a tenergli compagnia , poi cenavamo e il resto della sera ce ne stavamo da soli sopra, o fuori, mentre lui era a qualche riunione o nel suo studio a lavorare. Una volta alla settimana ci recavamo a Stoa dopo la scuola per fare la spesa pi consistente. Ogni tanto la sera capitava che salisse per vedere la televisione con noi. In quei casi noi non gli concedevamo niente, sedevamo con la schiena dritta senza muoverci e senza dire una parola. Se ci chiedeva qualcosa, rispondevamo in modo laconico.
Lentamente si allontan da Yngve, passava sempre pi tempo con me, che non osavo mai essere cos scontroso e riservato come Yngve.
Ma non sempre funzionava.
I suoi passi sulla scala erano un brutto segno. Se io stavo suonando la musica, abbassavo il volume. Se me ne stavo a letto sdraiato, mi tiravo su a sedere per non sembrare troppo molle.
Sarebbe venuto da me?
Certo.
La porta si apr, eccolo l sulla soglia.
Erano le otto, non saliva da quando avevamo cenato alle quattro.
Il suo sguardo scivol lungo la stanza. And a posarsi sulla scrivania.
Che coshai l? disse. Entr, prese il mazzo di carte. Giochiamo?
S, volentieri, risposi appoggiando il libro.
Si sedette sul letto accanto a me.
Ti insegner un gioco nuovo con le carte, esord. Sollev il mazzo e poi lanci tutte le carte per la stanza.
52 carte raccatta tutto, si chiama, disse. Forza, raccogli!
Avevo creduto veramente che volesse giocare a carte e rimasi cos deluso per il fatto che stava soltanto scherzando e che oltretutto dovevo inginocchiarmi per terra e raccogliere tutte le carte mentre lui seduto sul letto rideva di me, che mi sfugg una parola di bocca.
Non lavrei mai pronunciata se ci avessi pensato un po pi a lungo.
Ma cos non fu, mi usc dalle labbra.
Cacchio! esclamai. Perch lhai fatto?
Si irrigid. Mi afferr per un orecchio e si alz mentre lo torceva.
Dici le parolacce a tuo padre? esplose mentre girava sempre pi forte tanto che scoppiai a piangere.
Adesso vedi di raccogliere tutto, ragazzo! disse mentre continuava a stringermi lorecchio e io mi chinavo e cominciavo a prenderle.
Quando ebbi finito, mi lasci andare e usc. Quando fu lora dello spuntino serale era seduto nel suo studio e quando andammo in cucina aveva gi preparato tutto.
Il giorno seguente non mi chiese di andare da lui mentre preparava la cena come faceva per abitudine. Soltanto quando era pronto, lo si sent chiamare. Ci sedemmo, ci serv senza dire una parola, carne di balena in salsa marrone, patate e cipolla, mangiammo nel silenzio pi totale, lo ringraziammo per la cena e ce ne andammo. Pap lav i piatti, mangi unarancia in soggiorno, lo capii dallodore, e bevve una tazza di caff, sentii dal brusio del bollitore, scese nel suo studio dove suon della musica prima di vestirsi, salire in auto e allontanarsi.
Nel momento in cui il rombo del motore spar lungo la discesa, aprii la porta e mi diressi in soggiorno. Mi lasciai cadere su una delle poltrone di pelle marrone e appoggiai i piedi sul tavolino. Mi alzai nuovamente, andai in cucina, aprii la porta del frigorifero e guardai dentro: due piatti da portata con le fette imburrate gi pronte, era il nostro spuntino serale. Aprii lanta dellarmadietto accanto, presi una confezione di uva passa, mi riempii una mano, me la portai alla bocca mentre con laltra pareggiavo il livello delluvetta dentro la scatola. Masticando ritornai in soggiorno e mi sedetti davanti al televisore. Alle sei e mezzo avrebbero trasmesso la replica di Blibdpassasjer. Era una serie che parlava di una astronave, faceva paura, a dire il vero la mandavano il venerd sera e non avevamo il permesso di guardarla, ma n la mamma n pap erano a conoscenza della replica che con nostra incredibile fortuna veniva mostrata quando non erano a casa.
Entr Yngve e si sdrai sul divano.
Che cosa stai mangiando? chiese.
Uvetta, risposi.
Ne voglio anchio".
Non mangiarne troppa, commentai quando si alz. Altrimenti pap se ne accorge".
Ma va, replic Yngve. Apr lanta dellarmadietto in cucina.
Vuoi anche delle mandorle? grid.
S, dissi. Ma non tante".
Il lampione in strada diffondeva una luce quasi arancione in tutto quel buio. Lasfalto sottostante brillava dello stesso colore. E anche un po dellabete sul retro. Invece il bosco ancora pi lontano era nero come una tomba. Dalla parte pi ripida del pendio si sentiva il gemito sofferente di un motorino.
Ecco qua, disse Yngve lasciando cadere alcune mandorle nella mia mano aperta. Avvertii con forza il suo odore. Era acre e al contempo lieve, quasi metallico. Non il suo sudore, quello era diverso, ma la pelle. Profumava di metallo. Quando facevamo la lotta, lo sentivo, quando mi faceva il solletico, lo sentivo, e a volte quando era sdraiato a leggere, per esempio, ero capace di avvicinarmi con il naso fino a quasi toccargli il braccio e a inalare quellodore. Io lo amavo, io amavo Yngve.
Cinque minuti prima che cominciasse Blindpassajer, Yngve si alz.
Chiudiamo a chiave la porta dingresso, disse. E poi spegniamo tutte le luci in modo che qui dentro faccia paura".
No! esclamai. Non farlo!
Yngve rise.
Hai gi fifa?
Mi alzai e cercai di tagliargli la strada. Mi strinse le braccia intorno alla vita, mi sollev di peso e mi mise a sedere dietro di lui, poi prosegu gi per la scala.
Non farlo! scongiurai. Per piacere!
Scoppi nuovamente a ridere.
Adesso scendo e vado a chiudere la porta a chiave, rispose dalle scale.
Gli corsi dietro.
Dico sul serio, Yngve".
Lo so, rispose. Chiuse la porta a chiave e si piazz davanti alluscio. Ma sono io che decido quando siamo a casa da soli".
Spense la luce.
Nella penombra, illuminata soltanto dalla luce che proveniva dalla stanza accanto, cera un che di diabolico sul suo sorriso. Corsi al piano di sopra e andai a sedermi in poltrona. Lo sentivo spegnere gli interruttori uno dopo laltro dietro di s. Il corridoio, la lampada sopra il tavolo del soggiorno, quello del lampadario in cucina. Poi le quattro applique appese al muro sopra il divano e alla fine la lampada che cera sul televisore. A eccezione del debole riflesso che proveniva dal lampione allesterno e il bagliore azzurrognolo e tremolante del televisore, la stanza era completamente al buio quando lepisodio cominci. Gi allinizio era pauroso, un uomo stava usando la falce per mietere e quando si gir il suo volto non era un volto, ma una maschera. Provai un formicolio allestremit delle dita dei piedi e delle mani e dentro di me venni assalito dal terrore. Ma guardai, dovevo guardare. Quando mezzora dopo il programma era finito, Yngve si alz dietro di me.
Non dire niente, lo pregai. Non fare niente!
Sai una cosa, Karl Ove? esord.
Oh, no!
Io non sono quello che credi, disse venendo verso di me.
S!
Io non sono Yngve, continu. Io sono un altro".
No, non  vero. Tu sei Yngve! Di che sei Yngve!
Io sono un cyborg. E questo
Tese il braccio e tir su la manica del maglione. Questo non  carne e sangue. Questi sono metallo e cavi. Sembra carne e sangue, ma non lo . Io non sono un essere umano".
S! dissi mettendomi a piangere. Tu sei Yngve! Yngve! Di che sei Yngve!
Adesso verrai con me gi in cantina, eh, eh, eh..".
YNGVE! urlai.
Mi guard sorridendo.
Ma sto solo scherzando, disse. Non hai mica creduto per davvero che fossi un cyborg?
Non puoi fare cos, risposi. Accendi subito la luce".
Fece un passo verso di me.
NO! gridai.
Okay, okay, disse ridendo. Allora accendiamo la luce. Adesso mangiamo? Hai fame?
Prima accendi la luce, insistetti.
Accese le applique e la lampada sopra il televisore, dove stavano gi trasmettendo il telegiornale. Poi andammo in cucina e consumammo il nostro spuntino serale. Yngve prepar del t per tutti e due, tutto filava liscio fintanto che eravamo scrupolosi nel rimettere a posto, forse perch era impensabile per pap che noi in effetti usassimo la cucina per far bollire dellacqua quando lui non cera. Dopo tirammo fuori il nostro gioco del calcio e lo appoggiammo sul tavolino, con la porta della sua camera aperta, dove suonava il mio disco preferito dei Queen, A Night at the Opera.
Quando sentimmo lauto di pap allesterno, ci affrettammo a rimettere in ordine e a scomparire ognuno nella propria camera da letto. Ogni tanto convocava Yngve quando eravamo a casa da soli per chiedergli che cosa avevamo fatto e comera andata, ma quella sera and direttamente in soggiorno a sedersi davanti alla televisione.
Certo, era un sollievo che lui si tenesse alla larga da noi, ma non solo, percepivo che lui non voleva che le cose fossero cos, era come se latmosfera della nostra casa fosse appesantita da quella sensazione, da una richiesta che nessuno era in grado di esaudire.
Quando sal da noi la volta dopo, fu terribile. Avevo cominciato ad ammalarmi, ero raffreddato e avevo la febbre, che era aumentata di colpo nellultima ora e seduto nel letto di Yngve stavo leggendo uno dei suoi giornalini. Lui era intento a fare i compiti alla scrivania e sul giradischi suonavano i Boomtown Rats.
La porta si apr, sulla soglia cera pap che ci guardava.
Era di buon umore, i suoi occhi brillavano di energia e vigore.
State sentendo musica, esord. Non male. Com che si chiamano?
Boomtown Rats, rispose Yngve.
I ratti della citt che si sviluppa in una fase di espansione economica, tradusse pap. Vi ricordate quanto avete riso quella volta che vi avevo detto che Crystal Palace voleva dire Palazzo di cristallo? E voi non ci credevate!
Sorrise entrando nella stanza.
Anche a te piace la musica, Karl Ove? chiese.
Annuii.
Vieni, balliamo".
Sto male, pap. Ho la febbre, credo. Non ce la faccio".
Ma s, rispose pap afferrandomi le mani e tirandomi su in piedi, poi cominci a farmi girare per la stanza.
Basta, pap! dissi. Non sto bene! Non me la sento!
Ma lui continu facendomi girare sempre pi velocemente, in modo sempre pi violento. Era insopportabile, stavo per vomitare.
SMETTILA PAP! urlai alla fine. SMETTILA!
Si ferm con la stessa velocit con cui aveva iniziato, mi spinse sul letto e usc.
Ogni venerd la mamma tornava a casa e allora io mi trovavo sempre nelle vicinanze in modo da essere il primo da lei, perch se ero il primo ad abbracciarla pap non poteva scacciarmi in camera mia, come faceva quando erano seduti a parlare. Quando ripartiva la domenica sera o il luned mattina, pap si era in un certo senso riavvicinato a noi, o almeno a me, perch ricominciava a chiamarmi in cucina per raccontargli quello che era successo durante la giornata mentre preparava da mangiare. Mangiavamo in silenzio e, dopo aver lavato i piatti, spariva senza eccezioni nel suo studio. Ogni tanto saliva per vedere la televisione con noi, ma la maggior parte delle volte rimaneva di sotto fino a quando era arrivato il momento dello spuntino serale, e allora era quasi come se io e Yngve fossimo a casa da soli. Non che avrei impiegato il mio tempo in modo cos diverso se lui fosse stato l presente. Perlopi leggevo sdraiato a letto. Quando la mamma non pot pi portarci regolarmente in biblioteca e io avevo letto tutti i libri che cerano in quella della scuola, cominciai a passare in rassegna quelli che avevano pap e mamma. Lessi Agatha Christie, lessi Stendhal, Il rosso e nero, lessi un libro di novelle francesi, lessi un libro di Jon Michelet e lessi una biografia su Tolstoj. Cominciai a scrivere un libro, avrebbe parlato di velieri, ma quando avevo composto le prime dieci pagine, che consistevano principalmente nellelenco di tutte le persone a bordo, nel tipo di approvvigionamento che avevano, e nel genere di carico che stavano trasportando, Yngve disse che ai nostri giorni nessuno scriveva libri sui velieri, quello lo si faceva soltanto quando esistevano, oggi bisogna scrivere sulle cose di oggi, disse, e io smisi. Quellautunno feci anche un giornale, in tre copie, che infilai in tre delle cassette delle lettere appese alla struttura in legno, uno per i Karlsen, uno per i Gustavsen e uno per i Prestbakmo, ma io non sentii mai niente al riguardo, era come se fossero sparite e non fossero mai esistite.
Vivevo una vita dentro casa e una fuori, cos comera sempre stato e comera in fondo per tutti: davanti alla televisione il sabato sera, circondati dai propri genitori e fratelli, erano tutti alquanto diversi, molto pi miti e compiacenti di quando li vedevo nel bosco, dove la libert era totale e nulla impediva loro di seguire anche i minimi impulsi. La differenza si accentuava soprattutto in autunno. In primavera e in estate la maggior parte della vita veniva trascorsa allaria aperta, esisteva un livello completamente diverso di contatto tra la vita dei bambini e quella degli adulti, ma quando sopraggiungeva lautunno con la sua oscurit era come se i legami venissero recisi e noi scivolavamo in un mondo tutto nostro non appena la porta di casa veniva richiusa. Le sere corte, buie e fredde erano cariche di tutta quella tensione ed eccitazione che esiste in ci che  invisibile e nascosto. Lautunno erano le tenebre, la terra, lacqua, gli anfratti. Erano il respiro, le risate, la luce delle torce, le capanne fatte con i rami di abete, i fal, lo stuolo di bambini che fluttuavano qua e l. E soprattutto le camere, dopo. Anche se non avevo il permesso di portare nessuno con me a casa e nessuno degli altri bambini del vicinato aveva mai messo piede nella mia stanza, avevo sempre lautorizzazione a entrare nella loro. In alcune soltanto a volte, in altre spesso. Quellautunno questo valeva in particolare per quella di Dag Lothar. Rossi in volto dopo aver corso fuori attraverso le tenebre, potevamo sederci in camera sua e giocare a Monopoli mentre sentivamo il nastro di uno dei due suoi album dei Beatles, quello rosso o quello blu. Io preferivo quello rosso, soprattutto i primi pezzi, erano semplici e gioiosi, quando cera il ritornello ci mettevamo a cantare a squarciagola, quasi gridando, in un inglese incurante dellaspetto semantico della lingua, ma che si rapportava a esso unicamente dal punto di vista fonetico, al contempo lalbum blu veniva suonato sempre di pi, a mano a mano che quei suoni pi cupi e pi insoliti che conteneva cominciavano a piacerci.
Quelle sere furono tra le pi felici della mia vita.  strano perch in esse non cera nulla di insolito, facevamo quello che facevano tutti i bambini, giocavamo, ascoltavamo musica, parlavamo delle cose che ci interessavano.
Ma mi piaceva lodore di quella casa, mi piaceva stare l, mi piaceva il buio da cui eravamo appena giunti, e che caricava tutto di un che di estraneo, di sconosciuto, soprattutto quando era anche umido e lo potevamo sentire su tutto il corpo e non vederlo soltanto con gli occhi. Mi piaceva la luce dei lampioni. Mi piaceva latmosfera che si creava quando eravamo in tanti, le voci nelloscurit, i corpi che si muovevano intorno a me. Mi piaceva il suono del nautofono che proveniva dal mare aperto. Il mio pensiero in quelle sere: tutto pu succedere. Mi piaceva bighellonare in giro, imbattermi in cose e situazioni, le baracche che erano state costruite nel bosco davanti ai pontoni la sera rimanevano vuote, le finestre illuminate, noi che sbirciavano dentro. Allinterno non cerano forse delle riviste porno? S. Nessuno osava rompere un vetro per entrare a prenderle, ma adesso allimprovviso esisteva quella possibilit e noi sapevamo che presto o tardi qualcuno lavrebbe fatto, forse addirittura noi. Quello era il periodo in cui la mattina in strada davanti a casa si potevano trovare le pagine centrali aperte di qualche rivista porno. Quello era il periodo in cui si trovavano riviste pornografiche nei fossati, sui prati, sotto i ponti. Chi ce le avesse messe, non lo sapevamo, erano come sparse ovunque dalla mano di Dio, come se facessero parte della natura, alla stregua degli anemoni dei boschi, dei saliconi, dei torrenti spumeggianti in piena, degli scogli resi scivolosi dalla pioggia. E anche gli elementi lasciavano su di esse il segno: o erano porose per via dellumidit o secche e friabili dopo che si erano asciugate, spesso sbiadite dal sole, macchiate di terra e scolorite.
Provavo un fremito dentro di me quando pensavo a quelle riviste. Quel fremito non aveva nessun legame con il modo con cui parlavamo di quei giornaletti, perch in quel caso facevamo i duri, era qualcosa di cui ridevamo o che sbirciavamo con avidit, ma era presente da qualche altra parte, in un luogo cos profondo che i pensieri non riuscivano ad arrivarci.
Erano parecchi i ragazzi della zona che potevano avere delle riviste porno in casa, e senza eccezione erano gli stessi che uno si immaginava avrebbero guidato un motorino quando sarebbe giunto il momento, si sarebbero messi a fumare e ogni tanto avrebbero marinato la scuola, insomma, per farla breve, quelli che passavano il tempo alla Fina. I malvagi. Quindi in me esistevano due dimensioni inconciliabili. Le riviste porno appartenevano al male, ma ci di cui mi colmavano, quel duro anelito che mi costringeva a deglutire in continuazione, era al contempo qualcosa che io desideravo con forza selvaggia. Mi venivano le gambe molli quando vedevo una di quelle donne nude. Era terribile, era meraviglioso, era il mondo che si apriva e linferno che si manifestava, la luce che brillava e le tenebre che cadevano, saremmo rimasti l a sfogliarle in eterno, sotto i pesanti rami degli abeti, immersi nellodore di terra umida e roccia bagnata, a guardare quelle immagini. Era come se quelle donne uscissero direttamente dalla palude, si levassero dallerba gialla dautunno, o perlomeno era un qualcosa di molto connesso a tutto questo. Parti di quelle foto erano spesso cancellate, ma noi vedevamo abbastanza di quello che era morbido e di quello che era duro da sapere con certezza che quelle sensazioni esistevano, non ci abbandonavano mai e qualsiasi voce sulla presenza di giornali porno nelle vicinanze veniva immediatamente seguita.
Al riguardo Geir era uno dei pi accaniti. Gi in seconda si era presentato con un Vi Menn di suo padre e ci eravamo seduti nel bosco a guardare quelle donne in topless mentre per difenderci da qualsiasi sospetto parlavamo ad alta voce di quello che facevano Paperino e Paperina, come se stessimo leggendo dei fumetti.
Adesso nelle baracche cerano delle riviste porno.
Ci ronzavamo attorno, ma le porte erano chiuse a chiave e noi non eravamo abbastanza coraggiosi da rompere i vetri, sollevare i ganci che tenevano chiuse le finestre e prendere le riviste.
Ma il desiderio era stato risvegliato e quindi ci guardavamo in giro valutando altre possibilit. Il gruppetto di piante che circondavano il rottame dellautomobile nel bosco?
Il fossato sullaltro lato della fermata dellautobus dove cera il B-Max?
Il bosco sotto il ponte?
Ma porca zozza, la discarica! L dovevano essercene tante, no? Centinaia? Migliaia?
Domenica mattina, era la fine di settembre, pap fuori a pescare, mamma in soggiorno, Yngve in bicicletta da qualche parte sul lato orientale dellisola e io fuori dalla porta e lungo la ghiaia bagnata, con indosso il mio giaccone beige e i miei jeans blu, diretto a casa di Geir, con le farfalle nello stomaco, finalmente saremmo andati alla discarica. Il sole scintillava, ma allalba aveva piovuto e lasfalto era ancora nero di umidit nei punti dove non batteva il sole, come sotto le ombre degli abeti davanti a casa nostra.
Quando arrivai, Geir era pronto e ci allontanammo velocemente. Su per il pendio, attraverso quella lunga zona pianeggiante, dove nei giardini antistanti delle case cerano le barche coperte con i teloni, perlopi piccole imbarcazioni di plastica, ma anche qualche barca a vela, un solo cabinato, ribattezzato in lungo e in largo. I prati erano gialli, gli alberi dietro le case arancioni e rossi, il cielo blu. Ci eravamo tolti le giacche e le avevamo legate intorno alla vita. Superammo la casa di Ketil imboccando la stradina sterrata e attraversammo il portone che contrassegnava la fine della strada e linizio del sentiero. Sullaltro lato del campo cera la nuova sala parrocchiale, dove il gruppo dei Ten Sing, con tutte le sue ragazze bionde, si esercitava e teneva i suoi incontri.
Il torrente che costeggiava il sentiero era pieno dacqua, fredda e verdastra, scorreva pigro lungo il leggero pendio. Aveva quel colore per via dellerica, dellerba e delle piante che aveva inondato e coperto. Soltanto dei deboli tremolii in superficie rivelavano che fosse in movimento. Nel punto in cui laltura si fece pi ripida e il torrente prese a scrosciare verso il basso, ci mettemmo a correre. I sassi bianchi che coprivano il sentiero erano opachi e grigiastri nei punti in ombra, scintillanti e giallognoli dove batteva il sole. Davanti a noi qualcuno stava risalendo il versante e noi riducemmo la velocit. Era una coppia anziana. Lei aveva i capelli grigi e una giacca di lana, lui una marrone di velluto a coste con le toppe di pelle sui gomiti e teneva in mano un bastone. Aveva la bocca aperta e gli tremavano le mascelle.
Ci girammo a guardarli.
Era Thommesen, disse Geir.
Non lo vedevamo da quando era stato nostro insegnante in seconda.
Pensavo che fosse morto da un pezzo! commentai.
Tagliammo per la vecchia scorciatoia attraverso il bosco e spuntammo sopra la discarica. La montagna di sacchetti di plastica bianchi e di sacchi dellimmondizia neri brillava inondata dai raggi del sole. Una decina di gabbiani gridava sbattendo le ali. Scendemmo lungo la scarpata e camminammo tra tutte quelle cose, che in alcuni punti erano ammassate in grandi mucchi, forse quattro volte pi alti di noi, mentre in altri erano sparpagliate alla rinfusa. Eravamo alla ricerca di sacchetti e scatoloni e ne trovammo moltissimi, con dentro anche delle riviste  settimanali che leggevano i vecchi, Hjemmet e Allers e Norsk Ukeblad, quelle che leggevano le ragazze, Starlet e Det Nye e Romantikk, pile di giornali, soprattutto VG e Agderposten, ma anche Vrt Land e Aftenposten e Dagbladet, trovammo A-Magasinet e Kvinner og Klr, riviste di cavalli per ragazze, Paperino e un album molto spesso de LUomo mascherato, che misi via subito, anche uno di Tempo, qualche Capitan Miki e un pocket di Agent X9, di cui ero abbastanza soddisfatto, ma questo non cambiava il fatto che quello che stavamo cercando, e cio riviste come Alle Menn, Lek, Coctail e Aktuell Report, e magari anche qualcuna straniera, perch ce nerano in circolazione alcune danesi, tra cui quella che si chiamava Weekend Sex, e anche qualche svedese e inglese, non cerano da nessuna parte. Non trovammo neanche una rivista porno! Possibile? Qualcuno era stato l prima di noi? Ma dovevano esserci!
Dopo unora rinunciammo e ci allungammo sullerica per leggere i giornalini, quelli normali, che avevamo trovato. Sar stato perch mi ero messo in testa qualcosa di completamente diverso e perch per tutto il giorno avevo avvertito dentro di me tutta quellaspettativa, fatto sta che non mi bastava rimanere l seduto, lo trovavo insoddisfacente. Mancava qualcosa e, dopo essermi alzato, camminai avanti e indietro tra gli alberi, guardai verso il torrente, forse avremmo dovuto entrarci dentro?
Ti va di sguazzare un po nellacqua? gridai.
Per me va bene. Prima finisco di leggere questo, rispose Geir senza alzare gli occhi dal fumetto.
Mi diressi verso i due sacchetti di bottiglie che avevamo trovato. Per la maggior parte si trattava di quelle lunghe e marroni con letichetta gialla del birrificio Arendals Bryggeri, ma ce nera anche qualcuna di quelle verdi, pi piccole e pi tozze della Heineken. Ne presi una. Un po di terra e di erba era rimasta attaccato sul vetro e pensai che sicuramente la bottiglia era stata dimenticata per un certo periodo di tempo ai margini di un giardino prima che venisse raccolta dai proprietari quando stavano preparando il terreno per linverno.
Sentivo ancora quel fremito dentro di me.
Girai la bottiglia tra le mani. Il vetro scuro e verde scintillava al sole.
Credi che sia possibile infilarci luccello? domandai.
Geir abbass il giornalino sulle ginocchia.
S-, disse. Se il collo non  troppo stretto, magari? Vuoi provare?
S, dissi. E tu?
Si alz e venne verso di me. Prese una bottiglia.
Credi che ci possa vedere qualcuno? chiese.
No, sei matto? risposi. Siamo in mezzo al bosco. Per possiamo sempre spostarci un po pi in l, tanto per essere sicuri".
Ci trasferimmo vicino al tronco di un grande pino. Mi slacciai la cintura e lasciai cadere i pantaloni fino al ginocchio, con una mano tirai fuori luccello mentre con laltra tenevo la bottiglia. Lo premetti contro il collo, era freddo e duro sulla pelle morbida e calda, e a dire il vero era troppo stretto, ma dopo aver mosso un po il sedere avanti e indietro e spingendolo un po, scivol dentro. Fui percorso da un brivido lungo la schiena mentre lo sentivo pulsare e il collo della bottiglia sembr stringersi sempre di pi.
Non riesco a farlo entrare, comment Geir. Non  possibile".
Io invece ce lho fatta! esclamai. Guarda!
Mi girai verso di lui.
Per non riesco neanche a muoverlo, aggiunsi. Non c spazio.  bloccato l dentro!
Per fargli vedere che era incastrato, lasciai andare la bottiglia. Mi pendeva tra le gambe.
Ah! Ah! Ah! rise Geir.
Stavo per estrarre luccello quando avvertii un dolore lancinante.
Ahi! Cacchio!
Cosa c? domand Geir.
Ahi! Ahi! PORCA TROIA!
Sembrava che me lo avessero pugnalato con un coltello o un pezzo di vetro tagliente. Cominciai a tirare come un pazzo e alla fine riuscii a farlo uscire dalla bottiglia.
Sulla punta delluccello cera un coleottero nero.
AH! PORCA PUTTANA! PORCA PUTTANA! PORCA PUTTANA! urlai. Afferrai il coleottero o cosa diavolo fosse, nero, con delle pinze enormi, lo staccai e lo scagliai il pi lontano possibile, mentre al contempo correvo avanti e indietro agitando le braccia.
Cosa c? disse Geir. Cosa c? Cosa c, Karl Ove?
Un coleottero! Mi ha morso il pisello!
Allinizio mi guard a bocca aperta, poi scoppi a ridere. Era esattamente il genere di umorismo che gradiva. Cadde a terra sullerica scompisciandosi dalle risate.
Non dirlo a nessuno! gli intimai mentre mi allacciavo la cintura. Hai capito?
No-o-o! rispose Geir. Ah ah ah ah!
Per altre tre volte gli feci giurare che non lo avrebbe raccontato a nessuno mentre risalivamo il pendio, ognuno con il proprio sacchetto di plastica e il sole che bruciava sulla nuca. Formulai anche una piccola preghiera per chiedere perdono perch avevo detto le parolacce.
Andiamo a riciclare le bottiglie alla Fina? domand Geir.
Ma l accettano anche quelle della birra?
Hai ragione. Non ci resta che nasconderle da qualche parte".
Al ritorno attraversammo il campo e superammo con un balzo il ruscello, poi nascondemmo i sacchetti con le bottiglie sullaltro lato, tra un gruppetto di piante che si ergevano vicino alla sala parrocchiale. Strappammo un po di felci e alcuni ciuffi derba e li nascondemmo alla meglio, dopo esserci guardati in giro per vedere se cera qualcuno nei paraggi, ci allontanammo con calma consci che se ci fossimo messi a correre avremmo inevitabilmente attirato lattenzione, e seguimmo la via che costeggiava la sala parrocchiale.
Davanti alla porta della cantina della sua casa cera Ketil, aveva la bicicletta capovolta davanti a s. Era intento a far girare la ruota posteriore con la mano che teneva sul pedale mentre lubrificava la catena con lolio contenuto in un piccolo flaconcino che teneva nellaltra. I capelli neri e lisci gli cadevano sul viso.
Ciao, disse.
Ciao, rispondemmo.
Dove siete stati?
Alla discarica".
A far che?
Stavamo cercando qualche rivista porno, spieg Geir. Lo guardai. Cosa stava facendo? Quello doveva essere un segreto!
Avete trovato qualcosa? chiese Ketil lanciando unocchiata sorniona al nostro indirizzo.
Geir scosse la testa.
In camera ne ho una pila, continu. Volete che ve le presti?
Oh, s! esclam Geir.
 vero? domandai.
Annu.
Le volete adesso?
Io devo tornare a casa a mangiare, risposi.
Anchio, disse Geir. Ma possiamo sempre prenderle e nasconderle nel bosco".
Ketil scosse la testa.
Non se ne parla proprio. Cos si rovinano. Ve le dovete portare a casa. Comunque posso passare da voi nel pomeriggio".
Splendido. Per dobbiamo vederci fuori. Non suonare il campanello. Chiaro?
Oh? disse con un sorriso e strizzando gli occhi. Hai paura che le mostri a tuo padre?
No, ma... lui fa sempre un sacco di domande. E tu non sei mai stato prima da quelle parti".
Va bene. Fatevi trovare fuori verso le cinque, arrivo per quellora. Okay?
Ma  quando trasmettono la partita in televisione, dissi.
Allora alle sei. E non ditemi che dovete vedere la tv dei ragazzi!
Okay. Alle sei".
La mamma era seduta in cucina e stava leggendo un libro con la radio accesa e il grt che cuoceva. Un fianco della pentola era bianco di latte e tra i fornelli cerano tracce di latte e riso quasi completamente rinsecchite per via del calore, quindi capii che il contenuto del recipiente era traboccato mentre bolliva.
Ciao, dissi.
Abbass il libro.
Ciao, rispose. Dove siete stati di bello fino a ora?
Mah, un po in giro. Abbiamo trovato delle bottiglie che luned andremo a restituire per farci dare il deposito".
Bene".
Stasera fai la pizza? domandai.
Sorrise.
Pensavo di s".
Perfetto! esclamai.
Hai letto il libro che ti ho dato?
Annuii.
Ho cominciato ieri. Sembra proprio bello. In effetti pensavo di andare in camera e continuare a leggerlo".
Fallo, disse. Si mangia tra un quarto dora".
Quando tornava il venerd, aveva sempre qualcosa e questa volta si era trattato di un libro. Il mago di Earthsea, si intitolava, era stato scritto da una certa Ursula K. Le Guin e gi dopo le prime pagine avevo capito che si trattava di unopera meravigliosa. Nonostante questo provavo una certa ritrosia a sdraiarmi sul letto a leggere perch la mamma era a casa e io volevo stare con lei il pi possibile. Daltro canto era qui e con questo anche quasi tutti gli aspetti positivi che la sua presenza apportavano alla mia vita, tra cui il fatto che pap non faceva niente quando cera lei, non si abbandonava mai ai suoi attacchi di rabbia, ma si controllava sempre, cera anche se io ero sdraiato sul letto e la mamma sedeva in cucina.
Insieme a Yngve e pap guardai la partita del campionato inglese valevole anche per il totocalcio norvegese. Come sempre pap aveva comprato delle caramelle mou, e a me e Yngve aveva dato una schedina a testa da compilare, otto colonne con dodici partite ciascuna. Ne azzeccai cinque, cosa che suscit la loro ilarit perch non erano neanche la met di quelle giuste e a quel punto sarebbe stato lo stesso se avessi tirato un dado. Pap comment che era difficile azzeccarne cinque come azzeccarne dieci. Per mentre quelli che ne avevano dieci giuste ricevevano soldi dal Norsk Tipping, quelli che ne beccavano solo cinque avrebbero dovuto pagarli a loro di tasca propria. Yngve ne azzecc sette, pap dieci, ma purtroppo per quella volta i dieci non ricevevano niente.
Quando si seppero tutti i risultati delle partite, mancavano due minuti alle sei. Fuori Ketil stava sfrecciando gi per la discesa in sella alla sua bicicletta, aveva un sacchetto di plastica piuttosto gonfio fissato sul portapacchi. Mi alzai dicendo che sarei andato a fare un giro.
Adesso? Per che motivo? chiese pap. Ora comincia la tv dei ragazzi".
Non ho voglia di vederla, risposi. E poi ho un appuntamento con Geir".
Un appuntamento, ma sentilo, comment pap. Comunque va bene, per vedi di tornare prima delle otto".
Stai uscendo? disse la mamma sulla soglia. Pensavo che mi avresti aiutato con la pizza".
Volentieri, ma ho un impegno, risposi.
Nostro figlio ha cominciato ad avere degli appuntamenti, intervenne pap. Sei sicuro che si tratti di Geir? E non di qualche fidanzatina?
S, perfettamente sicuro, dissi.
Vedi di tornare per le otto, aggiunse la mamma.
Pap si alz.
Tra non molto, Sissel, la sera ce la passeremo qui in casa io e te da soli, disse mentre si tirava su i pantaloni aiutandosi con i passanti della cintura, poi si pettin i capelli con la mano. Io ero gi in corridoio e non captai la risposta della mamma. Mi sentivo la gola gonfia dalleccitazione, provavo un fremito per tutto il corpo. Mi infilai le scarpe da ginnastica  perch se eravamo fortunati, adesso nel bosco era tutto asciutto , il maglione blu e il giubbotto blu imbottito che la mamma mi aveva appena cucito, aprii la porta e mi precipitai verso Ketil, che era seduto sul sellino della bicicletta con un piede sul pedale e uno appoggiato a terra, Geir era accanto a lui. Entrambi mi lanciarono unocchiata.
Andiamo gi alla vecchia rimessa delle barche, dissi. L non ci vede nessuno".
Okay, rispose Ketil. Faccio il giro largo in bicicletta e ci incontriamo l".
Geir e io corremmo gi per il pendio, imboccammo il sentiero, scavalcammo il ruscello e continuammo gi per la collina che sembrava tremare sotto i nostri passi, attraversammo il campo, percorremmo la stradina sterrata e rallentammo soltanto quando giungemmo ai piedi dellaltura coperta derba, in quel momento Ketil apparve sulla cima, proprio accanto alla vecchia casa bianca.
Ketil, che aveva due anni pi di noi, se ne stava quasi sempre sulle sue, perlomeno era quella lidea che dava. Gli zigomi alti, gli occhi stretti e i capelli neri e lucenti lo facevano somigliare a un indiano e quelle caratteristiche suscitavano linteresse delle ragazze. Per non era da molto che la cosa andava avanti: da un giorno allaltro si erano messe a parlare di lui e a guardarlo e di colpo il suo nome prese a riecheggiare un po ovunque. La cosa veramente strana per non consisteva tanto nel fatto che allimprovviso esistesse anche lui, che fino a poco tempo prima apparteneva a una specie di regno delle ombre, ma che le ragazze che parlavano di lui e lo cercavano con lo sguardo ne provassero una specie di orgoglio, come se fossero loro quelle che erano diventate interessanti per aver fatto una scelta cos inaspettata, o addirittura per essere diventate molto pi interessanti di lui. Ketil continu a vivere la sua solita vita, girava in bicicletta, un giorno qua, un giorno l, quasi sempre da solo e sempre gentile e amichevole nei nostri confronti.
Abbassato il cavalletto della bicicletta, una da corsa arancione della DBS con il manubrio a corna dariete dove su un lato si era staccato il nastro che ora penzolava verso il basso, Kjetil alz la leva a molla del portapacchi, prese il sacchetto e con andatura dinoccolata si diresse verso di noi che eravamo gi sdraiati sul prato con un lungo filo derba in bocca.
E adesso vai con il porno! disse afferrando il sacchetto per il fondo e rovesciandolo in modo che le riviste si spargessero per terra.
Il sole era basso nel cielo sopra la collina dietro di noi, la cui ombra si allungava sempre pi sul terreno. Dallisolotto che si trovava davanti allinsenatura giungevano le grida dei gabbiani. Molle in tutto il corpo afferrai una delle riviste e mi girai sulla pancia. Anche se guardavo una foto alla volta focalizzando lattenzione su una parte dellimmagine, per esempio i seni che mi bastava vedere anche solo per un attimo per sentirmi travolgere da ondate di eccitazione, per esempio le gambe, con quel desiderio selvaggio che si scatenava in me alla vista di quella fessura racchiusa tra le cosce, pi o meno aperta, pi o meno rosa e lucente su cui spesso era appoggiato un dito o due, per esempio la bocca spesso dischiusa, spesso contratta in una smorfia, o per esempio le natiche a volte cos meravigliosamente tonde che non riuscivo a starmene immobile, tutto questo non aveva nulla a che fare con quelle parti in s, ma con la sensazione di immergermi in qualcosa di totale, una specie di oceano che non aveva n un inizio n una fine, un oceano in cui ci si trovava avvolti fin dal primo momento, fin dalla prima foto.
Vedi qualche fica bella e sugosa, Geir? chiesi.
Scosse la testa.
Ma qui c una con due tette enormi. Vuoi vedere?
Annuii e lui sollev il giornale per mostrarmele.
Ketil sedeva a qualche metro di distanza da noi, con le gambe incrociate e una rivista tra le mani. Ma dopo solo qualche minuto la butt via e si alz.
Le ho gi viste un mucchio di volte, disse. Me ne servono di nuove".
Ma dove sei andato a prenderle? gli domandai alzando lo sguardo su di lui mentre con la mano mi riparavo dalla luce del sole.
Le ho comprate, ovvio".
LE HAI COMPRATE? esclamai.
S".
Ma non sono vecchie?
Sono usate, scemo. In citt c un barbiere che vende anche riviste vecchie. Ne ha un mucchio di quelle porno".
E te le lasciano comprare?
Evidentemente, rispose.
Lo guardai per qualche secondo. Mi stava prendendo in giro?
Non sembrava.
Ripresi a sfogliare. Di colpo apparvero le foto di due ragazze immortalate su un campo da tennis. Indossavano entrambe un gonnellino corto, uno azzurro, laltro bianco, magliette da tennis bianche, polsini per il sudore, calze da tennis bianche e scarpe da tennis bianche. Ognuna con la propria racchetta in mano. Non avrebbero mica?
Girai la pagina.
Una era sdraiata sullerba e si era tirata su la maglietta in modo da mettere in mostra i seni. Aveva la testa piegata allindietro. Non aveva neanche le mutande?
No.
Ed eccole nude, in ginocchio davanti alla rete, con il sedere in aria. Meraviglioso. Meraviglioso. Meraviglioso.
Guarda qui, Geir, dissi. Due che giocano a tennis!
Lanci una breve occhiata e annu, troppo concentrato sulle sue foto per sprecare tempo.
Ketil era sceso al vecchio molo, ormai fatiscente, dove stava lanciando dei sassi che doveva aver trovato nella spiaggia argillosa accanto, cercava di farli rimbalzare sullacqua. La superficie del mare era come immobile e ogni volta che i ciottoli la colpivano si allargavano delle piccole onde concentriche.
Avevo finito di sfogliare forse tre o quattro riviste quando Ketil si stagli davanti a noi. Alzai gli occhi su di lui.
Che goduria leggerle standosene sdraiati sulla pancia, commentai.
Ahahah! Allora ti piace rimanere l a strofinarti! disse.
S, risposi.
Immagino. Per adesso devo andare. Tenetevele pure se volete. Mi hanno stufato".
Ce le dai? intervenne Geir.
Prego".
Sollev il cavalletto con un piede e con una mano alzata cominci a risalire il pendio, teneva laltra al centro del manubrio. Sembrava quasi che stesse conducendo un animale.
Che toccasse a Geir nascondere le riviste in casa sua era cos scontato per entrambi che non fu neppure necessario discuterne quando unora dopo ci separammo davanti a casa.
Le pizze della mamma erano alte con il bordo spesso in modo che il ripieno formato da carne macinata, pomodoro, cipolla, champignon, peperoni e formaggio avesse laspetto di una pianura circondata da lunghe catene montuose. Come tutti i sabati sera eravamo seduti al tavolo in sala da pranzo. Non avevamo mai mangiato davanti al televisore, era qualcosa di impensabile. Pap mi tagli un pezzo di pizza e me lo mise nel piatto, io mi versai la Coca-Cola nel bicchiere dalla bottiglia da un litro, dove le lettere che componevano la parola erano stampate in bianco sul vetro leggermente verdognolo invece di comparire su unetichetta rossa incollata sopra, come era anche possibile. Nella Norvegia meridionale non si vendeva la Pepsi, lavevo bevuta soltanto a Oslo in occasione della Norway Cup, che, oltre alla metropolitana e alla colazione dove potevamo mangiare quanti corn flakes volevamo, era una delle pi grandi attrazioni offerte da quel torneo internazionale di calcio giovanile.
Quando ebbi finito di mangiare, pap ci chiese se volevamo partecipare a un nuovo gioco.
Volevamo.
Mentre la mamma sparecchiava, pap and nel suo studio a prendere un bloc-notes e quattro penne.
Giochi anche tu, Sissel? grid rivolto alla mamma che aveva cominciato a lavare i piatti in cucina.
Volentieri, rispose unendosi a noi. Aveva la schiuma del detersivo su un braccio e sulla tempia. A che cosa vogliamo giocare? Yatzy?
No, disse pap. Ognuno di noi ha un foglio su cui scriviamo nazioni, citt, mari, laghi e montagne. Una colonna per ogni categoria. Poi scegliamo una lettera e quindi il gioco consiste nello scrivere il numero maggiore di nomi che cominciano con quella lettera nellarco di tre minuti".
Non avevamo mai giocato prima a quel gioco, ma sembrava divertente.
C qualche premio in palio? domand Yngve.
Pap sorrise.
Solo la gloria. Chi vince,  il campione di famiglia".
Iniziate pure, disse la mamma. Intanto vado a preparare un po di t per tutti".
Possiamo fare un giro di prova, sugger pap. Poi cominciamo sul serio quando arrivi".
Ci guard.
M, disse. Lettera M. Siete pronti?
S, rispose Yngve che si era gi messo a scrivere e stava proteggendo il foglio con una mano.
S, dissi io.
Monte Bianco, annotai sotto montagne. Mandal, Morristown, Mjndalen, Molde, Malm, Metropolis e Monaco sotto citt. Non mi venne in mente nessun mare, e neanche il nome di un fiume. Adesso toccava alle nazioni. Ma ce nerano che iniziavano con la M? Passai mentalmente in rassegna tutti i paesi che conoscevo. No. Moelven. Era un fiume? Mo i Rana, quella comunque era una citt. Medio Oriente? Oh, s. Mississippi!
Tempo scaduto, annunci pap.
Una rapida occhiata ai loro fogli fu sufficiente per farmi capire che mi avevano battuto.
Leggi le tue risposte, Karl Ove, disse pap.
Quando arrivai a Morristown, pap e Yngve scoppiarono a ridere.
Non ridete di me! esclamai.
Morristown si trova soltanto nei fumetti dellUomo mascherato, comment Yngve. Credevi che esistesse per davvero?
S? E allora? Sala lavora nel palazzo dellOnu a New York e quello esiste. Quindi perch non dovrebbe valere la stessa cosa per Morristown?
Bella risposta, Karl Ove, afferm pap. Ti meriti mezzo punto".
Guardai in cagnesco Yngve che mi rispose un sorrisetto beffardo.
Qui il t  pronto, annunci la mamma. Andammo in cucina a prendere ognuno la propria tazza. Io riempii la mia di latte e zucchero.
Allora adesso cominciamo sul serio, annunci pap. Tre lettere. Sono quelle che riusciamo a fare prima che sia ora di andare a dormire".
A quanto pareva, la mamma sapeva pochi nomi come me. O forse perch non si concentrava a fondo come facevano Yngve e pap. A me la cosa faceva piacere, era noi due contro loro due.
Dopo che pap ebbe finito di contare i punti della prima manche, la mamma disse che aveva cambiato cognome.
Ho ripreso quello che avevo da ragazza. Cos adesso mi chiamo Hatly e non pi Knausgrd".
Sentii un gelo propagarsi in tutto il corpo.
Non ti chiami pi Knausgrd? dissi guardandola a bocca aperta. Ma tu sei nostra madre!
Sorrise.
S, certo che lo sono! E lo sar sempre!
Ma perch? Perch non ti devi chiamare come noi?
Sono nata Sissel Hatly, sai.  quello il mio cognome. Knausgrd  quello di pap. E il vostro!
Divorziate?
Mamma e pap sorrisero.
No, io e pap non divorziamo, riprese la mamma. Avremo semplicemente cognomi diversi".
Per una conseguenza un po stupida di questo, intervenne pap,  che dora in poi non potremo pi vedere il nonno e la nonna. Ai miei genitori non piace che vostra madre cambi il cognome e quindi non ci vogliono pi vedere".
Lo guardai.
Ma a Natale? chiesi.
Pap scosse la testa.
Scoppiai in lacrime.
Non c motivo di mettersi a piangere, Karl Ove, disse pap. Gli passer di sicuro. Adesso sono soltanto arrabbiati. Gli passer".
Spinsi di colpo la sedia allindietro, mi alzai e corsi in camera mia. Mentre chiudevo la porta, sentii che stava arrivando qualcuno. Mi misi sul letto e affondai la testa nel cuscino mentre singhiozzavo ad alta voce e mi scendevano le lacrime come non era mai successo prima.
Ma Karl Ove, disse pap dietro di me. Si era seduto sul bordo del letto. Non devi prendertela cos. Ti diverti cos tanto con la nonna e il nonno?
S, urlai dentro il cuscino. Tutto il corpo si contrasse per via di quei singhiozzi convulsi.
Ma se non vogliono vedere tua madre, allora non pu essere cos divertente incontrarli, no? Questo lo capisci, vero? Sono loro che non vogliono vederci".
Perch doveva cambiare cognome? gridai.
 il suo vero nome, rispose pap. Ed  quello che vuole. E quindi n tu n io n la nonna n il nonno possiamo negarglielo. Giusto?
Per un breve secondo mi appoggi una mano sulla spalla. Poi si alz e lasci la stanza.
Quando smisi di piangere, presi il libro che la mamma mi aveva comprato e continuai a leggere. In qualche punto della mia mente registrai che Yngve stava andando a dormire, che la porta a soffietto veniva chiusa, che in soggiorno stavano ascoltando musica, ma senza che tutto questo rimanesse impresso nella mia coscienza, infatti a partire dalla prima frase mi immersi nel racconto, rimanendone sempre pi assorbito. Il protagonista era Ged, un ragazzo che abitava su unisola ed era dotato di poteri speciali. Quando se ne accorsero, lo mandarono a una scuola per maghi e stregoni, dove scoprirono che le sue doti erano straordinarie e una volta che volle mostrarle agli altri, in preda a un eccesso di arroganza, apr la porta che dava sullaltro mondo, laldil, il regno dei morti, da cui fugg unombra. Ged stava per morire e ancora molti anni dopo era troppo debole e privo di poteri, sembrava segnato a vita mentre lombra, quella continuava a perseguitarlo. Per sfuggirle, si nascose in un luogo oscuro in qualche parte remota del mondo e rinunci a tutte le sue ambizioni, consapevole del fatto che tutti quei semplici incantesimi a cui si era prestato non erano altro che gesti vuoti e finzioni, e che esisteva invece una magia pi profonda presente in tutte le forme esistenti: mantenere lequilibrio tra di esse era il vero compito di un mago. Tutte le cose e tutte le creature avevano un nome che corrispondeva alla loro natura, e soltanto conoscendo il loro vero nome era possibile dominarle. Questo Ged sapeva farlo, ma decise di non rivelarlo perch ogni incantesimo, ogni magia, minava questequilibrio e quindi poteva provocare reazioni imprevedibili su qualunque cosa e in qualsiasi posto. Gli abitanti del villaggio dove era andato a vivere pensavano che fosse un pessimo mago, perch non voleva saperne di compiere le magie pi semplici, quelle di cui viveva uno stregone di villaggio. Era giovane, serio, sul viso aveva una grande cicatrice, soffriva il freddo ma quando cera bisogno, quando davvero doveva ricorrere ai suoi poteri, lo faceva senza esitare. Una volta si tratt di un bambino che stava morendo. Lo segu nellAde e lo riport indietro, anche se non avrebbe dovuto, anche se in realt era pericoloso perch se cera un equilibrio che non doveva assolutamente essere alterato era quello tra la vita e la morte. Comunque lo fece lo stesso mettendo a repentaglio la propria vita. Gli abitanti del villaggio videro per la prima volta chi era per davvero. E lombra che lui aveva lasciato scappare dallaldil e che per tutto il tempo aveva errato per il mondo alla sua ricerca lo scopr perch ogni volta che lui ricorreva ai propri poteri essa se ne accorgeva e si avvicinava sempre pi. Ged doveva andarsene. Cos fece, su una barca in mezzo al mare tra isole di paesi lontani. Lombra si avvicinava sempre pi. Dopo numerosi confronti in cui Ged fu a un passo dalla morte, arriv lultimo, quello decisivo. Per tutto il tempo aveva cercato di scoprire il nome dellombra. Aveva studiato opere antiche che parlavano di creature millenarie, aveva consultato altri maghi pi saggi, ma invano, quellessere era sconosciuto, senza nome. Poi di colpo lo scopr. In mare aperto, mentre era da solo nella barca, con lombra che si avvicinava sempre pi, lo scopr. Lombra si chiamava Ged. Lombra aveva il suo nome. Lombra era lui stesso.
Quando spensi la luce dopo aver letto lultima pagina, era quasi mezzanotte e i miei occhi erano gonfi di lacrime.
Lombra era lui stesso!
...
.
...
FINE Parte 2.